NEWS   |   Pop/Rock / 09/04/2007

Keren Ann: 'Io malinconica? Sì, come chiunque ami l'arte'

Keren Ann: 'Io malinconica? Sì, come chiunque ami l'arte'
Ecco una autentica cittadina del mondo: Keren Ann, 33 anni compiuti a marzo, è nata in Israele da genitori di sangue misto (ebreo-russo il padre, olandese-giavanese la madre), ha vissuto da piccola nei Paesi Bassi e oggi divide gran parte del suo tempo tra Parigi e New York. Parla (e canta) inglese e francese e coltiva amicizie musicali un po’ ovunque, oltre Atlantico e nel Nord Europa. Suona la chitarra, il pianoforte e il clarinetto, ma si intende anche di tecniche di registrazione, si è messa a collaborare con Guy Chambers (il paroliere di Robbie Williams: per un disco interpretato dall’attrice Sophie Hunter) e ha scritto canzoni di successo per Henri Salvador insieme al suo mentore e quasi coetaneo Benjamin Biolay, il marito di Chiara Mastroianni che è anche uno dei nomi più interessanti della nouvelle chanson française, Il precedente “Nolita”, di ispirazione e atmosfere newyorkesi fin dal titolo, l’ha segnalata all’attenzione dei cultori più attenti del nuovo cantautorato. E ancora meglio potrebbe fare il suo quinto e nuovo disco omonimo che la stilosa Blue Note (l’etichetta dei giganti del jazz e di Norah Jones) pubblica il 20 aprile. Tutto cantato in inglese, stavolta: perché, spiega lei, “io scrivo di volta in volta nella lingua che sento rappresentare meglio le mie emozioni. E siccome ultimamente ho vissuto molto a New York, ecco spiegata la scelta”. Ad ascoltare il cd verrebbe da affibbiarle l’etichetta di soundwriter, più che di songwriter, dal momento che nelle sue canzoni il suono conta quanto le parole e le melodie. Keren conferma: “Mi piace scrivere testi e canzoni, anzi ne sento il bisogno, ma la produzione è probabilmente la cosa che mi intriga di più. Per me è la parte più divertente della realizzazione di un disco, quella più avventurosa e sperimentale. E’ importante ‘sentire’ lo spazio, nella musica: per questo prediligo un approccio minimalista e cerco di inserire nello spettro sonoro il minor numero di elementi possibili. Nel primo pezzo del nuovo disco, ‘It’s all a lie’, ho usato una tromba e un coro e sotto la superficie della canzone accadono molte cose. Altre volte, lavorando sul tessuto sonoro, basta un pianoforte per evocare un’atmosfera. Molti musicisti, già dagli anni ’70, sono affascinati dalle possibilità del surround ma io preferisco la riproduzione stereo, l’apertura del suono a 180 gradi, semicircolare”. Fa tutto per conto suo? “Oggi ho più cognizioni tecniche di dieci anni fa, questo è sicuro. Ho imparato cosa bisogna fare per ottenere quel che voglio, e se non ci posso arrivare da sola chiamo un ingegnere del suono professionista. Quando dirigi e registri un coro, per esempio, avere a fianco un tecnico diventa necessario. A volte devi scegliere da che parte stare, se essere l’arrangiatore o l’ingegnere del suono”. Come tanti suoi colleghi e coetanei, la Ann ama approfittare dei vantaggi della registrazione domestica: “Sì, ho un home studio in cui accumulo apparecchiature vintage. Microfoni, preamplificatori, compressori… Ci metto tutta l’attenzione possibile, quando registro, perché un disco per me è un qualcosa che nasce per durare nel tempo, per essere conservato. La musica che si suona dal vivo è un’altra cosa: è effimera, dura lo spazio di un’ora e mezzo. Per questo cambia ogni sera e ogni elemento diventa un ingrediente importante della sua riuscita: il pubblico, l’acustica della sala. E’ un mondo completamente differente”. Siccome però i componenti del suo studio, dopo tanti andirivieni tra Parigi e la Grande Mela, sono attualmente rinchiusi in tanti scatoloni, il disco nuovo Keren l’ha registrato soprattutto in giro per il mondo. “In Islanda, dove mi trovavo per un altro progetto, e poi a Parigi e a Los Angeles, dove ero impegnata su alcune musiche da film. Lavoro parecchio per il cinema, ultimamente ho composto la colonna sonora per un film horror ispirato a Dario Argento. Se la sceneggiatura mi stimola raccolgo la sfida e mi metto al lavoro, non importa se si tratta di un film a grosso budget o di una pellicola indipendente”.
Cresciuta ascoltando Chet Baker, Keren ama “i cantautori americani come Dylan e Springsteen”, e dice di essere influenzata “dalla musica rock dei ’70 ma anche da Gainsbourg, da Lee Hazlewood e da Billie Holiday”. A New York (“una città ancora molto viva, musicalmente”) frequenta una cerchia allargata di amici musicisti (“Per esempio Joseph Arthur, che considero un grandissimo talento”), e forse anche a questo si deve il camaleontisimo di un disco che alterna folk, elettronica ambient, hard blues e persino un pizzico di techno dance, trovando punti di contatto nei testi, zeppi di immagini liriche che evocano mari, coste, venti boreali… “L’eclettismo per me è un fatto generazionale, ed è anche un modo per costruirsi una propria identità. In questo disco in realtà non c’è un tema comune, è solo che le canzoni sono nate in un particolare momento della mia vita e per questo sono legate a determinate esperienze. Per me è come il capitolo di un libro, con un suo inizio e una sua fine”. Assenza e isolamento, però, sono temi ricorrenti… “Perché sono stati d’animo comuni a chi fa il musicista, In un certo senso la nostra vita assomiglia a quella dei marinai, si passa molto tempo in giro per il mondo. E anche per concentrarsi sulla scrittura bisogna starsene da soli: quando scrivo dell’essere distanti e lontani da casa scrivo di cose che conosco perché succedono nella mia vita. Però trovarsi da soli non significa soffrire di solitudine, io ho una famiglia e una vita sociale che considero piena e soddisfacente”. Come la sua amica Françoise Hardy (è stata la leggendaria chanteuse, racconta Keren, a volerla conoscere invitandola una sera a cena), potrebbe essere etichettata come una cantrice della malinconia . La cosa la infastidisce? “Per niente. La malinconia, lo ammetto, è una parte importante del mio modo di esprimermi. Può essere uno stato d’animo confortevole, ti permette di riconoscere e di cogliere certe emozioni, certe atmosfere che non tutti sono in grado di afferrare. Credo che chiunque sia toccato emotivamente dall’arte sia una persona malinconica. Chi non conosce questa condizione dell’animo rischia di attraversare la vita senza accorgersi di un sacco di cose meravigliose”.
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