Anais Mitchell: 'L'America diversa da Starbucks e McDonald's'

Anais Mitchell: 'L'America diversa da Starbucks e McDonald's'
Si chiama Anais e vive a Montpellier, ma la douce France non c’entra. La giovane e graziosa signora Mitchell, 25 anni, è una cantautrice americana fino al midollo che vive in un piccolo villaggio del Vermont assieme al fresco sposo, anche lui musicista nonché animatore di un music club. Ama il teatro e la letteratura (tra un’intervista e l’altra si estrania nella lettura de “I fratelli Karamozov” di Dostoevskij), i musical di Stephen Sondheim e le canzoni di Gillian Welch, Ron Sexsmith e Richard Thompson, che ha appena scoperto dopo aver aperto un suo concerto negli Stati Uniti. E’ l’ultima scommessa della generosa Ani DiFranco, che le ha appena pubblicato il nuovo disco “Brightness”, e qualche giornalista americano l’ha già definita una delle migliori cantautrici “post 11 settembre” per la capacità di riflettere in musica e parole lo stato d’animo di una nazione e di una generazione lacerate dalle inquietudini del presente. Ci si riconosce, in questa definizione? “In un certo senso sì, anche se non voglio essere così presuntuosa da pensare che quel che esprimo con la mia musica incarni i sentimenti di una intera generazione. La title track del mio primo album, oggi fuori catalogo, si intitolava ‘The song they sang… when Rome fell’ (“La canzone che cantavano quando cadde Roma”) e in fondo parlava proprio di questo: del dopo 11 settembre, del sentirsi parte dell’impero, nel ventre della bestia. Il disco successivo, ‘Hymns for the exiled’, era una raccolta di canzoni molto politiche, una risposta alle cose che stavano accadendo dopo quella tragedia, la guerra in Iraq e tutto il resto. ‘Brightness’, invece, è più personale e introspettivo, probabilmente riflette un mio desiderio temporaneo di voltare le spalle alla politica. Un atteggiamento comune, credo, a tutti coloro che hanno provato un profondo senso di sconforto dopo la rielezione di Bush. Però credo che tutte le mie canzoni provengano dallo stesso luogo: anche quando parlo di politica, anche quando racconto la storia di qualcun altro, il punto di partenza sono sempre canzoni d’amore, brani che descrivono una mia personale emozione e che poi magari prendono una direzione differente. Anche in questo album ho provato a scrivere un paio di pezzi politici, ma a un certo punto le parole, il linguaggio, hanno preso una forma diversa da quella che mi aspettavo. L’ultimo pezzo, ‘Out of pawn’, è un esempio: ero intenzionata a scrivere una filippica su quello che è accaduto a New Orleans dopo l’uragano Katrina, ma alla fine la devastazione della città è rimasta soltanto lo sfondo di una storia d’amore”. Anais è una folk singer, e dunque arriva probabilmente al momento giusto. In tempi di turbolenza sociale e grandi tensioni internazionali, dalla Grande Depressione cantata da Woody Guthrie al Greenwich Village degli anni ’60, il folk è sempre stato lo strumento migliore per veicolare gli umori della gente, la protesta e la speranza. Anais annuisce sfoderando una delle sue risate cristalline: “Spero proprio che sia così! Io tendo a idealizzare quei particolari momenti storici. E uno dei temi principali del mio nuovo disco è proprio il senso di nostalgia nei confronti di certi luoghi e certe epoche in cui l’arte e la cultura hanno vissuto un momento di splendore (la “Brightness” del titolo, ndr). Una canzone come ‘Of a Friday night’ esprime il mio rimpianto per essere nata troppo tardi, o forse troppo presto, e il desiderio che quella fiamma si riaccenda di nuovo. Nel folk underground di oggi ci sono tanti autori interessanti, gente che sa mettere senso e profondità nelle parole che usa: amici come AJ Roach, Danny Schmidt, Rachel Ries. Quanto alla consapevolezza… mi chiedo se chi ha vissuto in prima persona la stagione d’oro del Greenwich Village si è reso conto di prendere parte a un evento storico. Probabilmente no: nelle note di copertina di un suo vecchio disco Bob Dylan ricordava l’epoca in cui Woody Guthrie cantava per il sindacato lamentando il contrasto con la povertà culturale dei tempi moderni… E scriveva quelle cose nei primi anni ’60, che per me restano lo zenith del cantautorato folk!”.
Il tema della nostalgia per un’arcadia delle arti Anais lo ha ricavato da un’altra delle sue letture preferite, la serie di racconti “Alexandria Quartet” dello scrittore inglese Lawrence Durrell. “Non è soltanto bellissima poesia, la sua, ma racconta anche una storia interessante, quella di una comunità di artisti espatriati. Ed è interessante il fatto che i quattro romanzi parlino sostanzialmente degli stessi fatti visti da quattro punti di vista differenti, con diversi strati interpretativi che si accumulano di volta in volta. Mi ha ricordato le prime ballate di Dylan, cose come ‘Who killed Davey Moore?’, ‘The lonesome death of Hattie Carroll’ o ‘Only a pawn in their game’. Le adoro perché non affrontano il soggetto in modo diretto ma lo raccontano da angolazioni diverse, esponendo un complesso di opinioni e non quella di una persona soltanto: alla fine la storia diventa un arazzo complicato. E’ un modo efficacissimo di raccontare, secondo me, perché rispetta l’intelligenza dell’ascoltatore”. Difficile, per una cantautrice che pone così attenzione alle parole delle canzoni, farsi capire da un pubblico che non è di madre lingua inglese? “Le parole, in effetti, sono la forza motrice delle mie canzoni. Senza di quelle non rimarrebbe molto. Ma in Europa, per la piccola esperienza che ne ho fatto, ho verificato un grande rispetto per la tradizione della musica acustica e per la poesia, anche se espressa in una lingua differente. E ho l’impressione che quando mi esibisco la gente capisca che cosa sto dicendo. Perché faccio musica così minimale? Non è che non ci abbiamo provato, con ‘Brightness’, a rendere il suono un po’ più ricco. Abbiamo provato a incidere diverse parti di batteria, per esempio, ma non suonavano quasi mai nel modo giusto, forse proprio a causa della densità dei testi che richiedevano il loro spazio: alla fine quello che abbiamo scelto c’è sembrato il modo più onesto di rendere giustizia alle canzoni. In futuro magari sperimenterò soluzioni più rock, produzioni più elaborate”. L’ambizione non le manca, se da qualche tempo s’è gettata a capofitto nella scrittura, addirittura, di una “folk opera” un cui frammento, “Hades & Persephone”, è già affiorato nel disco da poco uscito. “E’ un progetto che mi entusiasma parecchio”, si infervora Anais. “E’ un’opera vera e propria, non un musical, con diversi personaggi interpretati da altrettanti cantanti. La storia di Orfeo, il folle ottimismo di un personaggio mitologico che attraverso la musica pensa di poter smuovere l’irremovibile, di realizzare l’impossibile, ha sempre ispirato artisti e musicisti. Il mio spettacolo, ‘Hadestown’, è ambientato in una cittadina americana in un’epoca di depressione post apocalittica, con evidenti implicazioni politiche. Ne abbiamo messo in scena una prima edizione lo scorso anno e ripeteremo l’esperienza il prossimo novembre, in una versione riveduta e corretta per cui ho scritto altre canzoni: solo in Vermont, per ora, perché è una produzione troppo costosa da portare in giro. C’è un direttore di scena, una piccola orchestra di cinque elementi, un cast di dieci persone….E’ ancora un work in progress ma prima o poi con Michael Chorney, il mio produttore, ne realizzeremo un album. E’ anche un’esperienza divertente. Io amo la solitudine, e come dice qualcuno la grandezza proviene sempre dalle menti solitarie, bisogna sapersi isolare per incontrare l’arte… Ma ho apprezzato molto il cameratismo del lavorare in gruppo e il fatto che il risultato sia superiore alla somma delle parti”. Lo pubblicherà, forse, la Righteous Babe di Ani DiFranco. A proposito, come l’ha incontrata, Anais? “A 14 anni, appena ho preso in mano una chitarra, le sue canzoni sono le prime che mi sono messa a strimpellare insieme a quelle di Dylan e dei Beatles. Per me lei è stata un modello di ruolo, non solo un’ispirazione musicale. Il suo insegnante di chitarra, Michael Meldrum, fa l’organizzatore di concerti a Buffalo e quando mi ha ingaggiato per uno show in città ha invitato Ani a venirmi a vedere. Incontrandomi, mi ha subito detto che un giorno avremmo potuto fare un disco insieme e io continuavo a pizzicarmi perché pensavo fosse un sogno. Insieme al suo manager mi ha incoraggiato a fare il disco che volevo: se poi fosse piaciuto anche a loro, mi dissero, me lo avrebbero pubblicato”. E se avrà successo modificherà il suo stile di vita? “Non credo, mi piace vivere ai margini piuttosto che al centro della scena culturale. Apprezzo il fatto che dove vivo io la gente non guarda ancora al mondo con il cinismo e il disincanto tipico di un newyorkese, di chi ha già visto e provato di tutto. Da noi c’è ancora ottimismo, speranza, la sensazione che a livello di comunità locale, indipendentemente dalla politica del governo federale, si possano realizzare delle cose. A Montepellier c’è un enorme mercato agricolo, tutti noi cerchiamo di acquistare i prodotti locali. Non abbiamo Starbucks e non abbiamo McDonald’s. Siamo una città che vive in modo indipendente. Se il futuro ha in serbo qualcosa di positivo, credo che arriverà da situazioni come queste”.
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