Fiabe giapponesi, filastrocche horror e prog rock: riecco i Decemberists

Fiabe giapponesi, filastrocche horror e prog rock: riecco i Decemberists
Ecco una American band che nessuno può accusare di chiusura mentale, scarsa fantasia, orizzonti culturali limitati. I Decemberists hanno la nomea di gruppo rock più erudito degli Stati Uniti (e per fortuna ci giocano sopra: si veda il loro divertente e delizioso sito Internet), dichiarano la loro passione per scrittori come Nabokov, poeti come Dylan Thomas, pittori come Balthus, commediografi come Tom Stoppard, amano evocare luoghi esotici ed epoche lontane. Il nome stesso che si sono dati fa riferimento a un’insurrezione militare nella Russia zarista del diciannovesimo secolo e il loro ultimo album, “The crane wife”, prende spunto da un’antica favola giapponese in cui il songwriter Colin Meloy si è imbattuto per caso mentre gironzolava in un negozio di libri per bambini. Di librerie pullula, non a caso, la loro città natale: Portland, Oregon, un posto in cui persino i barboni per strada mendicano libri tascabili. Sarà questo a renderli così colti e curiosi? “Forse. Portland è una città incline all’arte. Ha sempre goduto di una scena vibrante e creativa il che, certo, aiuta. E poi c’è il fatto che viviamo vicino all’oceano” risponde Meloy, uomo gentile ma parco di parole. Cosa lo ha attratto, gli chiediamo, di quella vecchia parabola popolare su una gru ferita che le cure amorevoli di un uomo trasformano in donna e fedele compagna, fino a quando la curiosità e l’avidità del suo salvatore non rompono per sempre l’incantesimo? “Non c’è un motivo particolare, ho solo pensato che fosse una bella storia da raccontare e da trasformare in un ciclo di canzoni. Ma non è un concept album, o almeno non è così che io lo vedo. La title track si articola in tre sezioni diverse che reggono l’impalcatura del disco, è vero, ma non tutti i brani hanno il compito di illustrare un momento particolare del racconto”.
Il folklore, questo è evidente, lo affascina molto: e se la trama di “O Valencia!” ricalca quella di Romeo e Giulietta, “Shankill butchers” rievoca un episodio truculento e relativamente recente (anni ’70) nella guerra di religione irlandese, i feroci omicidi perpetrati ai danni di vittime cattoliche da una gang di giovani lealisti protestanti. L’ispirazione, tanto per cambiare, è letteraria: “Ero in Irlanda, un paio d’estati fa”, racconta Colin, “e ho trovato un libro che menzionava quell’episodio. Mi ha attratto l’aspetto horror, l’atmosfera particolare della storia, che oggi i genitori usano per convincere i bambini a non disubbidire: l’ho trovata davvero strana, bizzarra, assurda, e mi interessava la sua componente infantile. Dei bambini mi affascina questa irresistibile attrazione per le storie orribili e raccapriccianti. Anche quando non viaggio, coltivo l’immaginazione. Sono sempre stato attratto dai climi e dalle culture esotiche, lontane dalla mia, e trovo che questi voli di fantasia si addicano alle canzoni. Guardo spesso al mondo passato e al fantastico semplicemente perché ci trovo più facilmente argomenti di cui mi interessa scrivere. Ma non per questo non vivo nel presente”. L’occhio attento all’Europa è evidentissimo anche nelle musiche: in “The crane wife” i Decemberists ci danno dentro anche col rock progressive, e nella lunga suite di “The island”, oltre tredici minuti di durata, sembra di ascoltare l’Hammond di Keith Emerson o quello di Tony Banks dei Genesis ai tempi di “Nursery cryme”. “E’ vero”, conferma Meloy, “ma lo si deve in gran parte a Jenny, la nostra tastierista, che è una grande fan dei Jethro Tull e di Emerson, Lake & Palmer”. Lui, dal canto suo, ha da poco scoperto la folk singer inglese Shirley Collins e l’ha omaggiata con un ep solista, lo stesso trattamento che aveva riservato all’idolo giovanile Morrissey: “Sono arrivato alla Collins attraverso un’esposizione prolungata alla musica dei Fairport Convention. Morrissey e gli Smiths, invece, sono stati una delle mie influenze principali nei miei anni di formazione musicale”. E i Replacements, spesso citati come fonte di ispirazione, che c’entrano? “Non è tanto per la musica quanto per l’atteggiamento, l’approccio alla esecuzione. Condivido l’idea di non prendersi mai troppo sul serio, sul palco come in studio di registrazione. Un po’ come facevano anche gli Young Fresh Fellows”. Ma chi compra i suoi dischi, chi va ai suoi concerti? “Gente un po’ di tutti i tipi. All’inizio pensavo che saremmo stati accolti benevolmente soltanto da certi laureati disincantati, poi mi sono accorto che attiravamo ogni genere di persone. C’è molta interazione con il pubblico, siamo fortunati ad avere una fan base così leale e gentile nei nostri confronti. Anche Internet ci viene incontro, Chris Funk (il multistrumentista del gruppo) è la persona incaricata di rispondere alle e-mail che arrivano sul sito e di curare la nostra pagina su MySpace, e tutti noi scriviamo spesso sul nostro messagge board”. Attenti alle nuove tecnologie, i ragazzi di Portland sono stati i primi, si dice, a mettere volontariamente un video in circolazione su BitTorrent, il divertente “16 military wives”. “Una band come la nostra”, spiega Meloy, “non può contare sull’appoggio di Mtv o di Vh-1, che non solo passano pochi video al giorno ma certo non appoggiano un tipo di musica del genere. Così dobbiamo cercare di percorrere altre strade, e BitTorrent si è dimostrato un modo fantastico di raggiungere il pubblico. Certo non sono contento quando i nostri pezzi finiscono su Internet prima che nei negozi, e vorrei che la gente comprasse i nostri dischi. Ma a parte questo non c’è nulla nella Rete di cui mi possa lamentare”. A vendere più dischi ci stanno riuscendo, classifiche di Billboard alla mano (“The crane wife” ha raggiunto il n. 35, posizione più alta mai raggiunta dalla band), ora che per la prima volta, al quarto album, sono passati in forza a una major, la Capitol del gruppo EMI. Ma come, proprio loro, indie band per eccellenza? “Appena abbiamo avuto certezza della cosa, lo abbiamo annunciato sul sito in modo che i fan lo sapessero subito e direttamente da noi. Tra le etichette con cui abbiamo negoziato, la Capitol è stata quella che ci ha offerto le condizioni migliori anche in termini di autonomia artistica e creativa. Ascoltato il disco, hanno avuto nei nostri confronti un atteggiamento molto positivo e ci stanno appoggiando molto. Abbiamo avuto un budget molto maggiore a disposizione e abbiamo potuto prenderci tutto il tempo necessario per registrare con calma. Abbiamo nuovamente chiamato Chris Walla a produrre il disco approfittando del fatto che la sua band, i Death Cab For Cutie, gli lasciava un mese libero a disposizione. Chris s’è portato in studio un amico, Tucker Martine, che ha fatto le sue veci nel ruolo di coproduttore e ingegnere del suono quando lui era assente. Il lavoro è durato circa due mesi e mezzo e tutto è filato liscio. Abbiamo inciso qualcosa dal vivo, ma gran parte del disco è stata costruita pezzo su pezzo, con parecchie sovraincisioni”. E in un brano, “Yankee bayonet”, si ascolta la voce di un’altra giovane musa dell’indie pop americano, Laura Veirs. “La conosco da qualche tempo, avevamo suonato insieme a Seattle e l’anno scorso è salita sul palco con me in occasione di un mio tour solista. Siccome è la fidanzata di Tucker, si è trovata a passare per lo studio e a quel punto è stato facile tirarla dentro e convincerla registrare una canzone”. Sembra succedere tutto per caso, nel mondo dei Decemberists. Ma è una parvenza, un piccolo trucco illusionistico di questi teorici dell’understatement che non amano scoprire troppo le carte davanti ai media: ascoltandone la musica, guardando i video e l’apparato iconografico di cui si circondano (curato dalla fidanzata di Meloy, Carson Ellis), si capisce subito che non è così, che Colin e i suoi sono distratti e svagati solo per finta.
Segui Rockol su Instagram per non perderti le notizie più importanti!
Scheda artista Tour&Concerti Testi

© 2019 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini fotografiche rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, quindi, libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.