25 anni di Radio Italia: 'E pensare che ci prendevano per matti...'

Venticinque anni fa, ai tempi in cui nasceva Radio Italia, Vasco Rossi sgomitava ancora per farsi conoscere, Battiato spopolava con “La voce del padrone” e “L’arca di Noè”, le ragazzine impazzivano per il bel Miguel Bosè, in discoteca si ballava “I like Chopin” di Gazebo. “E quando iniziammo a trasmettere noi, febbraio del 1982, dovevamo ancora vincere i mondiali di Spagna”, aggiunge il fondatore Mario Volanti. “Era un altro mondo, per la musica e soprattutto per la radio. Nessuno ‘passava’ uno straccio di canzone italiana, molte emittenti addirittura costruivano la loro programmazione sui dischi di importazione, che compravano a Milano da Mariposa. Radio Milano International, addirittura, se li procurava direttamente negli Stati Uniti... Non si può neppure dire che la mia idea di programmare solo musica nostrana fosse in controtendenza: piuttosto veniva considerata una vera follia. Nella cucina di casa mia, da dove tutto era cominciato, venne a trovarmi un giornalista de ‘Il Giorno’: nel suo articolo mi diede appunto del pazzo. Io continuai a pensare che la ragione stava dalla mia parte e ne ebbi la prima controprova quando, a un mese circa dal lancio della radio, annunciammo per la prima volta il numero da chiamare per dediche e messaggi. Il telefono cominciò immediatamente a squillare, capii che un sacco di gente si era messa ad ascoltarci e la pensava come me. Chiamavano da ogni parte d’Italia, perché il nostro segnale arrivava già lontano: a Sud fino a Fidenza e Fiorenzuola, a Est alle porte di Brescia, a Ovest verso Torino. Quanto alla musica… cominciammo con Renato Zero, con Pino Daniele, con Ramazzotti. ‘Adesso tu’ continuiamo a trasmetterla anche oggi”.
Prototipo della radio rassicurante e per famiglie, affidabile e ancorata alle sue tradizioni, un anno e mezzo fa (vedi News) Radio Italia si è nondimeno impegnata in un ambizioso progetto di “restyling” che, dopo i primi tentennamenti, sembra avere portato i suoi frutti: i dati Audiradio raccontano che nel secondo semestre del 2006, dopo un periodo di flessione costante, gli ascolti hanno ripreso a salire. “Era prevedibile che andasse così”, dice oggi Volanti. “Per 22 anni avevamo fatto una radio senza conduttori, è ovvio che il pubblico ci abbia messo un po’ ad adattarsi alla novità e che qualcuno non abbia gradito. E’ come quando la gente è abituata a vederti con la barba e i baffi e di punto in bianco te li tagli: ci sarà sempre qualcuno che ti dice che stavi meglio prima. Ci siamo incamminati su un terreno che per noi era inesplorato, i programmi con conduzione in diretta, appunto, e abbiamo continuato a testare le reazioni del pubblico per apportare qualche aggiustamento in corso d’opera. Il contraccolpo c’è stato, è innegabile. Ma non potevamo fare altrimenti, in passato avevo commesso degli errori. Mi ero lasciato superare dai tempi, e certe situazioni andavano modificate tempestivamente: non potevamo andare avanti senza diretta, continuare ad affidarci a personaggi televisivi che, per i loro altri impegni, venivano in radio una volta alla settimana a registrare tutti i programmi in una volta. E neanche insistere su un tipo di musica che non era la nostra. Eravamo invecchiati, non eravamo più attuali: le rilevazioni Audiradio, ma anche i sondaggi che facevamo tra il nostro pubblico, ce lo facevano capire senza possibilità di smentita. Per questo, il 3 ottobre del 2005 abbiamo cominciato a mettere in pratica il nostro piano di ristrutturazione. Il fatturato non ne ha mai risentito, e neanche gli introiti pubblicitari: ritengo che quest’anno si possa incrementare di un altro 10-15 %. Ma non è questo il punto, per me è più importate riconquistare tutto il pubblico che ci eravamo guadagnati. Ho fatto un calcolo, la nostra media storica nel decennio 1993-2003 è stata di 3 milioni e 880 mila ascoltatori: è a quella che voglio tornare”. Nel frattempo, però, con i concorrenti che si mettono in joint venture e l’ingresso in campo dei grandi gruppi editoriali, Mondadori e Rcs, lo scenario si è fatto decisamente più agguerrito. “Infatti le cose sono più difficili di quanto sarebbero state due o tre anni fa. Sul mercato ci sono imprese che investono cifre per noi inimmaginabili in marketing e comunicazione, dieci, venti milioni di euro, confezionando un prodotto competitivo. Io mi ritengo già piuttosto soddisfatto di ciò che abbiamo conseguito in questi ultimi mesi, in termini di linea editoriale e gestione del palinsesto. Ora si tratta di apportare gli ultimi aggiustamenti: nei contenuti musicali, nello stile di conduzione, nella tipologia dell’informazione; ed è una verifica continua, quotidiana. Allo stesso tempo lavoriamo su tante altre cose: sull’alta frequenza, sull’acquisizione di nuovi impianti, sulla sistemazione della struttura di rete, sul marketing, sul target”. Anche i cosiddetti “giovani”, che molti considerano distanti dal profilo e dalle scelte editoriali di Radio Italia? “Certo che ci interessano. Le nostre ricerche ci parlano di ascolti costanti nella fascia tra gli 11 e i 18 anni, ma ci sono giovani e giovani: i nostri sono quelli che ascoltano Vasco Rossi, Gigi D’Alessio, magari il Fabrizio Moro che ha appena vinto a Sanremo. Certo non sono i fan di Fabri Fibra e di Mondo Marcio, che parlano un linguaggio diverso dal nostro. Bisogna fare una scelta di campo e tenervi fede con coerenza. Ognuno fa le sue scelte, noi siamo una radio ‘normale’, per famiglie, non vogliamo e non possiamo mandare in onda le parolacce neanche per scherzo. Non sarebbe coerente con l’immagine che Radio Italia e ora anche Video Italia vogliono trasmettere nel nostro paese e nel mondo”.
Ma alle pressioni delle case discografiche che spingono per il “nuovo” bisognerà pure rispondere: negli Stati Uniti e in tutta Europa, per esempio, le etichette indipendenti spingono per un accesso garantito in radio… “A me sembra una fesseria. Il problema di fondo resta la qualità del prodotto. Elisa è in testa alle classifiche con un disco che ha venduto già 400 mila copie e tante altre ne venderà ancora: e a pubblicarlo è un’etichetta indipendente, la Sugar. Nessun editore radiofonico, credo, è disposto a subire passivamente gli esperimenti, quasi sempre inutili e fini a se stessi, delle aziende discografiche, indipendenti o multinazionali che siano”. Un’etichetta indipendente, intanto, se l’è costruita a immagine e somiglianza anche la radio di Cologno Monzese: e prima con Dennis (al lavoro su un nuovo cd), poi con il duo Brenda & Daniele Battaglia (anche loro prossimi a pubblicare due album distinti) si è già presa qualche soddisfazione. “Ma con tre o quattro artisti siamo già a regime e abbiamo chiuso la nostra campagna acquisti”, precisa Volanti. “Meglio fare le cose in piccolo e per bene”. Anche per evitare accuse di conflitto di interessi? “Quelle non le capisco proprio. Io preferisco parlare di sinergie aziendali, e comunque per tirare in ballo un conflitto d’interessi ci vuole il presupposto di una posizione dominante che qui evidentemente non sussiste. Quando abbiamo in promozione un artista, lo ‘passiamo’ in radio tre o quattro volte al giorno occupando, ovviamente, solo un piccolissimo spazio nella programmazione. Questa stessa domanda me la fece Filippo Sugar in sede di consiglio PMI: ma anche lui nei suoi negozi vendeva i suoi dischi accanto a quelli degli altri, no?”.
I confini tra un mestiere e l’altro si sono fatti più labili, questo è sicuro, oggi che, con YouTube e i podcast, è il pubblico stesso a volersi fare da sé la radio e la tv che preferisce. Non si sente disorientato, un editore tradizionale? “No, perché quei fenomeni con la vera radio non c’entrano niente”, sostiene Volandri. “Piuttosto, puntando più sulle immagini che sui suoni possono creare pericoli alla televisione, che da dieci anni non innova e non fa altro che replicare serialmente se stessa”. In tv, sul satellite, c’è anche Video Italia, all’inseguimento di Mtv e DeeJay con ascolti che le indagini Audistar posizionano poco sopra il milione e 600 mila spettatori: ne vale la pena? “Se poniamo la questione in questi termini, no. Ma se l’obiettivo invece è di proporsi al pubblico come un’azienda multimediale rivolta alla promozione della musica italiana, allora sì. La televisione satellitare rientra nella nostra missione istituzionale, dal ’98 ho fatto questa scelta anche e soprattutto in funzione del pubblico che risiede all’estero. I numeri contano fino a un certo punto, e non dimentichiamo che oggi ci confrontiamo anche qui con una concorrenza che dieci anni fa non esisteva. A noi la presenza simultanea in radio e tv permette di sfruttare le sinergie, confezionando un prodotto che ha una doppia distribuzione. Non credo potremo mai rinunciarci, alla televisione: l’evoluzione tecnologica, abbassando i costi di accesso a determinati servizi, in questo senso ci facilita”. Ma questo è il futuro, mentre ora è anche il momento dei bilanci: il momento più bello e il momento più brutto, di questi venticinque anni? “Forse sono legati tra di loro. Una mattina alle cinque, credo fossero i primi mesi del 1992, mi svegliarono per avvertirmi che in seguito a un attentato era andata a fuoco la sede della radio. La solidarietà spontanea che si è attivata subito dopo è forse il ricordo più bello che ho. Lì ho capito che stavo davvero facendo qualcosa di buono”.
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