NEWS   |   Pop/Rock / 19/02/2007

Sean Lennon: 'Il confronto con mio padre? Non è un problema mio'

Sean Lennon: 'Il confronto con mio padre? Non è un problema mio'
Ci ha messo un’eternità Sean Lennon, la bellezza di otto anni, a dare un seguito al suo controverso debutto “Into the sun”. Ma ora, dopo le buone accoglienze che la critica ha riservato a “Friendly fire”, uscito l’autunno scorso, sembra voler fare sul serio, e s’è messo di impegno a promuovere l’album portandolo anche sui palchi in giro per il mondo (pure in Italia, al Rainbow di Milano, lunedì 12 febbraio scorso). Che abbia deciso cosa fare da grande, il figlio di John & Yoko? “In realtà non ho mai avuto questo dilemma”, risponde lui tutto serioso e un po’ ombroso, compunto in giacca e cravatta di qualità sartoriale, elegante nei modi e nel vestire, da vicino ancora più somigliante ai due famosissimi genitori. “Non ho mai passato un solo giorno della mia vita senza suonare”, confessa. “Ma mi piace anche scrivere e dipingere, per esempio. E fare l’artista, nella mia famiglia, non è mai stata una scelta, è un modo naturale di comportarsi. Se ho dei progetti alternativi alla musica? Sì, ma preferisco tenermeli per me per una forma di superstizione. Parlare di qualcosa che ancora non esiste, ho l’impressione, rende più difficile realizzarlo. Vale anche per la musica: se hai in mente un’idea precisa sul tipo di canzone che vorresti scrivere tutto diventa improvvisamente più difficile”.
La critica, che non era stata tenera con il suo primo album, ha viceversa lodato “Friendly fire”, probabilmente perché lennoniano senza falsi pudori quanto il suo predecessore si allontanava dalle aspettative. Non è magari che ai tempi Lennon jr. si trovava nel bel mezzo di una ribellione giovanile e oggi è venuto a patti con la sua eredità, come dire, genetica? Sean reagisce con una punta di risentito stupore: “Venire a patti con la mia eredità? Non credo di aver mai sentito il bisogno di farlo, francamente. Ho piuttosto la sensazione che questo sia un problema di altri, non mio. I miei genitori mi hanno trasmesso l’amore per la musica e ‘Into the fire’ suonava in quel modo semplicemente perché allora ero più giovane e con un gusto estetico più portato verso il ruvido, il fatto a mano, l’indefinito. Ora sono cambiato, ed è come quando nel disegno passi dal carboncino alla matita: il tratto diventa più preciso, compiuto. Ma ho solo cambiato penna, in fin dei conti. Col primo album la mia intenzione era di creare qualcosa che assomigliasse a un disco di Shuggie Otis, grezzo e volutamente non rifinito. Ma non ho mai combattuto contro me stesso: quella è una proiezione di qualcun altro, di chi ascoltando la mia musica vuole vedermi per forza lottare in cerca di una mia identità. Non è così, ho sempre avuto le idee chiare su cosa volevo fare”. Si dice che lo abbiano ferito, certe critiche feroci all’indirizzo di “Into the sun”. Soprattutto quelle dell’NME inglese… “Loro continuano a non amarmi. Ma credo che questo non abbia a che fare con la mia musica, piuttosto con quello che per loro rappresento: si sentono fighi e interessanti, probabilmente, nel fare a pezzi il figlio ricco e famoso di John Lennon. Ma forse se non apprezzano il mio disco è solo perché hanno una conoscenza molto relativa dell’arte”. E lo dice senza ammiccare o accennare un sorriso, Sean. Che, del resto, aggiunge di non avere più timori riverenziali neppure nei confronti del suo vecchio idolo, Brian Wilson. “Della sua musica ho sempre ammirato la qualità della costruzione. Amo la cura e la sapienza artigianale nelle cose, mi piace la bella musica come mi piacciono i begli abiti, i bei mobili e la bella architettura. Ecco, Brian Wilson è stato uno dei più grandi architetti che siano esistiti nella costruzione delle melodie e delle sequenze di accordi. Un tempo forse lo vedevo come un modello musicale da imitare, oggi lo sento come un collega: ho studiato a fondo la struttura delle sue canzoni, mi pare di averlo compreso fino in fondo”. Sicuramente Sean è meno autoreferenziale del californiano (anche se forse altrettanto introverso), se è vero che per “Friendly fire” ha scelto di evitare la formula dell’ “one man band” che sembrava stuzzicarlo in passato passando al gioco di squadra. “Ancora una volta”, spiega, “si tratta di scelte estetiche: il primo disco l’ho concepito come una cena da cucinare in casa per pochi amici, arrangiandomi da solo; il secondo l’ho immaginato come un pasto da buongustai, di quelli che può offrire un buon ristorante. Per questo ho pensato che avrei avuto bisogno di collaboratori che badassero alla carne, al dolce, al vino. Volevo garantire un’esperienza di alta classe, e così ho chiesto l’aiuto di persone che hanno molto più talento di me nel suonare certi strumenti, come per esempio Matt Chamberlin alla batteria: in questo modo ho potuto concentrarmi nella scrittura dei pezzi, nell’arrangiamento, nella produzione e nella performance vocale. Ho voluto fare buon uso del talento altrui per realizzare un prodotto migliore”. Che sa molto di vintage, con quei suoni un po’ rétro e la scelta di una cover oscura dal repertorio di Marc Bolan, “Would I be the one”. “Eventuali riferimenti al passato non sono intenzionali, mi premeva solo fare bella musica. Ma è vero che le migliori attrezzature di registrazione disponibili sono ancora quelle degli anni ’50 e ’60. Non utilizzo i vecchi registratori a nastro perché sono antichi, ma perché forniscono tuttora la migliore qualità possibile in termini di suono ad alta fedeltà: se qualcuno costruisse qualcosa che suona meglio di un vecchio Ampex lo userei, ma finora non ci è riuscito nessuno. Strano come nonostante tutta la tecnologia che l’umanità ha oggi a disposizione non siamo capaci di fare le cose meglio di una volta: nessuno ha più saputo costruire una cattedrale bella come il Duomo di Milano, e non ci riuscirebbe neanche se avesse 500 milioni di dollari a disposizione. L’abilità artigianale nel creare le cose, col tempo, non è migliorata”. Sarà magari che tutti hanno fretta? Ed è per questo che lui s’è preso otto anni tra un disco e l’altro? “In realtà a completare ‘Friendly fire’ ci ho messo non più di tre mesi, e le registrazioni sono durate appena dieci giorni. Non è che non abbia fatto altro in tutto questo tempo, anzi. La mia vita, per fortuna, è piena anche quando non sono in giro a promuovere un nuovo album”. Acuto ma sfuggente, Sean. Poco incline a svelarsi del tutto, anche quando canta le sue canzoni… “Certo non mi metto in testa di fare dichiarazioni di portata universale”, replica lui. “Le frasi che pronunciano i personaggi delle mie canzoni riflettono una storia, e non è detto che quel che diconono valga anche per me o in senso generale. Io cerco semplicemente di articolare e descrivere un’esperienza”. Resta il tempo per una sola domanda, e la curiosità è troppo forte: la prima impressione, il primo ricordo della musica di papà? “Quando è morto avevo cinque anni. E tu ti ricordi della prima volta che hai respirato, della prima volta che hai mangiato, o sei andato al gabinetto? La musica di mio padre ha aleggiato in casa mia per tutta la mia vita, non ho nessun ricordo in particolare. Ricordo i primi dischi che ho comprato, invece, gli Human League e i Crowded House. Avevo più o meno sette anni. Mi piaceva la musica new wave dei primi anni Ottanta, è con quella che sono cresciuto. Con i soldi che mi dava la mamma per comprarmi uno spuntino a scuola mi sono procurato ‘Fascination’ degli Human League. La ascoltavo continuamente”. E si mette a canticchiarla, sciogliendosi finalmente un po’.
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