Dieci anni di MBO: Mario Ragni rimembra...

Dieci anni di MBO: Mario Ragni rimembra...
Mario Ragni, 61 anni da compiere, è uno della vecchia guardia (uno dei pochi rimasti). Cresciuto nell’epoca romantica in cui i discografici erano spesso e prima di tutto uomini di musica. Magari dispotici, a volte umorali e paternalisti ma anche coraggiosi, creativi e appassionati, gente che i cantanti e gli artisti li adottava come figli scegliendoli d’istinto, non in base ai budget o cercando di immaginare quanto potessero piacere a radio, tv e riviste patinate. Fidandosi dell’intuito e delle proprie reazioni spontanee, i brividi che increspano la pelle e i peli che si rizzano sul braccio per l’emozione. Altri tempi, altri modi di vivere il mestiere. Dieci anni fa, dopo che i tedeschi di BMG si erano insediati nella sede storica della Ricordi di via Berchet, fu subito chiaro che per uno come lui, svezzato negli anni ’70 alla mitica CGD di via Quintiliano, lì dentro non c’era più posto: detto fatto, il 3 aprile del 1997 venne licenziato senza tanti complimenti. Stretto all’angolo, Ragni non si diede per vinto. Subentrò accanto al fratello in una società di edizioni preesistente che si chiamava Mombarone, l’anno dopo ne cambiò il nome in MBO: e oggi, a dieci anni di distanza, la sua minuscola casa discografica e di publishing è ancora lì, segno che le cose hanno funzionato.
Ma torniamo al ’97… “Allora”, racconta Ragni, “mi resi conto che un periodo bello e per certi versi irripetibile della mia vita era finito per sempre. All’inizio non mi capacitavo dei motivi per cui avevano deciso di liberarsi di me, in fondo avevo appena portato in casa un grande cantautore come Daniele Silvestri…. Poi me ne sono fatto una ragione: nella mentalità dei dirigenti BMG dell’epoca un uomo di cinquant’anni era già troppo vecchio per fare il direttore artistico. Fatto sta che loro sono scomparsi dalla circolazione mentre io sono ancora qui. Due giorni dopo il licenziamento mi davo già da fare per creare la mia società. Non ce l’avrei fatta senza la persona che da undici anni è la mia compagna di vita e di lavoro, Olly Coppeno. E’ stata lei, con la sua esuberanza e la sua energia inesauribile, a darmi la forza di superare un momento psicologicamente devastante. Subito si fecero vivi gli amici e gli artisti con cui avevo lavorato: tutti meno uno, di cui non voglio fare il nome. Poi cadde improvvisamente il silenzio, di colpo mi ritrovai fuori dal giro. Ci ho messo degli anni prima di poter rientrare”. Il momento di svolta? “La vittoria di Marco Masini al Sanremo 2004 con ‘L’uomo volante’. Quella notte sono finalmente guarito dal trauma, sono uscito dal mio inferno”.
I primi passi del Ragni “solista”, a dire il vero, erano stati incoraggianti: le ristampe dei vecchi dischi di Celentano, che allora erano in mano alla RTI, compilation di rarità come il "Mina latina" realizzato in collaborazione con la Warner. “Fu grazie ad Antonio Nocera che la RTI ci affidò il lavoro di ricostruzione del catalogo del Clan, e un celentanologo come me non poteva chiedere di meglio. In un mese Olly recuperò i testi di 130 canzoni che prima di allora non erano mai stati pubblicati nei suoi album, e così cominciammo a gettare anche le basi della collana ‘Le origini’. Ringrazio anche Franco Dal Dello della Peer Southern, fu lui a concedermi il repertorio che aveva in licenza per il disco latino di Mina. E poi Piero La Falce e Nino Rossi, che quand’erano in Universal mi fecero un contratto di distribuzione che prosegue oggi e non scadrà prima del 2012. Sono lieto di aver collaborato in questi anni con tutte le major, ma anche con la Carosello per ‘Mina gold’ e con Caterina Caselli Sugar per il tributo a Pierangelo Bertoli. In MBO sono passati Orietta Berti (per un disco realizzato in collaborazione con la Sony), poi Edoardo Vianello, i Dik Dik, la Formula Tre e il jazzista Massimo Moriconi, autore di un bellissimo album su cui cantarono anche Mina e Fabio Concato. Ho sempre mantenuto buoni rapporti con tutti, anche con quelli che per anni mi avevano ignorato. Fa parte del gioco, e alla fine la ruota gira. All’ultimo Sanremo ho incontrato Piero Cassano, negli anni ’60 frequentavamo ragioneria insieme. Ci siamo parlati, abbiamo trovato un accordo e sarà la MBO a pubblicare tra ottobre e novembre il nuovo progetto dei Matia Bazar; abbiamo acquisito anche i diritti sui loro ultimi quattro dischi, quelli da ‘Brivido caldo’ in poi”.
La sfida più difficile, in questi dieci anni? “Imparare a fare l’imprenditore, io che avevo sempre fatto il dipendente e poi il dirigente di una grande azienda: viziato, anche, dai successi che avevo ottenuto. Ho commesso degli errori, naturalmente, ma ho fatto esperienza e imparato a far quadrare i conti, a tenere i piedi per terra e a non sprecare il denaro. La MBO io e Olly la gestiamo da uno scantinato di casa mia, siamo partiti senza una lira e lei tiene in piedi da sola l’ufficio stampa, i contatti con le radio, le tv e la stampa. Quando arrivò Masini, nel 2003, eravamo pronti a gestire un artista del suo calibro. Ci siamo anche presi delle belle soddisfazioni: il disco con ‘L’uomo volante’, ‘Masini’, vendette oltre 110 mila copie, quello in coppia con Tozzi veleggia sopra le 50 mila: cifre che, considerati i nostri costi ridotti all’osso, equivalgono come redditività a un milione di copie per una multinazionale. Certo, facendo l’imprenditore di me stesso ho perso qualcosa: il tocco magico per la musica che avevo quando facevo il direttore artistico a tempo pieno”.
Quel “tocco magico” che gli ha permesso di scoprire Masini e Aleandro Baldi (“Quando alla Ricordi non lo volevano a causa del suo handicap fisico, diedi le dimissioni: poi l’ebbi vinta io”), di mescolare e combinare voci e talenti, la sua vera specialità: il trio Morandi Tozzi Ruggeri, Tozzi con Raf, Vandelli con i Dik Dik e i Camaleonti, Baldi con Francesca Alotta, Bertoli coi Tazenda, fino alla recente collaborazione tra Tozzi e Masini: “Alla base c’erano sempre le canzoni, ‘Si può dare di più’, ‘Gente di mare’, ‘Come passa il tempo’, ‘Spunta la luna dal monte’, anche se lì è stato Angelo Carrara ad avere il merito di averci creduto fino in fondo”. E i giovani talenti? Non lo interessano? “Lì ci vorrebbero tanti soldi, e noi non li abbiamo. Abbiamo coltivato un giovane artista per dieci anni, si chiama Marco Baroni, ma abbiamo dovuto rinunciare ai diritti discografici dopo che i primi singoli non erano andati da nessuna parte. L’ha voluto Fabrizio Giannini della EMI, guarda caso uno della vecchia scuola CGD come me e Stefano Senardi, che in azienda feci entrare io: gente come loro fa ancora la differenza. Oggi invece alla guida delle case discografiche c’è una generazione di trentenni senza memoria storica: magari sono laureati alla Bocconi ma sono freddi, privi di passione. Io sono diventato direttore artistico dopo essermi comprato valanghe di 45 giri e ho avuto la fortuna di imparare dai grandi vecchi, dai Crepax e dagli Sugar. La Ricordi, per me, è stata un’esperienza professionale: il cuore l’ho lasciato alla vecchia CGD, in via Quintiliano 40”. “Giovani talenti comunque ce ne sono ancora, eccome. Se fossi un Abramovic li produrrei tutti io e mi comprerei le radio per farli ascoltare in giro…Ma le case discografiche non li mettono sotto contratto perché non sono radiofonici: e oggi, si sa, in Italia la musica è in mano alle radio, a Mtv, al Festivalbar. Noi abbiamo Jessica Morlacchi, la ex Gazosa: non so dove arriveremo, con lei, ma sul suo talento e sul fatto che sia predestinata al successo mi sento di mettere la mano sul fuoco. Ha intonazione, estensione vocale e un timbro unico, quel che manca in gran parte nel panorama pop attuale: troppe brutte voci, troppi non cantanti in giro. Quando De André o Celentano aprivano bocca ti veniva la pelle d’oca, gente come Baglioni, Renato Zero o Masini il timbro ce l’ha, sa dare personalità e spessore alle canzoni che interpreta. Il problema, oggi, è che manca chi, come me e i miei colleghi di una volta, abbia il coraggio di dire no a tanti aspiranti artisti: così evitavamo facili illusioni e di infrangere i sogni di chi, giustamente, ha poi trovato altrove la sua strada”. Dovranno trovarsela anche i discografici, gli uomini di musica, visti i tempi che corrono? O magari è meglio andare in pensione? “In pensione non potrei andarci neanche se volessi, ho dei contratti da rispettare. Io sto provando a chiudere il cerchio, ad occuparmi dei miei artisti a 360 gradi attraverso la gestione dei diritti discografici, delle edizioni, del management e dei concerti. Di sicuro, come tutti, di qui in avanti dovrò reinventarmi”.
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