NEWS   |   Italia / 20/10/2006

Luvi De André debutta a 29 anni: 'Ma ho dovuto fare violenza a me stessa'

Luvi De André debutta a 29 anni: 'Ma ho dovuto fare violenza a me stessa'
La casa discografica vorrebbe proteggerla da troppe domande sull’illustre, e molto ingombrante, Papà. Ma è una parola: Luvi De André, bionda, timida e carina, i suoi geni ereditari se li porta scritti in faccia. Molto meno, anzi quasi per nulla, nelle dodici canzoni che compongono il suo cd di esordio “Io non sono innocente”, da oggi, venerdì 20 ottobre, in distribuzione nei negozi. Ballate e midtempo pop rock di sapore angloamericano, tante chitarre (elettriche e acustiche), batteria in primo piano e un’elettronica poco invadente, vocalità a tratti sorprendentemente aggressiva per chi se la ricorda sul palco con il genitore. Più vicine all’ultimo Ivano Fossati, semmai, quantomeno in certe inflessioni melodiche: e non è certo una sorpresa, considerando che proprio alla corte del cantautore genovese ha preso forma il suo team di lavoro (la sua “band”, anzi), con il figlio Claudio “Lillo” Fossati, Pietro Cantarelli e Fabrizio Barale degli Yo Yo Mundi. “Ci abbiamo messo tanto a completare il disco, quasi tre anni, anche a causa dei loro impegni con Ivano” spiega la figlia di De André e Dori Ghezzi. “E poi non avevamo scadenze contrattuali da rispettare, abbiamo potuto lavorare rilassati e in piena libertà”. Inutile mettersi fretta, del resto, quando ci si decide al grande passo alla soglia dei 29 anni (Luvi li compie il 30 novembre prossimo), “dopo aver coltivato tante passioncelle passeggere, mai approfondite: la fotografia, la moda, dopo un liceo artistico mollato a metà… Ma se l’avessi fatto prima, un disco mio, probabilmente non mi sarei sentita pronta e l’avrei vissuto in maniera diversa.Tutto è successo con naturalezza, e le mie scelte sono state anche il frutto di incontri fortunati. L’inizio è stato curioso. Claudio aveva scritto due pezzi, ‘Io non sono innocente’ e ‘La verità delle parole’: pur sapendo che, all’epoca, io non avevo alcuna intenzione di fare questo lavoro, mi ha chiesto di mettere la voce sui provini che voleva proporre in giro ad altri artisti. Mi ci sono affezionata così tanto, a quelle canzoni, che alla fine gli ho chiesto di aspettare un attimo prima di regalarle a qualcun altro. In quel momento è scattato qualcosa e mi sono trovata incastrata”. A dispetto del carattere, “che mi ha sempre tenuta lontana dall’apparire, dai riflettori. Ho una doppia faccia, al di là dell’aggressività che mostro in questo disco io sono molto timida e riservata… Per un bel po’ di tempo, durante la preproduzione del disco, ho dovuto impormi di non pensare a quello che sarebbe potuto succedere dopo. Credere in quel che stavo facendo mi ha aiutato molto, ma non è che oggi mi venga tutto così facile, in un certo senso ho dovuto fare violenza a me stessa”. Le interviste, per esempio, sembrano metterla ancora a disagio, e vengono in mente le parole di una canzone del disco, “Piovono fulmini”, dove confessa “per le domande io non ho difese/…per le risposte io non vado bene”… Parlano le canzoni, insomma: “Sì, anche perché i testi, pur non avendoli scritti in prima persona, li ho sentiti subito miei, non ho dovuto sforzarmi di immedesimarmi in qualcun altro. C’è una ragione: i pezzi sono nati strada facendo, man mano che con ‘Lillo’, e gli altri, ci conoscevamo sempre meglio e il rapporto diventava più profondo. Ci siamo resi conto di vivere le stesse esperienze e di provare le stesse sensazioni. Non è autobiografia, ma c’è molto di me. Anche nel pezzo più letterario, ‘Ismahel’ che è ispirato al ‘Moby Dick’ di Melville. La metafora della balena, la parte di noi che ci fa paura e che cerchiamo di sopprimere, è qualcosa che mi appartiene fino in fondo”. E le musiche? “Anche quelle, io Pietro e Claudio, che abbiamo coprodotto il disco, abbiamo gli stessi gusti musicali. Io ho sempre amato Tracy Chapman e la prima Sheryl Crow, Skin e gli U2, i Coldplay e i Radiohead, l’ultimo disco che ho comprato è quello di Thom Yorke. In Italia mi piacciono i Subsonica, i Negramaro ed Elisa, anche se non so quanto ci assomigliamo…Non ho voluto farmi influenzare da quello che tanti si sarebbero aspettati da me…In studio è andato tutto liscio, anche se mi trovo sicuramente meglio a cantare davanti a un monitor che con le cuffie in testa”. Ne è venuta fuori una raccolta di canzoni omogenea e piuttosto esplicita nei suoi significati, a partire dalla copertina: una illustrazione di Pierluigi Longo “che ho trovato casualmente su Internet”, spiega Luvi. “Me ne sono innamorata e ho chiesto l’autorizzazione a usarla. Per me rappresentava bene i contenuti del disco e le sue diverse chiavi di lettura: il faro sulla testa richiama la volontà di esporsi e si collega bene anche al titolo dell’album, la marionetta appesa al filo quel restare in attesa delle cose senza fare nulla. Il tutto rende l’idea di un disagio generazionale in cui mi ritrovo in pieno… Penso di essermi creata, negli anni, un equilibrio di comodo che ha finito per limitarmi molto. E oggi, avvicinandomi ai trent’anni, ho capito che senza fare un passo, senza un po’ di fatica, non sarei andata da nessuna parte”. Turbamenti da trentenni… “Sì, ma il nostro problema è piuttosto che tutto ci turba troppo poco, è l’indifferenza. Non vogliamo esporci, siamo delle pentole in ebollizione che non osano togliersi il coperchio”. Musica come terapia, sedute di registrazione come sedute di autoanalisi. E’ andata così, con “Io non sono innocente”? “In un certo senso sì, è stata una terapia d’urto!”, ridacchia Luvi nervosamente. “E intanto sono riuscita a fare una cosa che anni fa non avrei neppure immaginato”. Ora si prepara al passo successivo, le prime esibizioni dal vivo come “frontwoman” (“con Claudio, Pietro e Fabrizio. Siamo ancora cercando un bassista), e intanto incassa anche i complimenti di mamma Dori. “E’ contenta, si è interessata a quel che stavo facendo. Ma è sempre stata molto discreta”. Una dote di famiglia, pure quella.
Scheda artista Tour&Concerti
Testi