Gli anni '80, che nostalgia: prime impressioni sul 'nuovo' Robbie Williams

Gli anni '80, che nostalgia: prime impressioni sul 'nuovo' Robbie Williams
Il primo ascolto “blindato” (leggi: negli uffici della casa discografica) di “Rudebox”, il nuovo album della pop star inglese in uscita il 20 ottobre, non lascia dubbi: Robbie Williams ha tanta nostalgia degli anni ’80 (un po’ meno dei ’90, dei Take That e del loro manager). Non è certo l’unico, oggi che Madonna ha riacceso passioni sopite per la disco music e le mirror balls nel mentre Depeche Mode, Duran Duran e Pet Shop Boys impazzano come non mai. Questi ultimi, Robbie li ha voluti con sé in studio di registrazione coinvolgendoli in un esperimento curioso, la cover di una cover (si intitola, appunto, “We’re the Pet Shop Boys”, era dei My Robot Friend e suona più originale dell’originale) e in una clamorosa, obiettivamente irresistibile “She’s Madonna”: omaggio sincero, giura il Robbie, a un’icona del nostro tempo (“Prendiamo drink/con Kate e Stella/c’è anche Gwyneth/e ha portato il suo uomo/Ma tutto quel che desidero fare/è portarmi a casa Madonna”, recita il testo): e così il cerchio si chiude.
Lo hanno presentato come il disco techno pop, il disco electro, il disco rap di Williams: ma la prima impressione è che “Rudebox” sia anche altro, con molta più melodia, per esempio, di quanto facesse supporre l’omonimo, spiazzante e tutto sommato coraggioso singolo che lo ha preceduto: un disco vivace, divertente, intrigante, intelligente, con l’unico difetto di essere fin troppo denso, lungo (75 minuti, con i suoi sedici brani + bonus track), a volte fin troppo autoreferenziale nei testi, vizio comune del resto a molte superstar di oggi. Un disco, magari, meno facile da “vendere” (anche se la casa discografica parla di 130 mila copie in prenotazione, un risultato notevole), perché i dancebeats la fanno sempre e comunque da padrone e mancano le ballatone che hanno fatto la fortuna dell’inglese (l’unico “lento”, “Burlsem normals”, non sembra essere uno dei titoli migliori). Un disco, anche, dalle sonorità e le ambientazioni squisitamente British, che non dovrebbe alterare più di tanto, dunque, il rapporto difficile e controverso che Williams ha con il mercato americano: non bastano certo l’armonica e il banjo di “Viva Life on Mars”, originale e azzeccato melange tra country folk e Brit pop dance, a cambiare le carte in tavola. Ritmo e melodia, si diceva: entrambi somministrati in dosi massicce nel secondo singolo “Lovelight”, prodotto dal newyorkese Mark Ronson e caratterizzato da una inconsueta voce in falsetto. E’ una delle tante cover del disco (del semisconosciuto soulman Lewis Taylor), con quella “Bongo bong and Je ne t’aime plus” che all’inconfondibile riff in levare di “King of the bongo” (Manu Chao) aggiunge cassa in quattro, fiati da balera giamaicana anni ’60, un solo di sax ruggente e la vocetta effervescente di Lily Allen, la “Kiss me” di Stephen Duffy che il re della disco-house Joey Negro rielabora in un pezzo veloce, pulsante, avvolgente e la “Louise” degli Human League, forse la migliore di tutte con quella melodia malinconica, una bella performance vocale e una classica produzione in stile William Orbit, tra folate ambient e un pizzico di lo-fi (lo si riconosce, Orbit, anche nel midtempo di “Summertime”, un pezzo che risale al periodo immediatamente post Take That). I Soul Mekanik, concittadini di Stoke-on-Trent, schiacciano l’acceleratore sulla title track ma anche tra i synth di “Never touch that switch”, mentre Ronson sfodera uno dei pezzi più duri e incalzanti della raccolta con “Keep on” (ancora la Allen ai cori) e cucina altri ingredienti vagamente caraibici sul toastin’ di “Good doctor” (il testo è una confessione sulle difficoltà di Robbie a rigare diritto ed elenca una successione di medicinali: in Italia lo avevano già fatto i Subsonica con “Depre”, un pezzo incluso in “Microchip emozionale”); il titolo immediatamente successivo, “The actor”, è un techno pop teutonico che snocciola nomi di attori e registi di ieri e di oggi, accomunati da un identico destino (“Tutti diventeranno anonimi per quindici minuti”, canta Robbie ribaltando il celebre teorema warholiano). Quando arriva il momento dell’autobiografia in due puntate a tempo di rap, “The 80’s” e “The 90’s”, l’orecchio è già piuttosto provato da tanta musica, e non è facile tenerlo sul chi va là: il primo capitolo rievoca le prime esperienze sessuali e con le droghe, la morte di una zia, le Falklands e la musica dei Beastie Boys; il secondo, dal testo chilometrico, l’incontro con gli altri Take That (“Il cantante solista faceva di tutto per non rendersi simpatico/eppure gli volevo bene lo stesso”), le cene con Versace e le colazioni con Lady Diana, prima del “fuck the band” definitivo. Perché Robbie, come e più di sempre, non le manda a dire e non porge l’altra guancia: la “bonus track” si intitola “Dickhead” ed è il suo schiaffo di ritorno a tutti quelli che quell’epiteto poco gentile lo hanno affibbiato a lui. Che è sempre se stesso, fregole dance e nostalgie anni ’80 a parte. “Questo è il suono di Robbie Williams, non è diverso, sono io”, come spiega in un’intervista rilasciata in esclusiva a Mtv che il canale musicale manderà in onda nei suoi tgflash tra il 14 e il 15 ottobre.
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