John Legend, talento e programmazione: 'Ora voglio conquistare anche le radio'

John Legend, talento e programmazione: 'Ora voglio conquistare anche le radio'
Troppo perfetto per essere vero? Elegante, misurato, educato, compassato, colto (è laureato in inglese alla University of Pennsylvania), John Legend è un mix di talento (con pianoforte e voce ci sa fare eccome) disciplina e ferrea programmazione. Deve ancora uscire il suo nuovo disco, nei negozi dal 20 ottobre, e pensa già al successivo, in scaletta per il 2008. Progetta il tour che lo terrà impegnato fino al 2007 (probabile data milanese il 12 dicembre) e intanto si ingegna sul come scardinare la relativa indifferenza delle hit radio, poco propense a "passare" le sue canzoni un po' troppo old fashioned e raffinate per i gusti della massa radiofonica. Ci aggiunge anche un filo di presunzione, magari, con quel nome d'arte che, dice, serve da sprone "a fare musica di qualità e che duri nel tempo". In Italia, per ora, piace soprattutto a un pubblico cool e di nicchia (30 mila copie vendute col suo album di debutto, dice la Sony), ma nel resto del mondo il suo "Get lifted" ha fatto il botto, 3 milioni di copie e tre Grammy Awards. Il nuovo "Once again" dovrebbe confermarlo ai vertici, ricco com'è di sonorità up-to-date calibrate dalle mani sapienti di will.i.am, Craig Street, Raphael Saadiq e Kanye West, suo mentore nonché discografico, e di rimandi ai classici del soul, del pop sofisticato e del rhythm&blues anni '50-'60. "Sì, Ray Charles, Sam Cooke e soprattutto Marvin Gaye sono sempre i miei punti di riferimento, anche perché io provengo dallo stesso background gospel. Come la loro, la mia musica non è solo intrattenimento ma ha una componente trascendente, vuole veicolare un messaggio spirituale, sopravvivere nel tempo. Guardo ai grandi del passato ma non è che oggi tutta la musica sia diventata fast food, c'è chi cucina ancora pasti sostanziosi e nutrienti: 'The miseducation of Lauryn Hill', per me, è un classico" (lui ci ha pure suonato).
Proiettato da un giorno all'altro nell'olimpo della black music, il giovane John (28 anni da compiere) sembra controllare la situazione con estrema lucidità e calma olimpica. "Essere un artista solista è sempre stata la mia ambizione, anche quando lavoravo dietro le quinte (per West, la Hill, Mary J Blige e tanti altri). "Conosco perfettamente la maledizione che colpisce tanti debuttanti di successo, quelli che quando arriva il momento di ripetersi entrano in paranoia, si terrorizzano, diventano pigri o si crogiolano nell'autocompiacimento. Ma non tutti hanno fatto quella fine: bastano, i Beatles, come esempio?. Quando si è trattato di rientrare in studio io ho tenuto a mente i suggerimenti di will.i.am: abbi paura, fame e umiltà, mi ha detto, e io ho cercato di tirar fuori il meglio di me. Mi sono applicato con diligenza e impegno, sono rimasto estremamente concentrato". Sforzandosi anche di accrescere la sua gamma espressiva. "Non avevo mai cantato prima nel tono sussurrato che ho usato in 'Show me', per esempio. Mi è venuto fuori spontaneamente, mentre provavo la canzone a tarda notte e non volevo disturbare nessuno. E' una tecnica abbastanza difficile, bisogna tenere la voce molto vicina al microfono e si rischia di risultare inudibili. Era perfetto per il contenuto della canzone, comunque, che è una preghiera intima a Dio, uno di quei colloqui con l'aldilà che si fanno in camera da letto chiedendosi il senso della vita e della morte". E tutti quei produttori, nel suo disco, a cosa servono? "Ognuno porta con se la sua energia, il suo stile, i suoi gusti, il suo background e questo serve a garantire varietà al disco. Alla coesione del risultato finale penso io, che co-produco, canto, suono il pianoforte e scrivo le canzoni". Tutti pezzi grossi del nu-r&b e dell'hip hop, comunque, perché Legend non guarda solo indietro ed è di gusti moderni ed eclettici, gli piacciono Sufjan Stevens e Fiona Apple. "Apprezzo i Public Enemy ma anche l'hip hop che nasce per divertire e far ballare. Del resto in origine si trattava di party music, e abbiamo bisogno anche di quella. Kanye West è uno dei miei preferiti perché ci aggiunge una forte componente di commento sociale e politico". Tanto da finire su tutte le prime pagine dei quotidiani americani per aver parlato chiaro e senza peli sulla lingua a proposito del disastro di Katrina, accusando l'amministrazione Bush di fregarsene bellamente di chi è povero e ha la pelle nera. "L'ho ammirato molto per questo, con quella dichiarazione si è esposto e ha smosso le coscienze. Certo non è solo colpa del governo quello che è successo a New Orleans, il film di Spike Lee 'When the levee broke', se vi capiterà di vederlo, vi darà un quadro completo della situazione e delle responsabilità, che coinvolgono il governatore della Louisiana, l'amministrazione locale, chi ha costruito argini insufficienti. Ma ci siamo potuti rendere conto, in effetti, che a George Bush e ai suoi dei poveri e dei neri non interessa nulla, basta dare un'occhiata alla loro politica fiscale". Ecco il Legend socialmente consapevole. Ma lui preferisce parlare di musica e concentrarsi su quella. Sogni nel cassetto? "Conquistarmi l'attenzione dele radio. Non posso certo lamentarmi, ho venduto dischi a palate, ma se mi dessero una mano non guasterebbe". E' vero che ha interpretato la parte di Lionel Richie in un film sul suo idolo Marvin Gaye? "L'ho letto anch'io su qualche sito on-line, ma è una balla. Mica crederete a tutto quello che scrivono su Internet?"
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