Piers Faccini: 'Faccio musica sospesa tra il mare e il deserto'

Piers Faccini: 'Faccio musica sospesa tra il mare e il deserto'
Chi l’ha visto “aprire” gli ultimi concerti italiani di Ben Harper si sarà magari fatto conquistare dalla sua forza delicata, dall’uso accorto e flessibile della voce, dalla malìa di una musica essenziale ma vibrante che sa viaggiare tra latitudini e mondi (apparentemente, e sempre meno) tra loro lontani. Più adatta, probabilmente, a un piccolo circolo per gourmet musicali come La Casa 139 di Milano, dove Piers Faccini si è esibito ieri sera in trio, anche se per lui i diecimila delle arene o i duecento di un piccolo club non sembrano poi fare questa gran differenza: “In Italia suonare prima di Ben è stato forse più difficile che altrove, perché qui da voi il pubblico non è abituato a dedicare molta attenzione ai gruppi spalla, però è andata bene. Per me la sfida consiste sempre nel non cambiare, nel farmi accettare per quel che sono” ci spiega in un ottimo italiano, lui che è nato a Londra ma che porta in eredità un nome inequivocabilmente nostrano, che ha sempre vissuto in bilico tra Inghilterra e Francia ma ha sposato una napoletana (ed ecco spiegato anche il motivo della cover di “Dicetencello vuje” che ogni tanto ama proporre in concerto).
Del suo bellissimo secondo album “Tearing sky” cominciano ad accorgersi in parecchi; eppure, a dispetto dell’aspetto charmant e giovanile Piers di anni ne ha già 36, e ha dovuto far lunga anticamera prima di coronare il suo sogno di musicista a tempo pieno. “Fosse stato per me”, racconta, “avrei esordito a vent’anni, ma il fatto è che allora nessuno mi dava retta e non esistevano ancora i mezzi per registrare in economia a casa propria. Per conto mio ho accumulato un sacco di materiale su nastri a quattro piste che un giorno, chissà, farò anche uscire. Dieci anni fa formai il mio primo gruppo, i Charley Marlowe, suonavamo nei club di Londra e pubblicammo anche un Ep; poi, una volta trasferitomi in Francia, venni chiamato a collaborare sui dischi del violoncellista Vincent Ségal e di DJ Shalom ed è così che il proprietario dell’etichetta Label Bleu è venuto a sapere di me e mi ha offerto un contratto. A posteriori va bene così, meglio pubblicare un solo bel disco anche a sessant’anni che dieci album usa e getta, oggi che in giro di musica ce n’è anche troppa e quasi tutto è già stato fatto meglio in passato. Avere 36 anni serve almeno a questo, a essere pienamente convinti di quello che si fa”. Oggi, che la musica “folk” e acustica è tornata improvvisamente di moda, il terreno sembra finalmente propizio a una musica come la sua… “Sì, anche se io non mi sento parte di nessuna scena”, precisa Piers. “Mi piacciono i primi album di Elliot Smith e certi dischi di Bonnie ‘Prince’ Billy, ‘I see a darkness’ e ‘Master and everyone’. Con Ben Harper e Jack Johnson c’è qualche affinità, certo, anche se loro sono decisamente più pop di me”. Le due star gli hanno anche “prestato” le rispettive sezioni ritmiche, Juan Nelson, Leon Mobley, Adam Topol e Merlo Podlewski, per le session di registrazione che ad Encino, in California, sono state orchestrate da un altro nome del “giro”, il produttore JP Plunier, e Ben ha fatto anche una capatina in studio per registrare un “backing vocal”. “JP aveva già sentito il mio primo disco e mi aveva visto aprire a San Francisco e Los Angeles per Amadou e Mariam. Dopo che gli ho fatto sentire un demo dei pezzi nuovi mi ha proposto di tornare in California e di produrmi lui il disco nuovo. Era un po’ un salto nel buio ma mi sono sentito subito a mio agio, tutto è successo velocemente e in modo naturale: c’è anche il fatto che mi sentivo sicuro dei miei pezzi perché mi ero preso parecchio tempo per scrivere, e alcuni arrangiamenti erano già pronti”. E tutti quegli strumenti esotici che risuonano qua e là, il violino cinese, la kora, il sarod? “Sono una mia mania, il mio studio di casa è pieno di giocattolini musicali che compro nei mercatini. A parte la chitarra, non è che sia molto bravo a suonarli, li uso più che altro per mettere dei piccoli tocchi di colore. A volte i musicisti bravi rubano spazio alla canzone e l’unico virtuoso che appare in questo disco è Ballake Sissoko, il suonatore di kora”. Oltre a Chris Darrow, vecchio amico di Plunier e multistrumentista dai tempi eroici dei Kaleidoscope: un altro che, come Faccini, con la musica ha sempre amato viaggiare e attraversare frontiere. “E’ vero, e lo stesso si può dire per la mia maggiore influenza come chitarrista, Davy Graham. Il primo a incorporare il folk anglo-americano e il blues con la musica araba e indiana. Da lui ha imparato un’intera generazione di strumentisti, Richard Thompson e Nick Drake, John Martyn e Bert Jansch, John Renbourn e Martin Carthy. E il suo ‘Folk blues and beyond’ è ancora un disco fantastico”. Adora anche la voce, Faccini, “perché è l’unico strumento che porge nello stesso tempo melodia e parole. Amo Sandy Denny e Karen Dalton, la più vicina per timbro ed emozione a Billie Holiday. E poi Sam Cooke, che tra i maschi per me è il migliore di tutti: ‘Nightbeat’ è un capolavoro”. E poi la pittura, in cui si cimenta come molti altri colleghi, Joni Mitchell, John Mellencamp, l’ex Clash Paul Simonon, lo stesso Dylan. Musica per immagini, la sua? “Sì, le mie metafore sono spesso visive, ogni canzone per me è come un territorio diverso. ‘Tearing sky’ lo immagino come un album sospeso tra il mare e il deserto, un disco che parla molto dell’idea di perdersi in un paesaggio in cui mancano i punti di riferimento. Lo considero una evoluzione naturale del primo album e voglio proseguire su questa strada. E’ come scavare una roccia in cerca di diamanti: se vedi che dopo il primo strato ce ne sono ancora perché muoversi da lì?” . Le sue canzoni, intime sospese e riflessive, sono nate nella quiete rustica della casa vicino a Montpellier dove risiede con la moglie e il piccolo bimbo di due anni. “Per crearle ho bisogno di solitudine assoluta e di tanta pazienza. A volte chi scrive si sente un po’ come una donna incinta, ti rendi conto che dentro ti cresce un ritmo o una melodia ma sai che non devi sforzarti di spingerlo fuori prima del tempo se non vuoi rovinare tutto. Dal vivo naturalmente è diverso, sul palco mi piace sfruttare di più la gamma dinamica del suono, passare da cose molto intime per chitarra e voce a momenti più forti ed energici”. Chi c’era, ieri sera alla Casa 139, ne ha avuto una convincente dimostrazione. Gli altri avranno modo di rifarsi a febbraio, quando Piers tornerà in Italia per il suo primo vero e proprio tour da "headliner".
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