Le 'protest songs' dei Gov't Mule: 'Siamo tornati agli anni '50'

Le 'protest songs' dei Gov't Mule: 'Siamo tornati agli anni '50'
E’ Warren Haynes “the hardest-working man in show business”, dopo che James Brown ha rallentato i ritmi per sopraggiunti limiti di età? Molto probabile: il chitarrista della Allman Brothers Band ha appena dato alle stampe un nuovo cd dei suoi Gov’t Mule ma resta in pieno fermento creativo, con materiale inedito sufficiente a riempire metà del prossimo disco e il desiderio di realizzare al più presto un album solista di stampo più acustico e cantautorale. Intanto ha trovato il tempo per un passaggio lampo in Italia a spiegare e promuovere “High and mighty”, zeppo di riff hard rock che ricordano Free, Zeppelin, Deep Purple e AC/DC, ma anche di dilatate ballate rock blues e divagazioni in territori raga & reggae rock. “Volevamo catturare in studio l’evoluzione del sound della nuova formazione (un quartetto che include il batterista storico Matt Abts, il bassista Andy Hess e il tastierista Danny Louis) ma anche, in qualche modo, voltarci indietro e guardare al nostro passato. Per questo il rock’n’roll è molto presente, in questo album, che tuttavia viaggia anche in direzioni musicali differenti come succede regolarmente nei nostri spettacoli dal vivo. Volevamo riprodurre lo spirito dei concerti, ma non è che ci mettiamo a incidere jam da 30 minuti, in studio, anche se avere un paio di canzoni da 9 minuti non è male… ’Unring the bell’ e ‘Endless parade’, o anche ‘Brand new angel’, appartengono a questa categoria”. E sono eseguite, spiega Haynes, con una sensibilità più vicina al jazz che al rock tradizionale: un po’ come facevano i vecchi Grateful Dead. “L’approccio è simile, in effetti. In entrambe le band quel che più conta è ascoltarsi attentamente l’uno con l’altro, reagire istintivamente a quel che si sente provenire dagli altri strumenti; mentre immagino che in una rock’n’roll band tradizionale ognuno pensi a suonare la sua parte e a osservare le reazioni del pubblico. Noi invece prestiamo più attenzione a quel che succede sul palco, perché la chiamata e risposta è il fondamento dell’improvvisazione. In certi momenti nessuno di noi sa cosa suonerà di lì a poco, tutto è in funzione del modo in cui ci rispondiamo a vicenda. E’ un gran piacere suonare in questo modo perché si aggiunge una prospettiva multidimensionale alla performance”. Lo stesso, più o meno, è capitato anche in studio quando si è trattato di incidere “High and mighty”. “Ognuno”, spiega il placido Warren, “ha le sue idee sulle direzioni da prendere e ne discutiamo insieme fino al momento in cui i nastri cominciano a girare. Così capita che la versione di una canzone che si ascolta sul disco sia completamente differente dalla take che l’ha preceduta. In studio, ovviamente, devi fare a meno dell’energia prodotta dal pubblico, ma la spontaneità è garantita dal fatto che suoniamo sempre e comunque tutti insieme nello stesso momento, faccia a faccia, come fossimo in una sala prove. Abbiamo registrato ad Austin, nello studio di Willie Nelson, un ambiente piccolo e raccolto che favorisce l’interazione tra i musicisti: come sempre abbiamo cercato ogni volta che era possibile di preservare le prime take di ogni canzone. Più ne incidi, più ti metti a pensare a quel che stai facendo e perdi freschezza”.
Nelle undici tracce (più bonus track) Haynes sfoggia il suo stile chitarristico inconfondibile: ma nell’introduzione di “Brigher days” la sua slide orientaleggiante ricorda inequivocabilmente quella di Derek Trucks, suo alter ego chitarristico negli Allman. “Quel passaggio è nato da un’improvvisazione, tanto che le due take precedenti cominciavano con il riff di chitarra elettrica. Stavo cercando di riscaldarmi per la performance ed è venuto fuori quel fraseggio alla slide… Ma sono anni che mi interesso di musica modale”, sottolinea Haynes, “ed è naturale che suonando fianco a fianco sera dopo sera io e Derek finiamo per influenzarci a vicenda. Quando in una band ci sono due chitarristi solisti una certa forma di competitività è salutare, ma è ancora più importante preoccuparsi della bontà del risultato complessivo. In due bisogna saper trovare il giusto punto di equilibrio tra quel che si suonerebbe spontaneamente e la necessità di rispondere agli stimoli che provengono dal tuo interlocutore. Si sviluppa un tipo di rapporto molto delicato e non sempre funziona, anche se si tratta di ottimi musicisti. E’ questione di chimica, c’è o non c’è”.
La succitata “Unring the bell”, con quel ritmo reggae condito da effetti dub, è invece il brano più sorprendente della raccolta: “L’ho immaginata così dall’inizio. Il testo parla di Medio Oriente e di politica estera americana, dei conflitti che attualmente dividono il nostro paese: e quel tipo di musica mi è sembrato subito il più adatto a trasmettere un messaggio non dissimile da certe cose di Bob Marley. In un certo senso ‘Unring the bell’ è una canzone di protesta, Neil Young l’ha inserita nel suo sito Web dedicato proprio a questo genere di composizioni. Non ci eravamo mai spinti così in là con il reggae, almeno in sala di incisione. Gordie Johnson, il coproduttore del disco, è un esperto del genere e ha contribuito sostanzialmente all’arrangiamento e alla creazione del quadro sonoro generale. Ma l’intera performance è stata registrata comunque dal vivo in studio, ad eccezione della parte vocale che ho sovrainciso successivamente. Ne abbiamo registrato tre take e alla fine abbiamo scelto la prima”. Il flirt di Haynes con la musica giamaicana è destinato a durare, se è vero che sul palco del Beacon Theatre di New York, per uno dei tradizionali concerti di fine anno dei Mule, ci sarà anche Toots Hibbert: “Ci siamo incontrati a un festival, non ricordo più quale, e abbiamo fatto conoscenza. Sono un suo grande fan, amo la sua voce e lo trovo un artista straordinario. Sono elettrizzato all’idea di salire sul palco con lui”.
Intanto “Unring the bell” non è l’unico pezzo “di protesta” di “High and mighty”: “Siamo a uno dei punti più bassi della storia”, canta più o meno Haynes in “Like flies”. Peggio che negli anni ’80, Warren? “Più o meno siamo tornati lì. Anzi, agli anni ’50. Anche nella musica: come allora, oggi sono di nuovo i produttori a dettare legge mentre i musicisti perdono di importanza. Per fortuna esiste un rovescio della medaglia, musicisti seri che fanno musica per un pubblico serio, ma il mainstream di oggi assomiglia a un brutto scherzo, per la maggior parte si tratta di musica usa e getta. Con ‘American idol’ e i reality show il desiderio di essere famosi è diventato molto più importante del talento o della volontà di sviluppare delle capacità professionali e artistiche”. La scena jamband è una valida alternativa, anche se resta per ora un fenomeno tipicamente americano? “Mah, io credo che un po’ per volta diventerà popolare anche in Europa: noi, per esempio, siamo stati accolti meglio di quanto ci saremmo aspettati. I Gov’t Mule, per la verità, sono una jam band solo a metà, siamo anche un gruppo rock’n’roll e così abbiamo due tipi di pubblico differenti che si mischiano tra di loro. Arriviamo dal rock ma siamo stati accolti dalla comunità jam perché facciamo concerti molto lunghi, con molta improvvisazione e cambiando continuamente i pezzi in scaletta”. E tutte quelle cover, dal vivo, servono a sottolineare una continuità con la tradizione della musica popolare? “Le facciamo soprattutto perché divertono noi e il pubblico. Scelgo le canzoni che so di poter cantar bene o quelle che avrei voluto scrivere io, ma cerchiamo anche di stuzzicare l’interesse di chi ci ascolta, soprattutto dei più giovani, nei confronti di canzoni e di artisti che forse non hanno mai sentito prima. Può trattarsi di Elmore James o dei Traffic, di Bob Marley o dei Free, che sono stati una fonte di ispirazione importante per i Mule. A volte, come è successo con ‘War pigs” dei Black Sabbath o con i Radiohead, scegliamo pezzi che il pubblico non si aspetterebbe da un gruppo come il nostro”. Il che rende ancora più interessanti le loro esibizioni-maratona. Perché dal vivo, si sa, i Gov’t Mule lavorano davvero sodo: proprio come James Brown, a cui il loro bizzarro nome è in qualche modo legato. “Già”, ridacchia Warren, “ce lo ha suggerito involontariamente Jaimo, il batterista di colore della Allman Brothers Band. Lui e Allen Woody (bassista dei Mule e della ABB, morto nell’agosto del 2000) erano a un suo concerto e lo osservavano ballare un valzer sul palco con sua moglie. L’espressione Gov’t Mule è nata così, riferita alle dimensioni del posteriore di una donna. In particolare a quello della moglie di James Brown”.
Scheda artista Tour&Concerti Testi

© 2019 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini fotografiche rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, quindi, libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.