Dan Black (The Servant): 'Faccio musica inglese, ma io mi sento europeo'

Dan Black (The Servant): 'Faccio musica inglese, ma io mi sento europeo'
Un’altra firma si aggiunge in calce al manifesto del movimento rock neoluddista, abbasso la catena di montaggio di computer e campionatori e viva (di nuovo) gli artigiani delle percussioni e della chitarra elettrica. Stupisce un po’ che sia quella di Dan Black, già frontman della band electrorock italiana Planet Funk e oggi leader dei The Servant, quartetto inglese che venerdì 29 settembre licenzia un album, “How to destroy a relationship”, tutto basato, appunto, sui suoni “umani” e non meccanizzati di voce, chitarra, basso e batteria. “E’ successo spontaneamente, non per calcolo o ragionamento”, assicura il leader della formazione che Rockol ha incontrato a Milano nella sede della casa discografica edel. “Dopo il primo disco, che era molto elettronico, siamo andati in giro a suonare dal vivo. Ci siamo accorti presto che tutti quei computer sul palco erano una limitazione, toccava a noi adeguarci alle macchine e non il contrario. Quando li abbiamo spenti, facendo affidamento solo su noi stessi e sui nostri strumenti, abbiamo visto che il pubblico reagiva con entusiasmo sempre maggiore. Tornando in studio ci è sembrato logico proseguire su questa strada. Il risultato è che se il primo album ci era costato due anni di lavoro, questo lo abbiamo completato in sei mesi. All’inizio in verità ci avevo anche provato, a sedermi davanti al mio portatile, ma non ne usciva niente di buono. Forse, dopo vent’anni di crescita tumultuosa, la tecnologia applicata alla musica ha raggiunto un limite. Diventa difficile scovare suoni mai sentiti prima, un approccio ancora fresco e originale. E poi il cuore della musica sta sempre nel feeling, nella trasmissione di emozioni, e con uno strumento vero lo scopo si raggiunge più in fretta e direttamente. Se si usano le macchine c’è sempre uno scarto temporale tra pensiero ed azione, una premeditazione che rende meno diretta l’espressione. E’ come la differenza che c’è tra scrivere una lettera di insulti o tirare un pugno in faccia a una persona che si odia. Ecco, diciamo che oggi molti si sono stufati di scrivere lettere”. Studi recenti, infatti, confermano che non si sono mai vendute tante chitarre come oggi, nel Regno Unito. “E’ una gran cosa, considerando che cinque anni fa tutti i ragazzini volevano fare i dee-jay. Non voglio dire che mettere dischi in sequenza non sia un lavoro creativo, ma costruire una canzone con le proprie mani è un’altra cosa. Ho fatto entrambe le cose e posso dire che il songwriting è molto più nutriente, come cibo per l’anima”. Così il disco nuovo dei Servant è ricco di melodia. Ma anche di riff e di assoli, in brani come “Brains” e “On your knees kid”. “Quella”, ammette Dan, “è farina del sacco del nostro chitarrista, Chris Burrows, e così anche il fraseggio morriconiano di ‘I wish I could stop wishing for things’: la mia versione iniziale somigliava molto di più a un pezzo degli Smiths. Solitamente io arrivo in studio con un’idea piuttosto semplice del pezzo, testo, melodia e accordi, gli arrangiamenti li troviamo tutti insieme. Se ci sono conflitti, in studio? Naturalmente. Come in tutti i gruppi, credo. Discutiamo su tutto ciò che sembra buono a qualcuno e una schifezza a qualcun altro, anche perché ognuno di noi ha gusti differenti. Come sempre, uno degli aspetti cruciali del lavoro in studio è stato l’elemento di sorpresa che si genera quando casualmente si arriva a un risultato bello e inatteso. E’ più facile che succeda se ci si confronta con un gruppo di persone, ovviamente. Lavorando da soli e imparando a conoscersi diventa difficile sorprendere se stessi… Basta non essere troppo gelosi delle proprie composizioni, accettare che altri ci mettano le mani sopra”. Il suono e lo stile “modern rock” di certe sue canzoni sembra richiamare modelli anche recenti… “Mi piacciono i White Stripes e i Red Hot Chili Peppers, per esempio, ma più che in termini stilistici mi ispiro a loro per il modo che hanno di fare musica: semplice, diretto, fondato su pochi, essenziali strumenti. E mi piace anche il modo in cui Damon Albarn viaggia coraggiosamente attraverso generi musicali diversi”. Lou Reed resta uno dei suoi fari, però, tanto che in questo disco gli ha intitolato addirittura una canzone: “E’ un pezzo che rievoca i tempi in cui, intorno ai 13-14 anni, cominciai a scrivere canzoni. Avevo una chitarra con due corde soltanto e non riuscivo a cantare e suonare contemporaneamente, registravo la melodia eseguendola su una corda sola e poi ci sovraincidevo la mia voce. Lou Reed, i Velvet Underground, Andy Warhol e la Factory rappresentavano un mondo lontano a cui aspirare, per me che vivevo in un piccolo, noiosissimo paesino inglese sperduto nel bel mezzo del nulla. La canzone parla di me, più che di Lou Reed: sono io, da solo nella mia cameretta, che lancio un grido nel vuoto chiedendomi se qualcuno sia pronto a sentirmi; io che voglio diventare qualcuno, che sogno un mondo di nuove opportunità”. Il protagonista delle nuove canzoni dei Servant è spesso un uomo solo, sia che guardi il mondo dal finestrino di un bus o di un aereo, sia che si faccia largo tra la folla di Oxford Street. “Sono io, di solito. I momenti di riflessione solitaria in un certo senso sono un prolungamento dello scrivere canzoni. Che per me è un’esperienza rilassante, anche se a volte fatico a scrivere i testi: è un po’ come entrare in uno stato meditativo di dormiveglia. Scrivere per me equivale a comporre un puzzle, far sì che tutti i pezzi combacino e formino un oggetto compiuto. E’ un esercizio che mi procura grande piacere. Tutte le canzoni di questo disco risalgono allo stesso periodo di tempo, quando vivevo ancora a Londra. Una grande città non è l’ambiente ideale per un essere umano, forse siamo biologicamente più predisposti a vivere nelle grandi pianure africane o in piccoli villaggi …ma è anche un luogo in cui succedono tante cose eccitanti e interessanti, oltre che orribili. Mi interessa questa dialettica, questo conflitto latente nelle società occidentali”. Intanto la capitale britannica Dan l’ha lasciata, e da un paio di mesi si è trasferito a Parigi (non così i suoi compagni di band, invece). “Ero un po’ stufo di Londra, ci ho vissuto per molti anni e certe cose mi erano venute a noia. E’ una città cool e trendy, certamente, ma tutto è troppo veloce e superficiale, vige una sorta di anti intellettualismo che spinge a non prendere sul serio nessuna idea. L’Inghilterra resta un paese molto insulare e chiuso in se stesso, culturalmente arrogante e poco aperto verso l’esterno: la musica italiana, per dire, è quasi completamente ignorata. E io oggi mi sento molto più europeo, forse grazie anche all’accoglienza che Italia e Francia hanno riservato ai Servant. Una cosa totalmente inaspettata, devo dire, anche perché credo che la nostra musica sia molto inglese e molte band di successo del mio paese, a differenza di noi, fanno fatica a uscire dai confini nazionali. Ma del resto tutta la mia carriera, finora, è andata al contrario di quello che mi sarei aspettato”. Cosa deve aspettarsi, invece, il pubblico italiano che andrà a vederli all’Mtv Coca-Cola Live sabato prossimo (nuovo quartiere FieraMilano di Rho, in cartellone anche Bob Sinclar, Casino Royale, Digitalism e l’headliner Jay-Z)? “Di tutto. Sacrifici umani, esplosioni, levitazione…”.
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