NEWS   |   Italia / 08/11/2006

La 'musica integrale' di Corrado Rustici: 'Così distruggo la mia immagine'

La 'musica integrale' di Corrado Rustici: 'Così distruggo la mia immagine'
Manipolando suoni in sala di registrazione per Zucchero, Baglioni, De Gregori, Bocelli, Elisa e Negramaro, per dirne solo qualcuno, Corrado Rustici si è guadagnato i galloni di “top producer”, sicuramente il più quotato tra gli italiani grazie anche alle numerose esperienze internazionali. Ma il napoletano che vive sulle colline sopra Berkeley, in California, è anche un chitarrista provetto e un compositore/musicista per suo conto, che ama di tanto in tanto pubblicarsi dischi da sé affrancandosi dalle aspettative e dalle urgenze del mercato mainstream. L’ultimo, uscito da qualche giorno per la Sugar, si intitola curiosamente “Deconstruction of a postmodern musician” e riflette un suo intimo percorso umano e personale, oltre che professionale, ispirato soprattutto agli insegnamenti di Ken Wilber, il teorico americano del “pensiero integrale” che vanta tra i suoi fan della prima ora l’ex presidente Bill Clinton e che per Rustici ha scritto di suo pugno un’introduzione al cd. “L’ho conosciuto grazie ad Alfonso Montuori, un professore italo-olandese che insegna all’Università di San Francisco e che è un amico di entrambi. Wilber mi ha ospitato qualche giorno a casa sua, a Boulder in Colorado, e abbiamo parlato per ore: è stato uno degli incontri più importanti della mia vita”. Ma quel titolo? “Nasconde un po’ di ironia, anche se la postmodernità appartiene a tutti noi, all’ambiente in cui viviamo e in cui cerchiamo di evolverci. Siamo contemporaneamente in fase di evoluzione e devoluzione, e volevo dire la mia sull’appiattimento culturale di questi tempi, in cui tutto equivale a tutto svuotandosi di significato. E’ bello che i nuovi sistemi di comunicazione permettano un feedback immediato a quello che si fa, e che i nuovi megafoni come Internet mettano tutti sullo stesso piano. D’altra parte il rischio è che così facendo non si rispettino le gerarchie di valori e di abilità che comunque esistono. Non tutti hanno lo stesso vocabolario a disposizione”. Quanto alla ‘decostruzione’, aggiunge, “quello è un concetto che si adatta bene alla scaletta del disco e al suo percorso musicale: volevo distruggere, o almeno confondere, l’immagine che si ha di me come produttore e come musicista”. Rustici il suo disco lo ha concepito come un flusso, un quadro unico e, appunto, “integrale”, da assorbire come un tutt’uno, anche se si rende conto che la tecnologia oggi rema in senso contrario. “Eh sì, non c’è più il vinile, la puntina sul microsolco che costringeva l’ascoltatore a seguire una sequenza predeterminata dall’artista. Ma io non sono un nostalgico e mi va bene anche così. Questa musica è fatta di tanti elementi costitutivi, a me piace chiamarli oloni secondo la definizione che ne diede Arthur Koestler, e uno può scegliere se prenderli singolarmente o come parti di un insieme più grande. Sono come tanti paragrafi di un unico capitolo musicale ma c’è un sentiero, e ascoltando l’album dall’inizio alla fine lo si capisce”.
La musica che contiene è un prodotto diretto delle sue premesse “filosofiche”: col suo strumento, la chitarra, Rustici insegue spesso i suoni della natura, cercando di riprodurre la voce umana e i movimenti dell’oceano. “Bene o male che sia, non sento più il bisogno di dimostrare a nessuno il mio valore di strumentista, e non volevo fare un album da chitarrista. Ho spesso cercato una componente lirica, nel suono, che mi ha portato vicino ai timbri della voce umana. Su un brano come ‘Bodega bay’, per esempio, ho suonato su una corda sola perché mi interessava l’effetto monofonico”. E l’oceano? Rustici è abituato a frequentarlo, in California…. “Sì, sono anche un patito del kite surf (surf a vela), e appena posso vado in mare a farmi massacrare… Negli anni ’80 ho cominciato ad approfondire il modo in cui le frequenze agiscono sulla mente e sul corpo umano, e ho cercato di applicare queste cognizioni nell’ultimo pezzo del disco, ‘…And my mind became a color’. Dopo aver registrato il suono dell’oceano ho cominciato a rimpiazzarne ogni onda, ogni sfumatura, con il suono della chitarra. Mi sono immerso nel ritmo invisibile dell’oceano, nelle frequenze dei suoi movimenti ondulatori che ho cercato di imitare dandogli un contenuto armonico attraverso la composizione e l’esecuzione. Ho scritto una serie di partiture ma è stato il brano più difficile da realizzare, non tanto tecnicamente quanto perché era facile farsi portare su un livello di percezione diverso: ci ho messo quattro mesi, ma solo perché a un certo punto ho deciso di fermarmi. Forse uno più bravo di me avrebbe fatto di meglio o più velocemente, non so. Lo scopo principale di questo brano era quello di farmi scomparire completamente come chitarrista, come autore e come produttore…Non ci sono riuscito fino in fondo, ma credo di aver evitato le trappole della canzone che serve a soddisfare solo l’ego del musicista. Sono sempre meno interessato alle musiche che descrivono con esattezza un paesaggio musicale all’ascoltatore, preferisco quelle che lo spingono a crearsene uno da sé. E mi piace pensare alla mia musica come a un’esperienza verticale: non mi interessa espandermi orizzontalmente tra i generi, ma integrare le esperienze e le conoscenze musicali che sono dentro di me”. Per farlo, Rustici si è fatto aiutare da musicisti “sintonizzati sulla stessa lunghezza d’onda”: amici del “giro” Sugar come Elisa, Giuliano Sangiorgi dei Negramaro, Fabio Properzi degli Ameba4 (tutti prodotti da lui, in un passato più o meno recente). Ma anche vecchie glorie della musica senza frontiere degli anni Settanta come il chitarrista prodigio Allan Holdsworth o l’oboista, ex Oregon, Paul McCandless. “La prima volta con entrambi”, spiega Corrado. “Allan è un musicista formidabile, e averlo vicino è stato come ricevere un bel calcio nel sedere. E la presenza di Paul mi ha permesso di sperimentare delle combinazioni tra chitarra elettrica e oboe che non avevo mai sentito prima”. Ora, dice, gli è persino tornata la voglia di suonare dal vivo, “che pensavo di aver perso per sempre dopo essere stato a Woodstock, nel ’94 (con Zucchero). Gli showcase che ho fatto in questi ultimi giorni mi hanno rinfrancato molto sulla possibilità di eseguire questa musica davanti a un pubblico, ho riscoperto il piacere di comunicare faccia a faccia con la gente”. Se ne parlerà non prima di sei mesi, però: gli impegni del produttore incombono, confessa Rustici, con due grossi progetti discografici (top secret…) programmati uno a ruota dell’altro. La sua “musica integrale” dovrà aspettare: del resto, la fretta non gli si addice.
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