Le major e il DRM: le ultime da Chicago

DRM sì, DRM no. La convention nazionale dell’associazione dei rivenditori di dischi americani (Narm) in corso in questi giorni a Chicago è l’occasione per fare un punto aggiornato su come la pensano le major musicali a proposito del tema più dibattuto del momento nell’ambito della musica digitale: in un “panel” dedicato all’argomento e seguito da una sessione a domande e risposte con il pubblico Barney Wragg, il dirigente EMI che ha convinto la società inglese a spezzare il fronte compatto del Digital Rights Management (vedi News), ha difeso la sua idea sostenendo che “creerà un campo concorrenziale più livellato”, che “l’industria si era ritratta in un angolo e in una posizione insostenibile” e che “la protezione offerta dal DRM in realtà serve soltanto a frustrare il consumatore”.
Sul versante opposto della barricata si è schierato Thomas Hesse, dirigente di Sony BMG, il quale ha ribattuto che “barattare l’interoperabilità con il DRM non è la mossa giusta da fare, e dopo di quello tornare a un mondo protetto diventerà difficile”. “Non vogliamo”, ha aggiunto, “che il mondo intero diventi come il dormitorio di un college, dove tutto può essere clonato senza limiti”. Sulla stessa lunghezza d’onda è Michael Nash di Warner Music, secondo cui il DRM non solo è necessario ma può anche contribuire all’innovazione e allo sviluppo di nuovi business. Più diplomatica e possibilista, infine, Amanda Marks di Universal Music: la società di casa Vivendi, ha fatto sapere, sta proseguendo i suoi test sulla distribuzione di musica digitale senza DRM, e “l’interoperabilità resta il nostro obiettivo. Siamo tutti d’accordo che avere più concorrenza nel retail sarebbe una bella cosa, ma la domanda è: le vendite cresceranno abbastanza da compensare la contrazione (provocata dalla pirateria, ndr) ?”. La dirigente di Universal ha incolpato certe aziende tecnologiche ("sapete chi siete") di rallentare la soluzione del problema, ma ha anche voluto offrire un motivo di speranza a tutti i distributori e commercianti di musica. “Conserviamo un impegno nei vostri confronti”, ha concluso la Marks. “Non appartenete al passato remoto, non siete venditori di macchine da scrivere”.
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