Il ritorno dei Crowded House: parla Neil Finn

Il ritorno dei Crowded House: parla Neil Finn
“Time on earth” - uscito all'inizio dell'estate - è il quinto album dei Crowded House, la band fondata da Neil Finn nel 1986 che per dieci anni deliziò le orecchie del mondo con alcune delle più belle canzoni pop del periodo, facendoci conoscere la famigerata coppia di produttori Mitchell Froom & Tchad Blake, portando insomma una ventata fresca di una brezza che veniva da lontano. Il più giovane dei fratelli Finn aveva finalmente la sua band, visto che Tim aveva ottenuto diversi successi con gli Split Enz.
Neozelandesi, trasferitisi in Australia, Tim e Neil nel corso di trent’anni (Tim stava registrando un album prodotto da Phil Manzanera a Londra con gli Split Enz, quando un giovanissimo Neil lo raggiunse il giorno dopo aver concluso gli esami scolastici: era il 1978) si possono veramente annoverare tra le grandi firme del pop di ogni epoca. Basti l’album che aveva fatto credere a un ritorno dei Crowded House, “Everyone is here”, un piccolo capolavoro firmato Finn Brothers che nel 2004 aveva dimostrato l’intatta bravura e forza emotiva di due fratelli che hanno sempre avuto un rapporto delicato.
Da lì sembra partire “Time on earth”: che non ha forse la tensione di quell’album ma che inanella quattordici canzoni davvero imprendibili per sottigliezza, efficacia ed essenzialità. Suoni moderni, senza esagerare – come se ormai l’esperienza abbia insegnato che rincorrere ciò che é trendy oggi significa rimpiangerlo domani per averlo sacrificato a un altare temporaneo di effimera gloria. Dice Neil Finn: “Avevo una canzone intitolata 'Time on earth' di alcuni anni fa, che poi mi é tornata in mente mentre riflettevo dopo la scomparsa di Paul', riferendosi a Paul Hester, il batterista dei Crowded House, impiccatosi nella primaver del 2005. “Volevo registrare un album e come spesso mi accade, con me c’era Nick (Seymour, uno dei fondatori dei Crowded House che spesso troviamo negli album dei Finn Brothers e di Neil Finn) per un nuovo album solista. Ma all’improvviso mi è venuto in mente che sarebbe stato davvero affascinante provare a essere di nuovo in un gruppo e poi io e Nick siamo amici e collaboratori da tanti anni: ma in queste registrazioni che avevamo appena finito assieme a Ethan Johns c’era più che mai la sensazione di aver fatto un lavoro da band”.
Non è forse vera in sé, questa dichiarazione: se si ascolta l’ultimo album di studio (“One nil” del 2001, poi ripubblicato come “One all” l’anno seguente) dalle parole di Neil Finn si può capire che la sua convinzione è vera poeticamente. Nel 2002, Finn pubblicò "Seven worlds collide", un album dal vivo con diversi ospiti sul palco tra i quali Johnny Marr degli Smiths, che troviamo in “Time on earth” alla chitarra in due canzoni e co-autore di “Even a child”: dopo il “Crowded House mancato” (ma c’erano tutti, in studio con Tony Visconti, per “Everyone is here”) a firma Finn Brothers due anni fa, la “casa affollata” ha aperto le porte e ci ha invitato a entrare per godere di una collezione di altri tempi, dove ogni canzone conta, ogni parola c’è perché lì deve stare, ogni suono è al servizio della canzone – quella rara arte che spesso pare essere fiaccata dalla nostra epoca che nelle mani di chi il mestiere lo conosce, lo ama, lo sente pulsare nel sangue, si erge ancora a forma espressiva popolare di straordinarie potenzialità: “L’idea non era quella di tornare a utilizzare un marchio di successo, Crowded House, ma quello di far tornare a vivere una band che aveva cose da condividere e da portare avanti. La presenza di Paul in questo album c’è, e forte. C’è la tristezza, la riflessione sul perché della sua tragica morte ma anche, spero, il senso della riverenza che proviamo nei suoi confronti, un onesto saluto a una persona che ci manca molto”.
"Time on earth" ha anche la rara qualità di un album che pare scritto, suonato, arrangiato e registrato senza sforzo: “Andare a pescare nel divino senso dell’ispirazione è sempre difficile eppure quando scrivi, mentre accade, sembra che tutto avvenga senza sforzo. Non so cosa dire, é difficile descrivere una cosa del genere, non lo comprendo… se esistesse un manuale sul come fare, lo leggerei!”. Le canzoni si muovono sempre a filo d’acqua tra inconscio e conscio, scivolano sulla superficie liscia del suono con una meravigliosa capacità di rimanere impresse senza increspare la percezione: c’é la melodia, l’intrigo degli strumenti, la gioia, la malinconia, i testi mai banali eppure non cervellotici: la perfetta formula di una canzone pop che può avere un senso, più che un videoclip giusto, da offrire. Sono composizioni che si tuffano in labirinti dai quali riemergono trasformate e sembrano far parte di una visione più ampia che in definitiva ci dicono che il pop è vivo, che non ha età, che si tuffa nelle profondità a estrarre essenze che, quando riemerge nelle mani giuste, diventano gioia, colore, e sentimento universale. “Time on earth”, appunto.
(davide sapienza)
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