Alan Parsons rilancia il vecchio catalogo: 'Allora la tecnologia era una sfida'

Alan Parsons rilancia il vecchio catalogo: 'Allora la tecnologia era una sfida'
E’ stato testimone e protagonista di leggendarie epifanie rock faccia a faccia con i Beatles e i Pink Floyd, ha prodotto hit da classifica per Hollies e Cockney Rebel, Al Stewart (“Year of the cat”) e John Miles (“Music”), ha realizzato musiche che hanno invaso documentari e serial tv, le radio “classic rock” e persino le arene sportive americane (negli anni ’90 lo strumentale “Sirius” diventò la sigla che dava la carica alla squadra di basket dei Chicago Bulls). Ma soprattutto Alan Parsons è stato, con Brian Eno, tra i primissimi produttori di musica pop a reinventarsi “artista”, segnando in qualche modo la strada che anni dopo Moby e Mousse T, William Orbit e Howie B. avrebbero seguito (prima c’era stato Phil Spector, d’accordo, ma lui amava celarsi dietro nomi e facce altrui).
Il corpulento e barbuto ingegnere del suono inglese che assomiglia a Orson Welles portava addosso le stimmate gloriose di “The dark side of the moon” quando decise di sfruttare la luce riflessa dall’enorme popolarità di quel disco per lanciare il suo “Project”, un’idea furba, avventurosa e originale di matrimonio tra melodia e musica elettronica, immediatezza pop e ambizioni sinfoniche, simbologia magica e citazioni colte. A suoi dieci anni fortunati (1977-1987), frutto della felice partnership tra Parsons e lo scozzese Eric Woolfson (studi d’avvocato, talento da autore), Legacy, Arista e Sony BMG hanno appena dedicato un triplo cd retrospettivo, “Days are numbers”, a cui faranno seguito, a partire dal marzo 2007, le ristampe rimasterizzate dell’intero catalogo (le prime tre emissioni riguardano “I robot”, “Eye in the sky” e “Vulture culture”). E Parsons è ben disposto a parlare del suo passato (non tutto, però…). “Lavorando a ‘Dark side’”, ci racconta con immutato accento British (e decisamente “upper class”) dalla sua casa californiana di Santa Barbara, “non dico che mi sentii come George Martin con i Beatles, però… Credo che prima di me i Pink Floyd non avessero mai lavorato con un ingegnere del suono dall’approccio altrettanto creativo. L’Alan Parsons Project nacque proprio dalla volontà di sfruttare il successo che avevo avuto con quel disco, l’intento fu da subito quello di realizzare un ‘producer’s album’: per l’epoca, un concetto insolito”. Ai Floyd, alla loro musica e al loro immaginario la musica del Project sarebbe rimasta legata anche in seguito, pur spaziando – la tripla raccolta serve a rinfrescare la memoria – tra generi musicali diversissimi tra loro, folk e prog, classica e medievale, Sixties pop e techno pop, funk e ambient…. Nella discografia si rintracciano un album chiamato “Pyramid” (e viene subito in mente il prisma di ‘Dark side’), una canzone intitolata “Time” e un’altra, assai celebre, che si chiama “Mammagamma”: “Sì”, ammette Parsons, “un pezzo come ‘Time’ fu molto influenzato da ‘Us and them’. A tal punto che cercai di convincere Eric a cambiare un accordo perché così si rischiava l’accusa di plagio…”. E, storia degli ultimi mesi, David Gilmour ha collaborato al suo ultimo disco (senza Wolfson e Project), “A valid path”: “E’ stato molto gentile ad accettare il mio invito. Però non ci siamo mai visti e abbiamo sempre lavorato a distanza, scambiandoci file per posta elettronica come si usa fare oggi. Una specie di botta e risposta, lui mi ha spedito una prima versione del suo assolo, io ho fatto i miei commenti e David me ne ha fatto avere una seconda”. Ma anche se è stata “una simpatica reunion”, dei Pink Floyd Parsons non vuole parlare: “L’ho fatto per 33 anni di fila e non saprei cosa aggiungere. E poi ho intenzione di scriverci un libro mio, su quella esperienza”.
Ok, lasciamo perdere, e torniamo alle origini del Project. Erano sicuramente tempi pionieristici, quelli: Parsons e i suoi collaboratori facevano affidamento su una tecnologia audio ancora primitiva, rudimentale, relativamente inaffidabile. “Era una sfida continua, perché i mezzi a disposizione erano pochi: fino alla metà degli anni ’70, in pratica, gli unici strumenti con cui si poteva lavorare erano i registratori a nastro e le camere eco. Assistendo George Martin durante le registrazioni di ‘Abbey Road’ ho imparato quanto si possa ottenere soltanto con i riverberi, gli eco e i delay: processare ogni singolo suono per ottenere l’effetto desiderato era il marchio di fabbrica dei Beatles. In studio George era il motore trainante, ma bisogna dare il giusto credito anche agli ingegneri del suono, che in quelle session mettevano a disposizione il loro know how, la loro creatività, la loro abilità nell’interpretare i desideri degli artisti. Proprio grazie ai Beatles l’engineering è diventato un lavoro molto più creativo di quanto fosse mai stato in passato, non più soltanto una competenza di tipo tecnico. Da quel momento i fonici sono stati sempre più coinvolti nella produzione della musica e nella stessa composizione: si è capito che con il suono si poteva trasformare una canzone in un qualcosa di completamente diverso da prima. La storia dell’engineering è piena di ‘unsung heroes’, di persone a cui non è stato dato il giusto credito per i risultati ottenuti”. Altri esempi, al di fuori delle esperienze personali? “Il mio pezzo preferito, da questo punto di vista, è sempre ‘Papa was a rolling stone’ dei Temptations. Le produzioni della Motown erano radicalmente differenti da quelle di chiunque altro, quella gente meriterebbe una medaglia per quanto è riuscita a fare con la tecnologia dell’epoca”. E Phil Spector? “‘Don’t answer me’ dell’Alan Parsons Project è un esplicito omaggio al suo stile, certo. Mi sarebbe sempre piaciuto sviluppare ulteriormente l’idea, incidere le mie versioni dei suoi hit e magari un giorno lo farò”.
Oggi che l’analogico è tornato di moda, tutto questo ricorso alla tecnologia non sembra più così necessario… “Ci stiamo stancando dei soliti loop di batteria e dei soliti suoni”, ammette Parsons. “C’è una divisione netta, sul mercato, tra l’hip hop e il rap, da una parte, e il pop, il cantautorato, la musica prodotta con strumenti veri dall’altra. Tra nero e bianco, letteralmente: è la stessa linea di demarcazione che sussiste tra Mtv e Vh-1. L’elettronica oggi è applicata soprattutto alla musica dance, e con ‘A valid path’ io ho fatto un tentativo deliberato di avvicinarmi a quel tipo di mercato: nel disco ci sono alcuni momenti che rimandano alla trance. E’ stato un esperimento interessante, anche se dubito che lo ripeterò in futuro. Oggi gli artisti ‘classic rock’, categoria di cui anch’io faccio parte, non sanno bene cosa fare, perché il loro nuovo materiale non trova spazio nelle radio, soprattutto in America: lì le stazioni specializzate continuano a trasmettere i miei hit di fine anni ’70, primi anni ’80, roba come ‘Eye in the sky’ o ‘Games people play’. Se faccio uscire qualcosa di nuovo lo passano un giorno, poi tornano ai pezzi vecchi….”. Ma c’è Internet, no? “Già, però scaricare musica interessa soprattutto a chi ha meno di trent’anni. Credo che chi è cresciuto ascoltando la mia musica continui a comprare cd, magari occasionalmente, e desideri ancora tenere in mano un prodotto tangibile”.
“Eye in the sky”, in effetti, la si ascolta ancora dappertutto… “Eppure”, confessa Alan, “Woolfson e il resto della band non mancavano mai di ricordarmi la mia reazione negativa quando la ascoltai per la prima volta. Passammo un sacco di tempo in studio per ottenere il suono che volevamo, sembrava proprio che non dovesse funzionare e io insistevo perché lasciassimo perdere. La spuntò Eric, alla fine, ma io non posso far finta di dimenticare cosa dissi all’epoca…”. E tutti quegli album concept su opere letterarie (Edgar Allan Poe, Asimov) e architettoniche (Gaudì), sull’Egittologia e sul gioco d’azzardo, a quale impulso o bisogno artistico rispondevano? “Sono tutte idee di Woolfson, credo che per lui fosse molto più facile scrivere avendo una cornice a cui fare riferimento, e veniva comodo anche a me per creare certe atmosfere musicali. Io posso vantare qualche credito solo sul concepimento di ‘Pyramid’: cominciammo a lavorare a quell’album con l’intenzione di parlare di stregoneria, ma io feci presente che non mi sembrava abbastanza forte e suggerii di esplorare invece l’idea delle piramidi, dal punto di vista storico e non solo del soprannaturale. Io ed Eric, all’inizio, avevamo in mente di collaborare più spesso alla scrittura, ma poi le cose presero naturalmente un’altra piega: lui diventò il songwriter principale e io il produttore, l’organizzatore dei suoni, l’arrangiatore”. Nacque così una musica che un critico definì “una colonna sonora senza film”: “Mi piace quella definizione, mi onora e la trovo accurata. Facevamo rock sinfonico, eravamo tra i pochi, nel contesto rock, a usare un’orchestra”. Quel concetto rivive anche in concerto, da quando Parsons si è finalmente deciso a portare il suo “Live Project” in tournée, contando sul fatto che “oggi la tecnologia lo permette e strumenti come i sintetizzatori sono diventati molto più facili da usare su un palco”. L’alter ego Woolfson ha dato il suo benestare ma, da tempo impegnato su altri fronti, non ne ha mai voluto sapere: “Eric non ha mai mostrato molto interesse per il palcoscenico. Non credo che si divertirebbe molto”. Per riascoltare i due insieme bisogna accontentarsi dei vecchi dischi, che come detto stanno per tornare in circolazione. Le rimasterizzazioni, stavolta, sono state curate da Parsons in persona: “Il lavoro è completato, abbiamo aggiunto bonus track e materiale inedito. Non moltissimo, in alcuni casi si tratta semplicemente di missaggi o backing tracks differenti, ma abbiamo tirato fuori anche qualche demo interessante. Il mio album preferito? Ho sempre amato il primo, ‘Tales of mystery and imagination’, perché esprimeva qualcosa di nuovo e perché l’idea di mettere il produttore al centro della scena, allora, era davvero coraggiosa. Prendemmo parecchi rischi, in quell’album, e lo trovo pieno di momenti interessanti. Ma sono soprattutto orgoglioso del suono complessivo dei dischi, ora che è stato restaurato ricorrendo ai nastri master originali. C’è una differenza enorme rispetto alle precedenti versioni su cd che la casa discografica aveva realizzato senza chiamarmi in causa: mi spiace dirlo, ma il mastering allora fu un disastro, vennero scelti nastri non di prima generazione e commessi diversi altri errori. Ora finalmente tutto suona come dovrebbe”.
Dall'archivio di Rockol - 5 curiosità sull'Alan Parsons Project
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