'An other cup': Yusuf Islam si riconcilia con Cat Stevens

'An other cup': Yusuf Islam si riconcilia con Cat Stevens
Certo, sussiste “una differenza culturale” tra il Cat Stevens del tempo che fu e l’attuale Yusuf Islam, ammette l’interessato. Non però “una personalità sdoppiata”. Come dargli torto? Ascoltando “An other cup”, il disco nuovo che arriva nei negozi italiani venerdì prossimo, 10 novembre, dopo 28 anni di silenzio autoimposto e di segnali fortemente contraddittori (Yusuf che condanna i 'Versetti satanici' di Salman Rushdie, che viene espulso alla dogana Usa come sospettato terrorista, che viene premiato come ambasciatore di pace del mondo musulmano, che va a cena con i potenti della Terra e canta alla cerimonia di consegna dei premi Nobel) tutto sembra tornare magicamente al suo posto: la voce calda, pastosa, familiare, rassicurante di “Tea for the tillerman” e di “Teaser and the firecat”, la chitarra limpida e il “picking” puntuale di Alun Davies, il piano bluesy&jazzy di Jean Roussel. Dietro al banco di regia siede un hit maker smaliziato come Rick Nowels (che ha lavorato con Madonna e con Rod Stewart, con Dido e con le Corrs), ma per fortuna qui rispetto e misura prevalgono su calcoli commerciali e voglia di inseguire le mode. Niente di più lontano dalla testa dell’autore, del resto. E “An other cup”, come ci si poteva aspettare, è un disco intriso di spiritualità, devozione, Corano. Yusuf però ha l’accortezza di suggerire invece che indottrinare, e di lasciare aperte le canzoni all’interpretazione di chi ascolta: una bella dimostrazione pratica, concreta, di ecumenismo e flessibilità mentale che magari, chissà, insegnerà qualcosa a chi si ostina a vedere odio e divisioni dappertutto.
C’è molta autobiografia sparsa in queste undici tracce. Il vibrante singolo che ha preceduto l’album, “Heaven/Where true love goes”, accenna al momento topico della conversione, quel giorno che le onde dell’oceano quasi si inghiottirono il vecchio Cat a Malibu, ed è esplicito il suo desiderio di non essere più mal interpretato: un motivo in più per decidere di riprendere la “Don’t let me be misunderstood” di Animals e Nina Simone in una meditativa versione orchestrale. Ci sono le parole di Rumi, il mistico turco di scuola Sufi (nello “spoken word” di “Whispers from a spiritual garden”) e granelli di saggezza filosofica sul significato della vita (“One day at the time”, “un giorno alla volta”) e della morte (“In the end”). Ma c’è anche una fragranza, un sapore fresco e allo stesso tempo déjà vu, nelle melodie (pop allo stato puro) e negli arrangiamenti, che ha le carte in regola per conquistare anche un ateo incallito. Ci sono, anche, tante citazioni di un passato che si pensava rinnegato e invece non lo era. A partire da quel titolo che, spiega Yusuf, si ricollega a quello del classico “Tea for the tillerman”, mentre “Maybe there’s a world” è una nuova “Peace train” e altre canzoni sono ripescate dal passato o da un cassetto rimasto chiuso a chiave. “I think I see the light”, che stava su “Mona Bone Kakon” (1970) è riarrangiata in frizzante stile Sixties per cornetta, piano e organo jazzbeat e “Greenfields, golden sands”, un quasi inno posto in chiusura, arriva dritta dritta dal ’68: se il testo evoca quello della successiva “Imagine”, spiega serafico Yusuf, è perché, ai tempi, “c’era una risonanza nell’universo” e lui e Lennon, come tanti altri, stavano pensando le stesse cose. Ci sono, infine, sapori di mondi diversi, non solo arabi e occidentali: il delizioso pezzo di apertura, “Midday (Avoid city after dark)” combina fiati r&b a una solarità da carnevale sudamericano, “The beloved” si muove tra la Grecia d’origine dell’uomo nato col nome di Steven Georgiou e l’Africa di Youssou N’Dour, ospite vocale nella circostanza.
Sembrava lontano, Yusuf, e invece ci era rimasto vicino. Sembrava “contro” e invece era “con”. Pronto a risalire sul suo treno della pace, al ritmo di una musica che neppure lui, scopriamo oggi con piacere, si era mai dimenticato.
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