Woodstock ‘99 e il Museo delle Cere del rock…

Woodstock ‘99 e il Museo delle Cere del rock…
Del finale deludente, caotico e costellato di atti vandalici di Woodstck ‘99 hanno scritto quasi i quotidiani, e anche noi di Rockol l’abbiamo fatto ieri (26 luglio ‘99). Merita di essere ripreso il commento di Gianni Riotta, che “La Stampa” ospita in prima pagina: «Woodstock è da anni un ridente villaggio di artisti e scrittori, popolato d'estate da turisti newyorkesi in cerca di ricordi. Papà manager che già fu Figlio dei Fiori, mamma preside, che da ragazza vestiva la gonna a fiori, protobandiera femminista. Al traino i figli, adolescenti annoiati dal sentirsi ripetere che lì Jimi Hendrix, chitarrista magico, storpiò alle corde l'inno nazionale americano, e là Janis Joplin strillò il suo dolore. E Country Joe McDonald e i Canned Heath e Bob Dylan (arrivò? Non arrivò?) e Arlo Guthrie.
Chissà chi si ricorda tutti i nomi degli artisti che, trent'anni fa, invasero le paciose lande Upstate New York per la tre giorni di "Pace, amore e musica". C'erano la guerra in Vietnam, Nixon alla Casa Bianca, le atomiche nei silos. Il regista Mike Nichols covava il film Il laureato, il sociologo Paul Goodman discuteva le sue tesi sulla gioventù che cresceva nell'assurdo.
L'assurdo era il mondo della plastica, dei grandi. Il sogno una chitarra, capelli lunghi, una ragazza e il ritornello del Ristorante di Alice di Guthrie: "Tu puoi avere tutto ciò che vuoi...".
Sogni, certo. Ma non ridicoli incubi come le violenze da derby di calcio di serie C che hanno imbruttito la replica del Festival, trent'anni dopo. Basta, per favore, con i duplicati al silicone. Gli Anni Sessanta, nella loro versione occidentale con Marcuse e i Beatles, latinoamericana con il Che e García Márquez, est-europea con Dubcek e Milos Forman, ebbero tante illusioni e prepararono tante delusioni. Ma furono belli ed eleganti, dotati di stile come Blow-up di Antonioni, la Mini Minor e la Valentine la macchina per scrivere perfetta di Ettore Sottsass.
Questi presepi commerciali, con divi grotteschi, sono ora da chiudere. Già ci fanno inorridire abbastanza i rockettari sessantenni, con la cintura del dottor Gibaud, che sgambettano per la gerontografia dei palchi. Che altro possiamo aspettarci? La finta invasione di Praga, sponsorizzata da una ditta di fuoristrada? La falsa esecuzione di Guevara con i marchi dei sigari alla moda? Oppure il Maggio Francese riprodotto dai cartoni animati di Cohn-Bendit a Eurodisney?
Tra poche settimane vivremo nel Duemila. Tra cibi transgenici, ingegneria genetica, informatica, telematica e globalizzazione stiamo attraversando più rivoluzioni di quante se ne potevano sognare tra concerti, dimostrazioni e proteste negli Anni Sessanta. Restiamo con i piedi nel futuro. "I tempi stanno cambiando" ci ammoniva allora Dylan e aveva ragione. E un leader delle Pantere Nere gridava "cogliete il tempo". Aveva ragione anche lui. Lasciamo il Museo delle Cere del rock ai nostalgici dell'altro ieri e cogliamo il nostro bellissimo, assurdo, difficile ed emozionante presente».
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