NEWS   |   Pop/Rock / 28/03/2007

I SoulSavers incontrano Mark Lanegan: 'Siamo anime gemelle'

I SoulSavers incontrano Mark Lanegan: 'Siamo anime gemelle'
Sulla carta è un incontro bizzarro: un reduce dalle guerre grunge in quel di Seattle, inquieto, tormentato e pieno di cicatrici (Mark Lanegan) che incontra due produttori di Manchester innamorati dei beats e delle drum machine, dei soundscapes e della musica elettronica (il loro primo disco si intitolava, non a caso, “Tough guys don’t dance”). E invece funziona, eccome, nel sorprendente nuovo album a nome dei SoulSavers, alias Rich Machin e Ian Glover, curiosamente intitolato “It’s not how far you fall, it’s the way you land” e pervaso di oniriche rielaborazioni gospel, blues e country innestate su suggestivi fondali trip-hop da colonna sonora. Il fatto è che a Lanegan piacciono le sfide, le deviazioni di percorso e le collaborazioni (Queens Of The Stone Age, Isobell Campbell, i Twilight Singers di Greg Dulli), e che ai due inglesi non va di replicare lo stesso disco due volte. “Proprio così”, ci spiega al telefono Machin. “Io amo tutti i generi di musica e non sono di quelli che, una volta trovato un suono, sono ben contenti di costruirci intorno quattro album di fila. Mi interessa collaborare con gente desiderosa di contribuire creativamente a realizzare musica nuova e interessante”. La novità, stavolta, sta appunto nel mix tra musica delle radici e campionatori: “Grazie all’elettronica, entrare in studio e fare un disco di questo tipo è diventato molto più facile di quello che era. Vent’anni fa ci sarebbe voluto un grande studio di registrazione, avrei dovuto ingaggiare un sacco di musicisti e spendere un mucchio di soldi. Oggi invece bastano duemila euro per procurarsi un laptop e un po’ di attrezzature audio necessarie, e i risultati sono simili. L’elettronica ha aperto un sacco di nuove opportunità, e a me piace quanto il jazz e il blues. Amo avere la possibilità di mescolare stili differenti”.
Sarà che, con l’alter ego Glover, ha lavorato a lungo in un negozio di dischi della sua città, ma in questo disco il suo senso di prospettiva storica e l’amore per la musica americana dei Sessanta e Settanta affiorano con evidenza: fin dalla scelta delle cover, con il Neil Young di "Zuma" (“Through my sails”) e gli Stones di “Beggars Banquet” (“No expectations”) affiancati alla intensa “Spiritual” dell’amico Josh Haden (Spain), peraltro già interpretata dal monumento Johnny Cash sul secondo volume delle sue celebri “American recordings”. “Sono dischi che ho ascoltato molto durante le registrazioni di questo album, e che ne hanno influenzato l’umore e l’atmosfera come sempre succede in questi casi. Mettevamo su Young e gli Stones ma anche i Byrds e Gene Clark: tutte cose che nel disco hanno lasciato tracce profonde. Ho suggerito io di includere quelle cover, ma sono canzoni che anche Mark ama molto. E’ facile lavorare con lui perché, come me, Lanegan ha gusti molto vari ed eclettici, e mi ha sorpreso scoprire la sua passione e la sua competenza nel campo della musica elettronica. Ci piacciono Jesus & Mary Chain, John Lee Hooker e John Coltrane ma anche cLOUDDEAD e MF Doom. Ed entrambi avevamo voglia di sperimentare insieme qualcosa di nuovo”. Come a volte capita, racconta Machin, le cose migliori succedono per caso: così il coro gospel che eleva a un piano superiore “Revival”, il bellissimo pezzo che apre il disco. “Quel coro lo abbiamo registrato a Londra e inizialmente lo avevamo ingaggiato soltanto per un altro brano del disco, ‘Paper money’. Un giorno, mentre affrontavo in macchina le tre ore di strada che separano casa mia dalla capitale, ascoltavo il provino di ‘Revival’ e facendo attenzione al testo mi è apparso chiaramente che si trattava di un brano gospel. Così appena arrivato in studio ho chiesto alle ragazze del coro di cantare anche quella. Un puro accidente”. Con Lanegan, Machin e Glover hanno scoperto di condividere altre passioni: in particolare quell’immaginario religioso e dark che sulla copertina si traduce in simboli contradditori di perdizione e riscatto, statuette del Cristo e pistole, banconote e farfalle, dadi e teste di corvo. “Sì”, conferma Rich, entrambi amiamo quel mondo letterario, i romanzi Southern Gothic di Cormac McCarthy, William Faulkner e Harry Crews, scrittori che mescolano elementi religiosi all’immaginario esotico e esoterico di una città come New Orleans. E anche ‘Ask the dust’, uno dei pezzi strumentali del disco, prende spunto dalla letteratura, l’omonimo racconto di John Fante. Non mi definirei una persona religiosa, ma negli ultimi anni la religione è diventata un argomento di riflessione inevitabile, soprattutto se tieni conto del fatto che proprio allo scontro tra dogmi diversi risalgono i problemi più gravi del mondo di oggi. E’ un soggetto affascinante da esplorare, e soprattutto quando vai nel profondo Sud degli Stati Uniti ti accorgi che il modo che la gente ha di porsi nei confronti della religione ha qualcosa di spaventoso”. E il titolo del disco? Da dove proviene? “Eh, mi piacerebbe dire che è farina del mio sacco ma devo confessare di averlo rubato. L’ho preso da ‘La haine’, un bellissimo film francese (“L’odio” di Mathieu Kassovitz). Mi piaceva il sentimento che esprime quella frase”.
Lanegan, con cui i SoulSavers hanno lavorato a Londra e a Los Angeles, presta la sua voce roca e catramosa a tutte le canzoni non strumentali del disco. Ma non è l’unico: ci sono anche Will Oldham, PW Long e Jimi Goodwin dei Doves, un altro nativo di Manchester. “Lui è un vecchio amico, e una volta scoperto che Mark è un grande fan dei Doves mi è sembrato carino invitarlo in studio, un pomeriggio. A mia volta io sono un fan di Will, che non conoscevo di persona. Gli ho mandato un pezzo chiedendogli se sarebbe stato interessato a cantarlo e lui mi ha risposto di sì. Anche lui e Lanegan non si erano mai incontrati prima, e dunque posso prendermi io il merito di averli messi in contatto. L’importante, per me, è che si stabilisca un rapporto tra i musicisti, Non mi piace, di norma, lavorare con gente che si fa vedere in studio un paio di giorni, canta una canzone e poi sparisce per sempre”. Altro punto di contatto con Lanegan: anche i SoulSavers amano la musica notturna, da ore piccole. “La notte è il momento migliore per lavorare, il più produttivo e creativo. Non squilla il telefono, c’è calma e si sta più rilassati. Io sono decisamente un individuo notturno. Ian (Glover) è diverso, lui è sposato e ha dei bambini. Mi lascia fare perché sa che non sono la persona migliore da avere intorno durante le ore del giorno”. Anche in un album di voci come questo, i due non hanno rinunciato alla musica strumentale da cui provengono: spesso di forte suggestione cinematografica. “E’ così, e anzi il cinema è la mia seconda grande passione”, dice Machin. “Ultimamente abbiamo lavorato su un paio di documentari e cortometraggi, e finita la promozione di questo disco vorrei dedicarmi con più impegno alla composizione di colonne sonore. Prima però dobbiamo pensare al tour che faremo con Mark: abbiamo già due date fissate il 13 e 14 luglio a Madrid e Barcellona, con PJ Harvey, Arcade Fire e Jesus & Mary Chain, un cartellone super! Abbiamo appena cominciato a provare con vari musicisti, in questo momento con noi c’è un componente degli Spiritualized e altra gente. Ma è ancora tutto da decidere, ci sono tanti grandi musicisti in giro ma questo non vuol dire che messi a suonare assieme facciano una grande band”. E dopo, che succederà? Con chi vorrebbero incrociare le strade, i SoulSavers? “Sicuramente con qualcuno che non assomiglia a Mark, perché è fondamentale cambiare. Certo che se potessi lavorare con Tom Waits, prima o poi…O con Bjork…Magari riuscirò finalmente a trovare una cantante brava e con tutte le rotelle al posto giusto. Ci credi? Ho passato due anni a cercarne una, il problema è che quelle che ho incontrato io sono tutte matte!”.
Scheda artista Tour&Concerti
Testi