Gino Paoli canta jazz: 'L'unica musica non in crisi'

Gino Paoli canta jazz: 'L'unica musica non in crisi'
C'è una gran voglia di jazz in giro ("incredibile", dice Enrico Rava, "per festival, concerti, nuovi talenti e domanda del pubblico in questo momento siamo davanti alla Francia e primi in Europa, le riviste internazionali ci portano in palmo di mano, anche Veltroni a Roma sta facendo un gran lavoro: credevo avrebbe saturato il mercato con la sua Casa del Jazz, invece il pubblico risponde alla grande"). Ma per Gino Paoli, che con lo stesso Rava, l'altro trombettista Flavio Boltro, Danilo Rea (pianoforte), Rosario Bonaccorso (contrabbasso) e Roberto Gatto (batteria) ha appena pubblicato un delizioso album dal vivo in cui reinterpreta dodici standard, suoi e altrui ("Time after time", "Stardust", "I fall in love too easily"), è una passione antica e una cosa che viene naturale: perché "playing jazz is like piss off", come gli disse Lester Young tanti anni fa, quando a sedici anni ebbe il coraggio di avvicinarlo in albergo dopo un concerto a Genova. "Il mio amore per questa musica è nato nel 1945-46, in pratica in tempi preistorici. Davanti a casa mia parcheggiarono prima i carri armati tedeschi, poi quelli americani: la musica che usciva dai primi è meglio dimenticarla, dai secondi sentivo arrivare la tromba di Louis Armstrong. Io, Luigi (Tenco) e Bruno (Lauzi) andavamo al porto, i soldati americani erano sempre ubriachi ma tutti sapevano suonare. Poi, la prima volta che mi esibii alla Bussola, il mio pianista di allora, Sergio Sandrini, mi mandò a quel paese lasciandomi senza orchestra: per fortuna intervenne Renato Sellani ("special guest" nel nuovo disco) a darmi una mano. Da giovane scrissi anche un pezzo jazz su Billie Holiday, 'Signora giorno', ci sono affezionato e prima o poi ci rimetterò mano. Cinque anni fa, infine, quando chiesero a Rava di scegliere un cantautore con cui fare un concerto a Brescia, mi fece l'onore di scegliere me. Siamo diventati amici, e tutto è partito da li. L'amicizia e il divertimento, oggi, devono essere le ragioni per continuare a far musica".
ll "tutto" a cui Paoli si riferisce è appunto un disco dal titolo plurievocativo di "Milestones" (Miles Davis, i "Sassi" di Paoli, i musicisti coinvolti che sono pietre miliari del jazz e della musica italiana...), appena uscito per la prestigiosa Blue Note ("Per me", spiega Paoli, "c'è anche un risvolto romantico: i primi 45 giri extended play di Chet Baker e Gerry Mulligan che comprai uscirono su quell'etichetta"), poi una serie di concerti tra giugno e settembre (il primo è in programma il 15 giugno in Piazza Vecchia a Bergamo Alta) in cui Rava e Boltro si alterneranno secondo disponibilità. "I pezzi cambieranno di sera in sera, è questo il bello del jazz. Ora per esempio vorrei includere 'I should care', le canzoni di Sammy Cahn mi corrispondono in maniera particolare. I nostri sono incontri nel senso letterale del termine: tutti hanno i loro impegni, ho comprensione per quella povera ragazza che deve mettere insieme il calendario". Siccome di incontro si parla, tutti hanno qualcosa da dire (oltre che da suonare), dopo un breve ma piacevolissimo showcase alla Salumeria della Musica in cui Paoli & co. (Boltro non c'è) snocciolano con classe ed eleganza rare "Time after time", "Che cosa c'è" e "Senza fine", quest'ultima chiusa da una vibrante improvvisazione strumentale. "Il repertorio l'ho scelto io all'80 %", spiega Rava. "Per me le canzoni di Paoli sono tra le più belle del dopoguerra, non solo in Italia, 'Senza fine' soprattutto. Sono estremamente 'suonabili', e poi sono la colonna sonora della mia tarda adolescenza, insieme a quelle di Joao Gilberto e di Marino Barreto Jr.". "Sono canzoni dalle melodie bellissime, incise nell'universo", aggiunge Bonaccorso. "Talmente pulite che il miglior servizio che gli si può fare è di aggiungerci il meno possibile. Sono standard, gli standard di Gino: e noi jazzisti le suoniamo come suoneremmo un blues, o una ballad. Non c'è niente di organizzato, improvvisiamo e non sappiamo dove andiamo a finire: è musica totale". "Abbiamo registrato in due giorni, di getto, senza rimaneggiamenti", chiosa Gatto. "Gino sa di jazz molto più di quanto la gente pensi, come tutti i grandi cantanti di tradizione canta senza preoccuparsene troppo".
Così, in fondo, senza troppi calcoli e programmi, nasce tutta la buona musica. "Oggi i ragazzi mi avvicinano chiedendomi come si fa ad avere successo", racconta Paoli. "La musica non è più un fine, ma un mezzo per qualcos'altro. E la mia unica risposta è: continuate a suonare. La musica vive una crisi enorme, ma il jazz no: i locali dove suonare ci sono eccome". Manca magari il repertorio nuovo, gli standard sono fermi ai '60, ai '70..."Per forza, è un fatto economico. Trovato un successo si innesca la ripetitività, escono 15 dischi tutti uguali uno all'altro. Una volta c'erano venti case discografiche, oggi sono rimaste in tre: se fallisci con una, dopo il primo colpo non hai più chance. Nessuno può più permettersi di fare come la Ricordi o la RCA di una volta, non c'è più un Lucio Dalla che pubblicò sette dischi prima di avere successo. Il problema è che sui dischi si fanno spese americane per vendite italiane: lo diceva Bruno Lauzi, arguto come sempre".
Dall'archivio di Rockol - Gino Paoli racconta il doppio album “Appunti di un lungo viaggio”
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