Gianna Nannini: 'La mia opera è una vendetta contro il mondo maschilista'

Gianna Nannini: 'La mia opera è una vendetta contro il mondo maschilista'
L’ha coltivato con (im)pazienza per undici lunghi anni, Gianna Nannini, il sogno di un’“opera lirica moderna” (“perché non è un musical, e nemmeno un’opera rock”) ambientata nella sua Toscana, prima che qualcuno le desse finalmente retta. Manager e discografici la prendevano per matta e giravano la testa dall’altra parte, Mariolina Marcucci (la fondatrice di Videomusic) voleva farne un film ma non sapeva dove trovare i soldi, e intanto il tempo passava: finché a cambiare le carte in tavola non sono arrivati il grande exploit commerciale di “Grazie” (ora uscirà anche in Inghilterra, con “Sei nell’anima” che diventa “Hold the moon”) e il coinvolgimento di David Zard, il re del musical all’italiana a cui tutti danno molta retta da quando il “Notre dame de Paris” versione Cocciante-Panella ha inanellato una serie di tutto esaurito. “Lui”, spiega la Gianna seduta al tavolo di un sushi restaurant milanese dove è di casa, “è stato importantissimo: ha aperto le porte all’opera pop, cantata in modo naturale e non forzato, a cui tutti e non solo i melomani possono finalmente avvicinarsi”. Anni prima la rocker senese aveva conosciuto Pia (che coincidenza…) Pero, “scrittrice e giardiniera” che le aveva fatto avere in omaggio un suo libro, “Diario di Lo”, ritenendolo adatto alla sua sensibilità. Conosciutesi e scoperta una comune passione per la storia bella e tragica di Pia de’ Tolomei cantata da Dante nel V Canto del Purgatorio, le due neo amiche hanno intrapreso un viaggio iniziatico nel luogo della sua morte, il castello di pietra maremmano appartenuto al marito Nello D’Inghiramo dei Pannocchieschi e lì, sette anni fa, si son decise a musicare quella storia ancora attuale di gelosia e di passione, di inganno e crudeltà, di morte e riscatto spirituale. “Che noi”, raccontano le due compari con un senso di complicità tangibile e bello a vedersi, “abbiamo voluto ribaltare nella prospettiva, raccontandola dalla parte delle donne”: ora in un disco, “Pia come la canto io”, appena uscito nei negozi; successivamente con un’opera vera e propria che il prudente Zard annuncia genericamente per il 2008 (“data e luogo del debutto”, spiega il promoter, “sono ancora da definire. E’ come una partita a scacchi, dobbiamo procedere mossa per mossa saggiando le reazioni della gente e comportandoci di conseguenza”: ma intanto sogna già un debutto in Piazza del Campo a Siena, con 700 persone in scena e una diretta tv, e di raccogliere per strada, tramite audizioni da tenersi città per città, cantanti, ballerini, anche aspiranti tecnici di palco).
Sarà, questo è sicuro, un’opera diversa dal solito, come lo è il disco della Nannini: “Nell’opera classica, che è sempre scritta da uomini, alle donne spetta immancabilmente un ruolo marginale: anche vocalmente, costrette come sono a cantar da soprano”, spiega l’autrice (delle musiche, mentre testi e “libretto” sono della Pera). “Io amo Verdi e ho sempre preso ispirazione dalle romanze di Puccini, ma questa è la mia personale vendetta verso un mondo maschilista”. “Abbiamo studiato le fonti”, aggiunge Pera, “ma lasciando perdere le riletture colte alla Donizetti e alla Yourcenar. La nostra Pia è una peccatrice passionale, se vogliamo, non quella preraffaelita e vezzosa di altre rappresentazioni”. “Siamo risalite”, riprende Gianna, “alle radici popolari e contadine della tradizione orale adattando gli elementi del racconto ai tempi moderni. Qui al posto della malaria c’è l’Aids, mentre le guerre di allora, anche quelle tra i sessi, assomigliano a quelle di oggi: il Medioevo è sempre dietro l’angolo. Quando Pia mi ha sottoposto i suoi primi ‘bruscelli’ (forma tradizionale di canto contadino) in ottava rima, ho capito subito che quel fraseggio era nelle mie corde, mi veniva assolutamente naturale. Sarà che mia nonna era maremmana, e che ho imparato a cantar per strada. E questo è un disco nato con la voce, che deve tornare a essere il nostro marchio di riconoscimento rispetto all’America. Mentre mettevo giù le prime basi al computer avevo già chiara una visione. Ho sempre lavorato in questo modo, seguendo il mio intuito. Me l’ha insegnato Conny Plank: non è più qui, ma sono convinta che sia stato lui a indicarmi la strada. Conny, come in seguito Dave Allen (sound engineer del disco) mi ha fatto scoprire la mia matrice nera, che in me si sposa al melodramma. Ecco perché la mia Pia è anche un po’ nera, anzi incazzata nera! Per me, tra musica popolare e rock non c’è confine, anche l’hip hop in fondo attinge alle stesse tecniche improvvisative dell’ottava rima. Un giorno, in Nepal, cantavo una canzone di Janis Joplin e una contadina mi ha fermato per strada. Io in cambio ho registrato le donne che lavorano nei campi, pestando i mortai che servono ad aprire i chicchi di riso. Quei suoni sono diventati dei loop che ho usato nelle mie canzoni”. Undici capitoli, undici “movimenti” di un work in progress (“l’ho detto a Gianna: perché l’opera sia completa ci vogliono altre tre canzoni”, dice Zard) che, come nello stile dell’autrice, favoriscono la coraggiosa commistione di stili e generi: l’elettronica di Sascha Ring e il “radical folk”, le ghironde e l’hip hop del collettivo Vagabond (già visto sul palco del Festival di Sanremo), il rock e la voce campionata di Caterina Bueno (che alle due autrici ha regalato il suo prezioso sapere in tema di musica popolare), i cori e gli arrangiamenti di archi e chitarre elettriche di Wil Malone, “l’unica persona che conosco capace di farlo in questo modo, dai tempi di ‘Tommy’ degli Who”.
Ha registrato anche qualche traccia a Teheran, Gianna, “e fuori dallo studio anch’io dovevo mettermi il velo. Siccome le donne non possono esibirsi in pubblico, eravamo costretti ad andare ad ascoltare la musica a casa di qualcuno. E’ una situazione difficilissima, ‘Voce prigioniera’ parla proprio di questo: io cerco di dare il mio contributo sostenendo un’organizzazione che si chiama We Change”. Mentre era all’estero è morto anche il suo babbo, a cui ha dedicato il disco: “La notizia”, racconta, “mi ha raggiunto mentre mi trovavo a Belgrado a mixare ‘Settimanina’ con un cantante macedone giovane e bellissimo”. Ora è talmente dentro la parte, quasi compenetrata con la sua Pia de’ Tolomei, che si sente pronta a farle da gregaria, a tirarle la volata per poi mettersi da parte e lasciare tutto in mano a Zard e al suo staff. “Non è un percorso facile, quello che abbiamo scelto. Abbiamo seminato sul cemento e ci vuole del tempo prima che cresca qualcosa. Per questo abbiamo fatto uscire il disco, prima. E per questo farò una serie di concerti in cui lo proporrò dal vivo, tra agosto e settembre, con i Vagabond, il gruppo rock, il musicista elettronico di Berlino e l’orchestra. Il pubblico avrà tempo di imparare le canzoni, e anche se a teatro si sta seduti potrà interagire, partecipare, cantare. Io sono il veicolo per rendere queste musiche conosciute. Poi lascerò che loro e Pia vivano di vita propria”.
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