Amy Winehouse: l'alcol, la ginnastica, Tony Bennett e la Motown

Amy Winehouse: l'alcol, la ginnastica, Tony Bennett e la Motown
Ti aspetti una sensualona grandi forme, memore delle foto che hai visto sulle riviste specializzate e di quella voce sorprendente da “torch singer” navigata, e invece ti si para davanti una ragazzina minuta, pelle e ossa, tutta di nero vestita, più eccentrica che glamour con le sopracciglione disegnate a matita e quell’ingombrante toupet tenuto in bilico sulla testa. Davvero le apparenze ingannano. E anche se “Back to black”, il suo secondo album uscito già da qualche mese in Inghilterra, conferma tutto quanto di buono si diceva del suo precoce talento, di persona Amy Winehouse mostra l’acerbo disagio dei suoi 22 anni piuttosto turbolenti: nell’imbarazzo trasandato con cui risponde alle domande dei giornalisti (con naturalezza naif e senza spocchia, bisogna dire), nell’elementarità senza scampo dei concetti che espone. Una tipica ragazzina di Camden, Nord di Londra, insomma, a dispetto dei lineamenti orientaleggianti che ne tradiscono la discendenza ebreo-russa: incanta col suo nerissimo timbro quando apre bocca per cantare, molto meno quando si cerca di tirarle fuori qualche frase compiuta o non troppo banale. Memore, forse, di alcune recenti gaffe che la maligna stampa inglese ha subito provveduto ad amplificare, si esprime (con un accento semi incomprensibile) con circospezione e una certa prudenza. “Lo so, devo ancora imparare come comportarmi con i giornalisti e con i media, e nella promozione sono un disastro” ammette candidamente sorseggiando una camomilla che, tra uno sbadiglio e l’altro, a lei serve curiosamente da energizzante mattutino al posto del cappuccino. All’Observer ha raccontato recentemente di aver cambiato stile di vita, passando dal “weed” (l’erba) al “gym”, la palestra: la sua nuova passione, che (informano sempre i tabloid britannici) le ha fatto perdere quattro taglie in men che non si dica. E intanto smentisce la fama di linguacciuta prodigandosi in gentilezze all’indirizzo di colleghi giovani e meno giovani. Paul Weller, con cui si è esibita in televisione (“Gentilissimo, mi ha anche mandato dei fiori”), e il ribelle Pete Doherty (“Una persona squisita, vorrei davvero fare qualcosa con lui ma il problema di tutti e due è trovare una settimana libera da impegni”), ma anche Lily Allen, che con lei ha condiviso le cure del produttore Mark Ronson (“Bravissima, ha saputo trovare un suo stile originale che poi è quello che ogni artista desidera ottenere”). Anche quando torna a parlare della sua insoddisfazione nei riguardi del primo album “Frank”, smorza i toni: “C’è gente che lotta tutta la vita per mettere su un cd quello che gli passa per la testa. Col primo disco a me la cosa è riuscita al 75%, il che non è male. Con ‘Back to black’ è andata molto meglio, però. Prima ascoltavo un po’ di tutto, ora mi ha aiutato concentrarmi solo su un genere di musica, la Motown e i gruppi vocali femminili degli anni Sessanta. Il bello di avere collaboratori come Mark e Salaam Remi è che capiscono al volo che cosa vuoi e ti mettono subito a disposizione quello di cui hai bisogno. E’ stato Salaam, per esempio, a convincermi che il sample di ‘Ain’t no mountain high enough’ avrebbe calzato a pennello a ‘Tears dry on their own’. Ho dovuto lasciar fuori parecchie idee, dal disco nuovo, ma voglio tornarci sopra prima che mi passino definitivamente di testa. Avrei anche materiale più vecchio, ma in quello non mi riconosco più: in studio a Miami Salaam (produttore anche del primo album) ha premuto un bottone e mi ha fatto ascoltare cose di cinque anni fa: imbarazzante”.
Dai tempi di “Frank” le è rimasta addosso l’autenticità, la voglia di scrivere autobiografico e l’impossibilità di fingere davanti a un microfono: lo stesso impulso che la spinge a lavare i panni sporchi in pubblico in un pezzo come lo scoppiettante singolo “Rehab”, storia del suo rifiuto di frequentare un centro di disintossicazione per risolvere i persistenti problemi di alcolismo. “Sì, quando scrivo ottengo il meglio se ho occasione di raccontare una storia a 360 gradi, e quando interpreto una canzone ci devo credere fino in fondo. Il vantaggio è che riesco a comporre in qualunque situazione, non ho bisogno di trovarmi in uno stato d’animo particolare per prendere in mano la penna. Perché ci ho messo tre anni tra un disco e l’altro? Niente di premeditato, non è nella mia natura. Un anno e mezzo se n’è andato a promuovere ‘Frank’, poi mi sono innamorata e ho staccato la spina anche se le cose non sono andate come avrei voluto. Cosa ho imparato nel frattempo? A non prendere gli attacchi sul piano personale, a concentrarmi sulle cose positive e a lasciar parlare gli altri: è una questione di educazione”. Professa amore incondizionato per la sua città (“Amo molto anche Liverpool, per esempio, ma so già che se mi trasferissi lì passerei tutto il tempo a chiedermi che cosa succede a Londra), anche se se la gode poco ora che è continuamente in viaggio e racconta di essere diventata molto più casalinga (“il mio ragazzo non ama andare ai concerti o nei club, preferisce restare a casa: così finisce che io mi ubriaco e non sento neanche più che cosa mi dice”). E parla volentieri dei suoi idoli. “Adoro Tony Bennett, è una persona deliziosa, così elegante. La sua voce sa creare un’atmosfera, dipingere delle immagini. Amo Prince perché è capace di suonare qualsiasi cosa. E Chaka Khan, per la sua capigliatura…E Roy Ayers, che a sessant’anni ha ancora un’energia incredibile e lavora 300 giorni all’anno. Poi scende dal palco e diventa la persona più adorabile del mondo”. Ci si vede pure lei, nei panni di entertainer a tempo indeterminato? “No, proprio no. Spero di passare il testimone a figlie e nipoti, a quell’età io vorrei restare a casa a cucinare”. E nella nuova autocoscienza femminile di Lauryn Hill, Erykah Badu e India.Arie non si riconosce? “Mah, a me l’idea di un nuovo ‘girl power’ nella musica sembra una stronzata. Puoi essere una persona a cui piace parlar chiaro indipendentemente dal tuo sesso. Io non mi prendo sul serio come Lauryn o Erykah, non ho un messaggio da trasmettere. Loro sono anche delle madri, e questo aiuta a sviluppare una coscienza di se stesse: loro sono selfless, altruiste, e io sono ancora selfish, egoista. Mi chiedete se il passaggio tra il primo e secondo disco rifletta la mia transizione da adolescente a donna? Se la pensate così sta bene anche a me. E a me che sembrava soltanto di essere diventata più idiota di prima…”. Simpatica, dopo tutto.
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