Cristina Donà: 'Le mie canzoni cambiano vestito'

Cristina Donà: 'Le mie canzoni cambiano vestito'
Sono passati dieci anni dal suo debutto discografico, ma la musica di Cristina Donà è ancora e sempre un “work in progress”. Presenza forte e quieta della scena indie italiana, a quarant’anni debutta su una major, la EMI, facendosi accompagnare per mano da un produttore di esperienza e prestigio internazionale come Peter Walsh (Simple Minds, Peter Gabriel, Pulp, Scott Walker e tanto altro). L’album “La quinta stagione”, che arriva nei negozi il 7 settembre, è appena il quarto (senza contare l’antologia in lingua inglese) di una carriera vissuta senza ansie e senza fretta, tra i palchi dei club e le rassegne dedicate alla canzone d’autore. Fino a quella comparsata al Sanremo 2007, invitata da Nada per la serata dei duetti… “Da ospite, ho vissuto tutto il carrozzone con molta leggerezza”, ricorda ora Cristina. “E in fondo mi sono anche divertita, a parte il piccolo trauma della voce rimasta senza amplificazione. E’ andata così, però la canzone di Nada mi piaceva molto e continua a piacermi anche adesso”. Sicuramente è troppo azzardare che Sanremo c’entri qualcosa, ma intanto in questo suo nuovo album si respira un soffio di classicità in più, tra le atmosfere jazzy di “Settembre”, i sapori tradizionali di “Non sempre rispondo”, il pop orchestrale di “Universo”. “Sarà che ho quarant’anni, e che la musica la vesto in maniera diversa a seconda degli umori e dei produttori”, riflette lei. “Non ho abbandonato il rock, forse quella che tu chiami classicità è indotta dal modo in cui ho voluto usare la voce in questo disco: senza spingerla mai e privilegiando i toni più caldi, mediobassi. Ho voluto provare a lavorare su quella che generalmente viene chiamata la ‘forma canzone’. Dieci anni fa, quando ho iniziato a fare dischi, volevo essere diversa e non ne sarei stata capace. Ma oggi sento il bisogno di confrontarmi anche con quello stile. Strada facendo, mi sono accorta che è una forma difficile da maneggiare se non si vuole correre il rischio di diventare banali. Per fortuna avevo a fianco Peter Walsh, che è appunto un produttore molto ‘classico’. Aveva prodotto il disco dei P.G.R. e me l’avevano presentato quando uscì ‘A.C.A.U.’, l’album di Gianni Maroccolo: il nostro è stato un incontro breve ma di forte impatto. Gli ho mandato il mio cd in inglese, c’è stato persino un momento in cui sembrava che sarei stata io a cantare il pezzo ispirato a Claretta Petacci nell’ultimo album di Scott Walker. Peter era la persona giusta per dar forma a un progetto che avevo già in testa, i miei provini per voce e chitarra andavano già in quella direzione. Avevo voglia di dare un’impronta più precisa a basso e batteria, volevo un’impalcatura ritmica più solida, più centrata e più pulita di quel che era stata nei due album precedenti. Ci siamo trovati d’accordo anche su questo, sul fatto che avevo già fatto i miei esperimenti e che questa volta avremmo agito diversamente”. Anche perché nel frattempo sono cambiate molte cose? “Sì, questi nuovi pezzi appartengono decisamente a una nuova fase della mia vita. Negli ultimi anni ho dovuto affrontare certe vicissitudini, soprattutto la grave malattia di mio padre che è scomparso ad aprile: fatti che ho voluto riportare nelle canzoni ma senza esagerarne i contorni. Una volta che le hai scritte, vivono sempre un po’ di vita propria, acquisiscono una loro personalità. Per interpretarle in concerto, ogni volta devo tornare a rivivere l’atmosfera che le ha create”. Più sofisticate del solito, come vivranno sul palco quelle di “La quinta stagione”? “Avrò al mio fianco la classica formazione rock, basso batteria e chitarra elettrica. Ma mi piacerebbe avere anche un chitarrista acustico e un violoncellista. O una violoncellista, come suggeriscono i musicisti che suonano con me. Potessi fare come Lou Reed nei concerti di ‘Berlin’ prenderei un’intera sezione d’archi e un coro…ovviamente è solo un sogno, costa troppo”.
Già dal titolo, stagioni, natura e mutamenti climatici sono una costante nelle nuove canzoni della Donà. C’entra il fatto che Cristina è anche pittrice, e che continua a vivere lontana dalla metropoli, in un paesino pedemontano del bergamasco? “Ogni musicista, credo, raffigura con le note e le parole un determinato paesaggio sonoro. Guardando dalla finestra io vedo alberi e natura, non solo le seconde case che continuano a spuntare come funghi… Faccio passeggiate, e ho tempo di interiorizzare questo paesaggio nel mio modo di scrivere. Mi sembra che i quadri della natura forniscano sempre metafore efficaci nel rappresentare i sentimenti e le emozioni umane. E poi, certo, non possono togliermi dalla testa i miei trascorsi artistici legati al disegno e alla rappresentazione della realtà mediante immagini”. E i libri? “L’unico vero mio libro, finora, resta ‘Appena sotto le nuvole’, ‘God less America’ in realtà l’ha scritto Michele Monina. Finché si tratta di raccogliere pensieri e scritti che non hanno trovato posto nei miei dischi, la scrittura è un’attività che esercito volentieri. Ma le opere letterarie più complesse, i racconti e i romanzi, li lascio a chi li sa scrivere. In dieci anni di carriera non ho pubblicato molti dischi, è vero, però ho fatto anche altre cose. E poi per me scrivere canzoni è uno sforzo, spesso sono molto critica nei confronti del mio lavoro. Non tutti siamo come Kate Bush, non tutti possono permettersi di sfornare dischi di settanta minuti. In ‘La quinta stagione’ ho messo le dieci canzoni che ritenevo migliori e ho lasciato fuori molto altro materiale”.
Pochi dischi, senz’altro, ma tanti mentori importanti. A cominciare da Joe e Cesare dei La Crus: “I miei primi sostenitori. Mi hanno portato loro alla Mescal, sono stati i miei traghettatori”. Poi Manuel Agnelli: “Il mio primo sarto, colui che mi ha cucito addosso il primo vestitino di scena da cantante rock”. Davey Ray Moor dei Cousteau: “Mi fa venire in mente un mago delle stelle. Mi ha ricoperta di velluto cambiando il suono delle mie canzoni”. E Robert Wyatt? “Beh, lui, invece, è il mago assoluto della melodia”. Con quell’alone molto indie che la circonda, viene da chiedersi come si trovi oggi al cospetto di una major… “Il management è rimasto alla Mescal, e questo rappresenta un elemento di continuità. E poi oggi, come ho detto, non mi dispiace l’idea di confrontarmi con stili di musica più fruibili, di sviluppare la ricerca artistica in altre direzioni. Le canzoni di ‘La quinta stagione’ sicuramente sono più facili da assimilare di quelle dei tempi di ‘Nido’. In EMI sanno chi sono, e mi fa piacere di avere intorno tanta gente giovane. Il disco ho potuto farlo in tutta tranquillità, nessuno ha voluto mettere parola”. Da cocca della critica, abituata a incassare premi e piazzamenti nei referendum di fine anno, ad artista “popolare”? “Mi auguro che sempre più gente voglia ascoltarmi, questo è sicuro. Ma da qui a immaginare di diventare una star alla Laura Pausini ce ne passa, e comunque la cosa mi farebbe anche paura. Ci sono artisti che ammiro anche molto, come U2 e Springsteen, che fanno musica da stadio; e c’è una musica, come la mia, che non ha quelle caratteristiche: mi piacerebbe riempire stabilmente teatri da duemilacinquecento persone, quello sì. E poter continuare a vivere di musica, che oggi è una cosa sempre più difficile”.
Un’ultima curiosità: Cristina è davvero una “artista inquieta” come la definisce il suo sito Internet? “Magari a prima vista uno non se ne accorge, ma un po’ inquieta lo sono davvero. Però devo ricordarmi di toglierlo dal sito, quell’aggettivo…”.
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