Pet Shop Boys in Italia: 'Uno spettacolo cubista. Ma senza cubo'

Pet Shop Boys in Italia: 'Uno spettacolo cubista. Ma senza cubo'
“E’ lo stesso show, in sostanza. Ma in una versione un po’ differente”. Così Neil Tennant, voce e anima dei Pet Shop Boys, anticipa il concerto che lui, Chris Lowe, coristi e ballerini di accompagnamento terranno stasera, mercoledì 18 luglio, a Villa Arconati (vedi News), paragonandolo ai contenuti del nuovo dvd “Cubism” filmato l’autunno scorso a Città del Messico. Dalla scena, racconta, è sparito proprio il cubo che dava il titolo allo spettacolo: “Non si adattava a una parte dei teatri in cui ci siamo esibiti in Sud America e in Europa. Ma per il resto la scaletta è molto simile, ultimamente abbiamo aggiunto qualche altro pezzo come ‘Paninaro’. E lo stage è sempre quello concepito da Es Devlin, una giovane designer che lavora per il teatro, il cinema, l’opera e il balletto. Qualcuno ci ha già detto di preferire questa versione, con gli schermi tradizionali al posto del cubo, perché le proiezioni di immagini in questo modo creano effetti più luminosi”. Cubo o no, l’estetica cubista calza bene al modo che i due inglesi hanno di presentarsi. Neil è d’accordo: “Ci piace l’idea che, come in una pittura cubista, lo spettacolo permetta di guardare ai Pet Shop Boys e alle loro canzoni da prospettive differenti. E’ uno dei concetti base dell’allestimento: abbiamo passato a Es una lista di brani sui cui lavorare e quello che vedrete sul palco è il frutto della sua creatività. A noi è sempre interessato visualizzare la musica, proporla ogni volta sotto una luce un po’ diversa. Serve a conservare freschezza al repertorio e a renderlo ancora interessante a noi stessi”. Un teorema che si applica non solo a “West end girls”, “Suburbia” e “Always on my mind” ma anche ai titoli estratti dal recente “Fundamental”, un disco dal forte accento politico che in brani come “I’m with stupid” attaccava violentemente Tony Blair e la guerra in Iraq. Cambia qualcosa, nel significato della canzone, ora che alla guida dei laburisti c’è Gordon Brown? “Come ministro delle Finanze era lui a sostenere economicamente la politica estera di Blair, dunque… Credo che cambierà soltanto lo stile di governo, perché Brown non è altrettanto abile nel comunicare con la gente e con i media. Certo non si può dire che porti una ventata di aria fresca: era alla guida del paese da dieci anni, è un delfino di Blair e crede nelle stesse cose, il libero mercato corretto dagli ammortizzatori sociali. In un certo senso il suo avvento rappresenta un anticlimax”. Accolto da grandi attese e da recensioni non tutte positive, “Fundamental” ha ricostruito un sodalizio storico con Trevor Horn. Com’è andata? “Siamo sempre rimasti amici e ci siamo molto divertiti a fare questo disco”, racconta Tennant. “Lui è uno che non si stanca mai di esplorare nuove direzioni musicali, e per ogni brano da registrare studia tutte le possibilità a disposizione: per un musicista questo è sempre un modo interessante di lavorare. Con le canzoni del disco in mano, ci siamo resi conto che molte erano perfette per il suo stile, adatte a quelle grandi orchestrazioni pop che sono una delle sue specialità. Nell’album precedente, ‘Release’, avevamo deliberatamente scelto una strada diversa, componendo una collezione di canzoni di atmosfera più intima, più semplici, più personali. Meno ‘grandiose’, insomma. Poi abbiamo sentito il bisogno di tornare a dipingere su una tela più grande, di ricercare sonorità più piene. E Trevor era la persona giusta a cui rivolgersi. La prossima volta, chissà. Dipende da che canzoni verranno fuori: il produttore lo scegliamo in base a quello”. Il disco è stato un grande successo in Inghilterra e nel resto d’Europa, molto meno negli Stati Uniti dove i Pet Shop Boys non hanno mai più raggiunto i picchi di vendita e di popolarità di fine anni ’80. Questione di gusti, di inclinazioni politiche o attitudinali, di certe loro prese di posizione? “Ma no, non credo. Anche se è vero che è dal 1989 che non abbiamo un vero hit negli Stati Uniti. Siamo diventati un gruppo di culto, ma con una fan base molto solida, e continuiamo probabilmente a vendere in America più della maggior parte dei nostri colleghi britannici. Ci siamo stati in tour lo scorso autunno, abbiamo visitato diciotto città partendo dal Radio City Music Hall di New York e la risposta è stata ottima. Siamo soddisfatti, negli USA abbiamo un pubblico che forse ci segue più fedelmente che in altri paesi del mondo. Il fatto che non siamo più presi in considerazione dalle televisioni e dalle radio generaliste ci ha aperto le porte a una fascia di mercato diverso, i ragazzi dei college universitari che hanno adottato certi gruppi inglesi ‘classici’ facendone le bandiere di un certo gusto ‘alternativo’. Grazie a questo oggi abbiamo ascoltatori di età diversa”.
Dal vivo, come ricorda lo stesso Tennant nelle sequenze di “Cubism”, i Pet Shop Boys sanno proporre una impeccabile e divertente “serata di intrattenimento elettronico”. Eppure, con l’analogico tornato di gran moda, c’è chi certa musica elettronica oggi la considera obsoleta, vintage, un po’ fané… “Io non la penso affatto così”, ribatte Neil. “L’elettronica resta alla base della musica pop moderna: l’hip hop e il nuovo r&b arrivano da lì. Ci sono, è vero, musicisti che la usano con uno stile rétro, molto anni Ottanta, ma se è per questo in giro c’è anche molta musica chitarristica che rimanda agli anni Cinquanta e Sessanta. Per me sono le chitarre a essere rétro… E credo anche che la musica degli Ottanta e dei Novanta continui a essere sottovalutata, e invece era molto più creativa di quella che si ascolta oggi. Allora i musicisti erano più interessati a innovare che a seguire una formula nel tentativo di avere successo, anzi le formule venivano deliberatamente evitate e le regole infrante. Oggi il pop è molto più convenzionale: non ho sentito negli ultimi dieci anni una canzone della forza di ‘When doves cry’ di Prince, un brano sorprendente per l’epoca che però arrivò al numero uno in classifica in tutto il mondo. Tornando all’elettronica: la tecnologia continua a evolversi, e la tecnologia ha sempre influenzato il corso della musica. Mi piacciono le cose che pubblica l’etichetta tedesca Kompakt, per esempio, oppure gli Air e Ulrich Schnauss. Ma ascolto anche altra musica: la classica, per esempio, a cui ci ispiriamo per certe melodie, Harold Budd e il vostro Ludovico Einaudi. E mi piace anche il pop classico degli anni Sessanta: abbiamo anche provato a scrivere canzoni in quello stile, oggi ci sentiamo più liberi di farlo”. Non c’è da stupirsi, allora, di trovarlo a fianco di un’altra icona gay come Rufus Wainwrigh per l’album da poco pubblicato dal talentuoso canadese, “Release the stars”. Un artista difficile da produrre? “In realtà non ho fatto il produttore. Se l’è prodotto da solo, il disco, io gli ho soltanto prestato le mie orecchie. Voleva qualcuno con cui scambiare idee, qualcuno che gli dicesse la sua opinione. E siccome io sono un tipo che non le manda a dire, gli ho sempre detto la verità nuda e cruda. E’ stata una bella esperienza, una volta che ho capito cosa voleva da me. Ho trascorso solo un paio di giorni in studio, quando lui si trovava nel Sud della Germania per andare a vedere qualche opera. Rufus è un vero compositore e molte delle canzoni sono state registrate dal vivo in studio, una take e via, lui al pianoforte accompagnato da un quartetto d’archi”. E la sua ossessione per Madonna, sfociata recentemente in una canzone incisa da Robbie Williams su “Rudebox” e nel remix di “Sorry”?: “Premesso che è sempre interessante dare una sbirciatina dall’interno alla musica altrui, con Madonna abbiamo avuto vita dura: di solito remixiamo pezzi rock, dai Rammstein ai Killers, per renderli ballabili, ma quello era già un perfetto brano dance. Così ci abbiamo aggiunto alcune parti vocali e strumentali, e a lei il risultato è piaciuto così tanto che di quella versione fa uso nei suoi spettacoli dal vivo. Sentire la mia voce nel suo show e in quello di Kylie Minogue, l’anno scorso, è stato un’esperienza interessante…”. In “Cubism” invece non manca la cover di “Where the streets have no name” in medley con “Can’t get my eyes off you”, con tanto di giacche di lamè e cappelloni da cowboys. Presa in giro benevola o malevola? “Quando l’abbiamo incisa, agli inizi degli anni Novanta, lo abbiamo fatto per dire la nostra sull’argomento: allora gli U2 avevano un’immagine solenne e pomposa, noi volevamo ribattere che in fondo si trattava solo e sempre di musica pop. Uno scherzo musicale. O una provocazione un po’ insolente, se vuoi. La cosa ironica è che poco dopo anche Bono ha cominciato a indossare costumi sgargianti e gli U2 si sono messi a fare un’altra musica. Tanto che sul palco a volte mi ricordavano i Pet Shop Boys…”.
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