Dal Galles: i Crosbi, 'una band che lavora sodo'

Dal Galles: i Crosbi, 'una band che lavora sodo'
Ecco un’altra, fresca coppia di fratelli rock: Andy e Steve Jones, cantante e chitarrista dei Crosbi, perpetuano una lunga tradizione di famiglie musicali. Ma non sono litigiosi come i Gallagher o Ray e Dave Davies dei Kinks, anzi giurano di essere sempre andati d’amore e d’accordo. “Abbiamo formato la prima band insieme ai tempi in cui eravamo ragazzini, in quella situazione abbiamo imparato a tirar fuori il meglio l’uno dall’altro. E poi ci capiamo al volo, senza bisogno di diplomazie e di tanti giri di parole”. Arrivano da Trelawnyd, piccolo villaggio gallese nei dintorni di Wrexham, “la città a più rapido sviluppo della Gran Bretagna” che sta a un tiro di schioppo da Manchester e Liverpool e che negli ultimi anni è percorsa anche da intensi fremiti musicali. “Sì, a Wrexham la scena musicale è decisamente interessante. Probabilmente il motivo è che lì non siamo mai sotto la luce dei riflettori, così per farsi notare le band sentono di dover lavorare sodo” spiegano i due fratellini, che fisicamente neanche si somigliano (viso spigoloso e riccioli neri Andy, faccino nordico e caschetto biondo Steve). Ci si trovano, bene, loro, e non hanno nessuna intenzione di andarsene. Eppure, confessano, è proprio la vita monotona e senza prospettive di certa provincia ad averli ispirati nella realizzazione del loro album di debutto “All in”, uscito lo scorso anno nel Regno Unito e da poco in Italia. Non diventeranno magari la “next big thing” in terra d’Albione, e forse anche per questo gli manca la spocchia di tanti, più vezzeggiati giovani colleghi, ma intanto la stampa locale ne ha parlato in termini lusinghieri e per il loro aguzzo rock chitarristico post wave si sono scomodati paragoni illustri, i La’s e gli Echo & the Bunnymen di Ian McCulloch che Andy ricorda anche molto per il timbro vocale. “La popolarità, il successo? Ognuno fissa i suoi standard, e noi siamo fatti così: ci piace lavorare seriamente. Per qualcuno quel che conta è essere una rock star. A noi invece interessa sempre dare il meglio, si tratti di stare sul palco o di fare un disco”.
Il loro lo hanno inciso per una piccola indie locale (distribuita in Italia da un’altrettanto minuscola etichetta siciliana, la Mechanism Records), ma la cosa non li fa sentire affatto sminuiti rispetto ad altre band della nuova onda. “Oggi anche i discografici delle major ci conoscono”, dicono, “tuttavia per attirare un po’ d’attenzione abbiamo dovuto fare da noi. Perché ci hanno snobbati, all’inizio? Il fatto che non siamo di Londra non è il motivo principale, probabilmente. Forse, perché succedano certe cose, è importante arrivare al momento giusto”, osservano con sano pragmatismo. Vantano tuttavia amicizie altolocate tra i senatori del Brit Rock, tra i loro sostenitori figura gente come Clint Boon (Inspiral Carpets) e l’ex Happy Mondays Shaun Ryder. Com’è andata? “Clint lo abbiamo incontrato nel 2004, era il dj a uno dei concerti che tenemmo allora a Wrexham. Da quel momento è diventato uno dei nostri più infaticabili promotori: ci ha procurato una serata con gli Happy Mondays a Londra, ci ha trasmesso per radio e ci ha persino chiesto di suonare al suo matrimonio. Ancora non ci crediamo”. Li hanno paragonati a decine di band, e si vede che la cosa un po’ li diverte e un po’ li lusinga. Soprattutto se si fa il nome di Echo & the Bunnymen: “Hanno inciso dei bellissimi dischi, e quindi il confronto ci fa piacere. Ma se si parla di influenze, è giusto citare anche i Beatles, e gli Who che per noi sono stati una grande fonte di ispirazione”. Al punto che proprio a un classico di Pete Townshend, “Substitute”, tocca il compito di chiudere l’album come bonus track. Perché? “E’ una gran canzone, e ci siamo divertiti molto a inciderla. Tutto qui”, spiegano i due Jones. Umili, tranquilli ma orgogliosi della musica che hanno confezionato ai leggendari Rockfield Studios di Monmouth, dove prima di loro avevano inciso i Black Sabbath e i Queen, gli Stone Roses e gli Oasis. “Siamo fieri dei concerti che abbiamo tenuto in tanti bei posti e accanto a grandi nomi. Ma poter registrare in quello studio è stata la cosa più divertente di tutte. Sì, per noi far dischi è tutto”.
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