Un ‘nuovo’ disco dei Beatles. All we need is ‘Love’?

Un ‘nuovo’ disco dei Beatles. All we need is ‘Love’?
E’ stato presentato ieri, e uscirà nei negozi il 17 novembre, “Love”, il disco che contiene la colonna sonora dello spettacolo “Mirage” che Le Cirque du Soleil ha portato in scena a Las Vegas prima dell’estate (vedi News). Il disco, realizzato da George Martin, produttore “storico” dei Beatles, insieme al figlio Giles (ex Kula Shaker, poi produttore), non raccoglie integralmente le musiche dello spettacolo - che comprendono anche alcuni raccordi strumentali di nuova composizione - ma totalizza 76 minuti di musica messa insieme (cito dal comunicato stampa italiano) “con l’esclusivo uso di registrazioni esistenti dei Beatles” (tradotto da questo italiano improbabile: “utilizzando soltanto registrazioni dei Beatles”). Il che non significa “utilizzando soltanto le versioni pubblicate delle canzoni dei Beatles”: il privilegio di George Martin è stato quello di poter accedere, con il beneplacito dei due Beatles superstiti (Paul McCartney e Ringo Starr) e delle vedove dei due defunti (Yoko Ono Lennon e Olivia Harrison), al giacimento culturale costituito dalle migliaia di ore di registrazioni dei Beatles in studio custodito negli archivi di Abbey Road, integrato per l’occasione da materiale privato fornito da George Martin, Yoko, Olivia, Paul e Ringo. E il che non significa che sia del tutto vero che sia stato utilizzato solo materiale originale: come segnala il collega Andrea Laffranchi riprendendo il “Telegraph”, siccome Olivia non trovava che il demo acustico di “While my guitar gently weeps” utilizzato “rendesse giustizia a George” (ah be’, se lo dice lei...), al pezzo sono stati aggiunti degli archi: e “Grazie a Dio il risultato le è piaciuto”, commenta garbatamente George Martin. Poi si lamentavano delle manipolazioni di Phil Spector per “Let it be”...
Il disco s’intitola “Love”, ed è disponibile in più versioni: come Cd stereo (26 tracce, 76 minuti) e come Cd + DVD in stereo 5.1 (il DVD contiene un programma audio, non video, destinato all’ascolto attraverso un impianto di home theatre, e dura 78 minuti anziché 76). La copertina del disco, piuttosto psichedelica, sovrappone le sagome dei Beatles ricavate da una celebre fotografia (credo di Dezo Hoffmann, ma non posso verificare al momento in cui scrivo) alla parola “Love”, su uno sfondo di colori solari (giallo, rosso, arancio). Il disco non è stato consegnato alla stampa (poi dirò di più in proposito), e non è dato sapere chi “firmi” la grafica della copertina.
Fin qui le notizie “tecniche”. L’ascolto riservato alla stampa si è svolto ieri mattina, mercoledì 8 novembre, in una saletta della EMI di Milano attrezzata con un impianto acustico esoterico e indubbiamente costosissimo, purtroppo così sensibile (al calore della stanza, ci è stato spiegato) da aver dato qua e là segni di defaillance (in parole povere, qualche volta il disco “saltava” come sotto il braccino di una vecchia fonovaligia: con la differenza che non ci si poteva piazzare sopra una moneta da 50 lire, come si faceva una volta quando la puntina non seguiva perfettamente i solchi del long playing).
Per accedere alla saletta, i giornalisti invitati dovevano:
1 - consegnare alla reception borse, telefoni cellulari e qualsiasi altra cosa avessero con sé;
2 - sottoporsi all’ispezione con un metal detector, perché ci si potesse accertare che non nascondessero su di sé apparecchi elettronici atti a registrare.
Sembrava di essere in aeroporto dopo l’inasprimento delle misure di sicurezza antiterrorismo. Mancavano solo le buste di plastica trasparente. Per carità, ci hanno spiegato che la prassi è la stessa in tutto il mondo, e che anzi l’unica copia esistente per l’Europa del Cd (anzi, sarà stato un DVD audio) contenente la specie di “riassunto” dell’album che ci è stata fatta ascoltare sta viaggiando protettissima (la sua tournée aveva già toccato in precedenza la Spagna, la Germania e la Francia) da Gerard, una “guardia del corpo personale” che ha presenziato a tutta la cerimonia: un corpulento signore dall’aria truce, somigliante un po’ a Robert Preston, l’attore che nel film “Victor Victoria” intepreta Toddy, il “gorilla” del gangster King Marchand (James Garner). (Fra l’altro, proprio come Toddy verso la fine del film svela la propria omosessualità, a metà dell’ascolto la “guardia del corpo del DVD” ha cominciato ad accompagnare muovendo le labbra le parti più note dei testi delle canzoni che stavamo ascoltando - rivelando di avere un cuore tenero a dispetto dell’aspetto bellicoso).
L’aspettativa era alta, e confesso che anch’io ero piuttosto curioso di ascoltare questo “nuovo” disco dei Beatles - “il primo album dei Beatles disponibile in versione 5.1” - soprattutto dopo la mezza delusione vissuta nel 1999 all’uscita di “Yellow Submarine Songtrack” (vedere, se volete, la recensione su Rockol). E quando i primi suoni riconoscibilmente beatlesiani sono stati quelli dell’unico assolo di batteria di tutta la discografia dei Fab Four (quello di Ringo verso la fine del medley della seconda facciata di “Abbey Road”) ho tratto da questa coincidenza buoni auspici: senz’altro non v’interessa, ma per quell’assolo ho sempre avuto un debole, e per ragioni non proprio professionali. Il mio primo appunto recita “suoni isolati ed evidenziati” (stavamo ascoltando “Get back”, seconda traccia dell’album, e la nitidezza dei singoli suoni mi aveva colpito). Però, già il secondo appunto (“un delirio, sembra di ascoltare due dischi sovrapposti”) vi svela come si stava orientando la mia opinione. In effetti, quella che abbiamo sentito è, in sostanza, una suite di cui gli ingredienti sono indubitabilmente beatlesiani, ma la cui struttura non rispetta le forme delle canzoni originarie. A volte se ne ascoltano spezzoni, a volte le canzoni sono riproposte quasi per intero ma interpolandovi o sommandovi frammenti di altre canzoni, alcuni dei quali non sono nemmeno indicati nei titoli delle tracce dell’album (che già indicano come si tratti di medley: vedere la tracklist in calce. Ah, non emozionatevi: “Gnik nus” non è un inedito, è “Sun King” alla rovescia).
(Lo dico subito, prima di dimenticarmene: l’ascolto di “Love” promette di diventare un divertente gioco di società per i cultori beatlesiani, che si sfideranno a riconoscere tutte-ma-proprio-tutte le fonti alle quali hanno attinto George & Giles Martin (ieri mattina ne ho individuate en passant alcune non segnalate - “A hard day’s night”, “Nowhere man”, “Hello goodbye” e “Hey bulldog”, oltre a un parlato finale che mi sembra preso da uno dei “Chrstmas album”: ma quando avrò il disco in mano mi ci mettero d’impegno.)
E’ in questo momento dell’ascolto che nei miei appunti ho scribacchiato “Café Creme”. I Café Creme sono (erano) una sorta di gruppo fantasma che nel lontano 1978 avevano pubblicato un disco-mix (si chiamavano così, allora, i 45 giri grandi come un 33 giri) intitolato “Unlimited citations”, in cui mettevano in fila, su un ritmo implacabilmente dance, un bel po’ di “citazioni” da canzoni dei Beatles. Quello che poi si è cominciato a chiamare “serpentone” - come quello di canzoni brasiliane sul quale si fa il trenino a Capodanno. Una trovata divertente, benché - così parve allora, a noi beatlesiani già talebani - decisamente irrispettosa. Però almeno i Café Creme (pare fossero francesi, ma forse erano italiani che giocavano la carta dell’esterofilia: anzi, se qualcuno ha informazioni più precise me le scriva, per favore - comunque quel disco-mix ce l’ho ancora, da qualche parte) avevano ricantato e risuonato le canzoni: qui, invece, sono state usate parti delle canzoni originarie. E, francamente, mi pare che l’operazione sia ancora più irrispettosa.
Ora, lo so che i custodi dell’eredità Beatles hanno dato il loro assenso all’operazione (e se sono d’accordo loro chi sono io per dissentire?); lo so che il purismo è un po’ snob e fuori moda, e che bisogna stare al passo coi tempi che cambiano; lo so che non si può mica passare la vita a rimpiangere il fruscìo della puntina che scende sul disco in vinile e inizia a leggere il primo solco del 33 giri. Ma a questo punto il mio foglio porta la scritta “e l’odore di segatura?”.
Bisogna spiegare, per i non fanatici. Quando John Lennon stava raccontando a George Martin l’atmosfera sonora che voleva ottenere per “Being for the benefit of Mr. Kite!”, gli disse che voleva “sentire l’odore della segatura” (la canzone elenca i numeri dello spettacolo di un circo viaggiante, con cavalli ammaestrati, uomini forzuti e acrobati). Ecco, nella “Love version” di “Being for the benefit of Mr. Kite!” che stavo ascoltando ieri mattina l’odore di segatura - che nella canzone originaria, su “Sergeant Pepper’s Lonely Hearts Club Band” (1967, registrato con un quattro piste) sembrava filtrare dalle casse del mio modestissimo giradischi stereo di “Selezione” - non c’è più. Finito, svanito, svaporato dal 5.1. John Lennnon ne sarebbe contento? Boh. Magari Yoko sì - del resto a lei sono piaciute anche altre operazioni altrettanto discutibili, come “Free as a bird”, per dire, e per non dire di quelle architettate da lei stessa medesima per raschiare il fondo del barile degli inediti del marito mort’ammazzato. Ma davvero Lennon non preferirebbe riascoltarsi cantare “Strawberry Fields forever” senza che ogni singola parola del testo sia resa nitida e intelligibile come se fosse lucidata col Sidol? Sicuri che a lui non piacesse proprio così, con quella patina che impasta un po’ la voce e ti fa intuire, piuttosto che distinguere, quello che canta? Mah. Del resto, lo stesso George Martin ha detto: “Se quando abbiamo registrato ‘Sgt. Pepper’ avessi avuto a disposizione più di quattro piste, non credo che sarebbe riuscito meglio”. E dunque...
Intendiamoci, la parte di me che s’appassiona all’archeologia musicale (possiedo un Cd bootleg in cui sono messe una in fila all’altra una quindicina di takes successive di “Strawberry Fields Forever”, ed è un’esperienza fantastica ascoltare la costruzione della canzone, sentirla crescere, cambiare direzione e poi avviarsi verso la versione definitiva) gradisce i ritrovamenti, le perle oscure estratte dagli archivi e rispolverate perché anche noi poveri mortali possiamo goderne - tipo, per dire, “While my guitar gently weeps” comprensiva dell’ultima strofa - a suo tempo espunta dalla versione inserita nell’album bianco, e qui recuperata. Ma se mi tocca sentirla mentre intorno, sopra, sotto e dietro entrano bocconi di altre canzoni, echi di altri brani, citazioni (“unlimited citations”, appunto...) di altri dischi, che magari con essa non hanno nulla a che fare né cronologicamente né per analogie musicali o ispirative, allora permettetemi di brontolare, da vecchio brontolone quale sono (e sono sempre stato anche da giovane, peraltro).
Quello che mi stupisce non è tanto che la EMI, la Apple, i Beatles non ancora morti e le vedove dei Beatles morti abbiano avallato l’operazione: che, comunque, nella funzione di colonna sonora di uno spettacolo ha un suo senso (che ce l’abbia anche come disco, e come disco accreditato ai Beatles, è un altro discorso). Quel che mi stupisce è che a firmarla, e quindi a condividerla, sia George Martin. Il quale, ai tempi del macello perpetrato con “Yellow Submarine Songtrack”, si era defilato. Pensavo l’avesse fatto, all’epoca, per segnare il proprio disaccordo; invece magari, hai visto mai, gli seccava semplicemente che avessero tolto dal disco le sue divagazioni/elaborazioni orchestrali del lato B del Lp “Yellow Submarine” (“Pepperland”, “Sea of Time”, “Sea of Holes”, “Sea of Monsters”, “March of the Meanies”, “Pepperland Laid Waste” e “Yellow Submarine in Pepperland”), e invece stavolta che l’hanno tirato dentro ha detto “ma sì, perché no?” e, core de babbo, lui ha tirato dentro il figlio (un po’ “Un borghese piccolo piccolo”, non vi pare?).
A questo punto, mi vien da dire, non sarebbe stato meglio - più coraggioso, più rivoluzionario, più innovativo - affidare l’intera operazione a qualcuno di più giovane e dall’orecchio più fresco (sia detto senza offesa né allusione alla sordità dichiarata da sir George)?. Tipo Fatboy Slim, per dirne uno. O tipo quel Danger Mouse che nel 2004 ha creato il famoso “The Grey Album” mescolando le voci del “Black Album” di Jay-Z e campionamenti dall’album bianco dei Beatles. O magari Youth, che con McCartney, quando il vecchio Paul fa il giovane pompiere incendiario (The Fireman, you know what I mean?) o confeziona sound collages su Liverpool ci va anche d’accordo - ma poi Youth no, Yoko avrebbe detto di no per puro spirito di contraddizione. E comunque, McCartney ha detto: “George Martin è credibile e onesto, e ci siamo fidati di lui per questo lavoro” (che, va ricordato, ha le sue radici in una proposta avanzata da Guy Laliberte del Cirque du Soleil a George Harrison parecchi anni fa, ed è poi costato tre anni di lavoro ai due Martin).
Insomma, finiamola. Il disco è questo che vi ho un po’ raccontato, lo sentirete se ne avrete voglia e vi farete un’idea. Io la mia ve l’ho detta. E lascio l’ultima parola ancora a Paul (“Ci sono i puristi che vogliono sentire queste canzoni così com’erano, e sapete che vi dico? Esistono ancora, ascoltate i vostri dischi di vinile. Per noi va bene, nessun problema. Ma siccome non abbiamo problemi neanche a farle ripulire, abbiamo permesso che lo si facesse. I puristi ascoltino il suono originario, lasciamo che gli altri lo ascoltino ripulito”) e anche a Ringo (“Se volete quelle vecchie le avete, questa è un’esperienza tutta nuova”). Sembra che stiano parlando a me, no? Però allora, siccome sono io che scrivo, mi prendo (slealmente) l’ultimissima parola: io continuerò ad ascoltare le vecchie, grazie lo stesso. Love & peace.
(fz)

PS Siccome voglio essere credibile e onesto come George Martin, aggiungo una postilla. Quello che avete letto fin qui è stato scritto nella tarda serata di mercoledì 8 novembre. Stamattina, in automobile, mi è venuta la tentazione di ascoltare il Cd demo che ci è stato consegnato ieri alla fine della presentazione (ma come, e allora che ci hanno fatti spogliare a fare? Boh). Dovete sapere che nella mia automobile, che è vecchia e scassata, è installato un lettore di Cd altrettanto vecchio e scassato: tanto che una cassa è morta, e ascolto i dischi in mono solo sull’altra, quella dal lato passeggero. Beh, devo ammettere che ‘sto disco suona benissimo, anche in condizioni acusticamente infelicissime come quelle della mia Kangoo gialla. Trovo che renda finalmente giustizia, ed era tempo, anche a quel meraviglioso batterista che era Ringo Starr – come suona, ragazzi! Quindi, modifico (parzialmente) la mia affermazione precedente: io continuerò ad ascoltare le vecchie versioni, finché non saranno disponibile le rimasterizzazioni (pare debbano cominciare a uscire il prossimo anno). E speriamo che non esagerino col Sidol...


Tracklist:

“Because” (Love version)
“Get back” (Love version)
“Glass onion” (Love version)
“Eleanor Rigby” / “Julia” (Love version)
“I am the walrus” (Love version)
“I want to hold your hand” (Love version)
“Drive my car” / “The word” / “What you’re doing” (Love version)
“Gnik nus” (Love version)
“Something” / “Blue Jay Way” (Love version)
“Being for the benefit of Mr. Kite!” / “I want you (She’s so heavy” / “Helter Skelter” (Love version)
“Help!” (Love version)
“Blackbird” / “Yesterday” (Love version)
“Strawberry Fields forever” (Love version)
“Within you without you” / “Tomorrow never knows” (Love version)
“Lucy in the sky with diamonds” (Love version)
“Octopus’s garden” (Love version)
“Lady Madonna” (Love version)
“Here comes the sun” / “The inner light” (Love version)
“Come together” / “Dear Prudence” / “Cry baby cry” (Love version)
“Revolution” (Love version)
“Back in the USSR” (Love version)
“While my guitar gently weeps” (Love version)
Dall'archivio di Rockol - Giles Martin racconta "Sgt. Peppers Lonely Heart Club Band"
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