Il Nord-est e i suoi problemi nel terzo album dei trevigiani Estra, in uscita a fine aprile

Il Nord-est e i suoi problemi nel terzo album dei trevigiani Estra, in uscita a fine aprile
Lo studio è quello - ormai celebre - di Rubiera, l‘Esagono, un oasi dedicata alla registrazione nella campagna tra Modena e Reggio Emilia. Qui hanno inciso quasi tutti i big italiani, qui Ligabue ha registrato il suo “Rane a Rubiera blues”, finendo per rendere produttivo anche l’assordante gracidare delle rane che - nello stagno adiacente allo studio - in primavera e in estate si fanno sentire. Le rane non ci sono però nei giorni di gennaio e febbraio in cui gli Estra - Giulio Estremo Casale, Abe Salvadori, Eddy Bassan, Nicola Accio Ghedin - sono stati impegnati a registrare il loro terzo album, in uscita a fine aprile. Con loro, in sala, Jim Wilson, già engineer di Bob Mould e degli Sugar, per tentare di coniugare insieme tecnologia e tradizione, sperimentazione e potenzialità live mettendole insieme in un suono che per molti versi gli Estra sentono - finalmente - come il loro.
L’accoglienza che il gruppo riserva al drappello di giornalisti andato in visita è cordiale e calorosa, e dopo i saluti, si passa subito ad ascoltare qualche traccia del nuovo lavoro. Si parte con “Piombo e petrolio”, brano che quasi certamente aprirà l’album, definito da Giulio «un viaggio nel nostro nord-est, che poi a guardarlo bene potrebbe essere un posto che si trova ovunque. Piombo e petrolio sono il simbolo di quello che una persona è disposta ad ingerire per rendersi presentabile, per normalizzarsi ed avere successo». Sorprende l’andamento quasi blues, molto ‘scuro’ - caratteristica questa che avranno in comune tutti i brani ascoltati - con la voce prima in evidenza che poi nel ritornello diventa pura sonorità, rientrando nell’impasto degli strumenti. Il pezzo si conclude con un break di pianoforte suonato da Michela, tastierista degli Scisma («lei e Paolo, il chitarrista del gruppo, sono stati molto carini e disponibili. C’eravamo conosciuti durante una serie di concerti e così ci è venuto naturale chiedere loro se volevano fare qualcosa sul disco. Sono venuti insieme qui a Rubiera e in un giorno abbiamo fatto tutto», spiega Giulio), ma in generale è proprio il suono a convincere.
Dicono gli Estra «finalmente abbiamo potuto dare corpo a quello che avevamo in mente. Se il nostro precedente disco, “Alterazioni”, era un album che faceva il punto sull’essenza del gruppo, e finiva per essere necessariamente un disco in bianco e nero, su questo nuovo lavoro ci sono finalmente i colori. Lavorare con Jim Wilson ha significato anche questo, avere la possibilità di lavorare liberamente senza un produttore che ti dice «queste cose in Italia non funzionano, forse dovremmo evitarle...». Jim ci mandava in sala e diceva «registrate, poi vediamo...», e alla fine abbiamo tenuto quasi tutto, comprese cose che magari tecnicamente sono imperfette ma suonano benissimo». Segue l’ascolto di “Diversa e perversa”, un brano che potrebbe diventare un singolo radiofonico - nelle intenzioni della casa discografica - e che vede Giulio giocare molto con l’interpretazione, lasciando ruotare in bocca il suono di parole che dicono «che gusto c’è a consumarsi sempre più...». Un’altra canzone è “Signor Jones”, una ballad aperta ad ogni tipo di contaminazione, altro esempio della libertà creativa che il gruppo ha scelto di privilegiare: «Crediamo di non avere molti riferimenti con quello che succede sulla scena rock italiana», dicono i quattro. «Vediamo sempre più giovani bands farsi i conti i tasca, e per reazione ci viene voglia di tirare fuori tutta la nostra spontaneità, a partire dai suoni. Abbiamo deciso di rinunciare all’automazione nel missaggio perché le macchine fanno perdere parte del suono. Così mixeremo il disco manualmente, come si faceva una volta».
Per l’album sono state registrate 21 canzoni, scelte in una rosa di 30 composizioni che il gruppo si trovava ad avere pronte alla vigilia di entrare in sala. Dopo aver ascoltato “Che vi piaccia o no”, si arriva alla title-track, introdotta da un discorso sul nord-est e le sue problematiche: «l’album si intitolerà “Nord est cowboys”», spiega ancora Giulio, «e sarà il nostro resoconto da quel mondo in cui viviamo dalla nascita, un mondo dominato dal culto del dio danaro, dove il nostro sindaco si atteggia a sceriffo, organizza ronde notturne antiprostituzione, chiede alle prostitute il certificato di ‘sana e robusta costituzione’ e smonta le panchine dai parchi per non farci dormire gli extracomunitari. È un disco che riflette una realtà locale, ma al tempo stesso internazionale: ad esempio, parlando con Jim, che è texano, ci siamo resi conto che i problemi sono gli stessi. C’è una dimensione di deriva culturale provocata dall’idea di ‘normalità’: le brave persone sono soltanto quelle che lavorano 18 ore al giorno per costruirsi casa e famiglia, il resto va emarginato e se possibile soppresso. Treviso è una città che ha rinunciato ad alcuni punti di riferimento culturali, mandati via per il solo fatto di essere omosessuali. Parlando con Vinicio Capossela, che partecipa a questa canzone, ci siamo trovati d’accordo sul senso di appiattimento che impera nel nord est, e che salva soltanto chi produce». Quando parte, il brano “Nord est cowboys” si rivela essere la cosa migliore ascoltata fino a quel momento: l’andamento rock lascia nel finale il posto ad una cantilena recitata da Capossela, dove si parla di balene bianche con riferimenti neanche troppo velati a quello che è sempre stato un feudo della Democrazia Cristiana. C’è ancora tempo per ascoltare “Surriscaldando mia madre”, metafora dell’effetto serra la cui durezza è stemperata dall’intervento di un quartetto d’archi, adoperato in diversi brani dell’album. Poi si va tutti a pranzo e, dopo un po’ di chiacchiere, si torna a casa.
Gli Estra non sono cambiati: dietro la maggiore libertà e apertura del suono ci sono sempre le loro canzoni, imperniate sul concetto di alienazione e diversità, sull’urgenza di comunicare la propria diversità e l’intenzione di non scendere a patti con l’omologazione. Anche dal punto di vista espressivo il gruppo sceglie di andare in controtendenza: laddove molti gruppi di rock italiano hanno sentito il bisogno di scendere - soprattutto per quanto riguarda i testi - ad un livello di maggiore comprensibilità, gli Estra - come del resto i Marlene Kuntz, ai quali si ‘apparentano’ volentieri - tengono alta la guardia della loro specificità, mescolando narrazione e poesia, crudezza e metafora. Perché, dicono «chi viene ai nostri concerti si riconosce in quello che cantiamo, magari si incazza anche, ma torna a casa euforico, con il cuore aperto, per provare a vivere davvero la propria quotidianità, senza dover necessariamente arrendersi a quello che c’è fuori».
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