Antony, Laurie, Joan & C: l'Italia è meglio

Antony, Laurie, Joan & C: l'Italia è meglio
Una delle più nobili “famiglie” musicali newyorkesi (famiglia allargata: Patti Smith, Antony and The Johnsons, Lou Reed, Laurie Anderson, Joan Wasser nota anche “as Policewoman”; i primi tre, incidentalmente, in Italia per concerti proprio in questi giorni) che affida a un promoter e, in parte, a un ufficio stampa italiano la cura dei propri interessi sulla scena internazionale. Un caso più unico che raro, considerata la spocchia e la sufficienza con cui di solito il mondo anglosassone ci guarda dall’alto in basso. Una storia, anche, al femminile – il promoter è la International Music di Serena Sgarbi, Rita Zappador e c., l’ufficio stampa quello di Alessia Capelletti e Laura Moja – e che incuriosisce. Quali sono gli antefatti? “E’ la International Music ad avere quei contatti: unica agenzia italiana che fa booking sul mercato internazionale del pop, e con eccellenti rapporti di lunga data con mostri sacri come Lou Reed e Patti Smith” spiega Capelletti, ex discografica BMG tornata a lavorare in proprio. “Con IM io e Laura lavoriamo da tanto tempo, ed ecco spiegato il nostro legame con quel giro di artisti newyorkesi”. Lou e Patti solo per la promozione in Italia, altri, come Antony, per tutta Europa più l’Australia: “Ha fatto lui questa scelta: forse perché si è reso conto che lo seguiamo e coccoliamo più di quanto potrebbe farebbe un’agenzia inglese o americana con una miriade di artisti in portafoglio. Quando lui è in tournée, come in questi mesi, noi gli dedichiamo stabilmente metà della nostra giornata lavorativa. Siamo in perfetta sintonia con IM, che a differenza di tanti altri promoter crede molto nel lavoro dell’ufficio stampa e non lo impiega come un semplice centro di smistamento delle richieste accrediti ai concerti. Facciamo un tipo di promozione mirata e aggressiva, anche sganciata dal tour imminente, con l’obiettivo di far ‘uscire’ l’artista. Con Antony, per esempio, stiamo puntando molto sui mensili e sulle testate più prestigiose di Russia, Spagna e resto d’Europa: un lavoro che serve ad accrescere il prestigio e il profilo internazionale dell’artista. Con Joan as Policewoman, che ha ancora un profilo molto più indie, si lavora in modo diverso: si coltiva al meglio il piccolo seguito di culto e si cerca di cogliere ogni opportunità senza però costringere l’artista a snaturarsi”. E loro, i “clienti”, collaborano? “Sì, perché il contatto è diretto. Quando lavori in una casa discografica e sottoponi le tue richieste al PR che sta a New York, sai già che sarai l’ultimo della fila”. Più facile o più difficile lavorare sull’estero? “Più facile, perché il rapporto con i media dà meno problemi. Le due parole chiave che qui dettano legge nei rapporti con la stampa, anteprima ed esclusiva, là non esistono. Non c’è l’ossessione, tipica nostra, di arrivare prima degli altri sulla notizia, che fa perdere il gusto per l’approfondimento. E poi con i media stranieri c’è grande facilità di relazione: se cerco al telefono il caporedattore dell’Observer, di Le Monde o di El Pais si fanno trovare e mi rispondono subito. Non mi è mai capitato di litigare”. In Italia però questo lavoro non lo fa nessun altro… “No, perché ci vogliono alcuni requisiti essenziali: conoscenza delle lingue e dei mercati esteri (prima di tornare in Italia Capelletti ha lavorato a Buenos Aires, Mosca, in Olanda e in Belgio), costruzione di un rapporto di fiducia con l’artista e il suo entourage: che alla fine si rende conto del fatto di non poter avere in mano gli strumenti per conoscere tutti i mercati del mondo, e si fida di quello che gli diciamo noi”. Sembrerebbe un’isola felice… “Lo è, tutto sommato. C’è da farsi venire il mal di testa a far quadrare fusi orari, impegni e richieste, ma le soddisfazioni sono tante. Non sarebbe male lavorare sull’estero anche per qualche artista italiano: promuovere qualcosa che arriva da casa tua è sempre un motivo di orgoglio”.
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