Giovanni Allevi: 'Danzando 'nel mezzo' tra la classica e il pop'

Giovanni Allevi: 'Danzando 'nel mezzo' tra la classica e il pop'
Cosa succede quando un pianista di formazione classica prova ad uscire dagli schemi dell'accademia e si contamina con il pop? Giovanni Allevi.
Di lui si è sentito parlare parecchio negli ultimi anni: scoperto da Jovanotti (per cui ha suonato, aperto concerti e inciso i primi dischi), ha fatto collaborazioni importanti con artisti e lavorato per la televisione, oltre ad aver tenuto concerti in mezzo mondo, compreso nello storico tempio del jazz newyorchese Blue Note.
Un anno e mezzo fa è uscito “No concept”, il disco di “piano solo” che l'ha imposto all'attenzione dei media e di un pubblico sempre più vasto. Adesso Giovanni ha dato alle stampe “Joy”, che segue quella strada, quella di un “Compositore di musica classica contemporanea”, come lui ama definirsi, ma che fa una musica tutt'altro che intellettualoide; musica, insomma, che può piacere anche ad un pubblico vasto e solitamente intimorito dall'aggettivo “classica”.
“Sono andato a mettermi in un vespaio”, sorride Giovanni, che Rockol ha incontrato dal Laboratorio Griffa, la sala prove di Milano che è la sua seconda casa, e dove risiede il piano che usa per suonare. Al Bosendorfer Imperial Giovanni ha suonato due brani per noi, che presto vedrete in streaming. “Da un lato”, continua, “C'è un'accademia che si cura orgogliosamente di detenere la musica di serie A. Dall'altro lato c'è uno sterminato popolo pop che vive la contemporaneità ma che ha un senso di inferiorità nei confronti della musica cosiddetta 'alta'. Io danzo nel mezzo: fortunatamente il popolo pop mi ha adottato e sono felicissimo che questo sia avvenuto. L'accademia, invece, piuttosto che storcere il naso sembra curiosa al mio riguardo..”.
“Joy” è un bell'esempio di come si possa fare musica intelligente e piacevole allo stesso tempo. Chi ha in mente i mostri sacri del piano solo, deve conoscere le differenze, però: “Non ho molto in comune con gente come Keith Jarrett o Brad Mehldau, che viene dal jazz; io arrivo da una formazione classica, i miei miti sono i grandi pianisti del passato, i grandi compositori che eseguivano in pubblico le loro composizioni. E' difficile confrontarsi con dei giganti, ma a me piacciono le sfide", dice.
Giovanni Allevi è un personaggio: due occhiali sotto una massa di riccioli neri (che dominano anche la copertina di “Joy”), vive in una piccola casa sui Navigli, dove non c'è un piano per problemi di spazio. Allora si è inventato una tecnica tutta sua: “Avere il piano significherebbe rinunciare al tavolo della cucina. Per cui ho sviluppato una tecnica che prevede che per un'ora e mezza, due ore, ripassi mentalmente nella mia testa i movimenti centinaia di volte”. "Joy" è stato suonato praticamente per la prima volta in studio di registrazione, ed è stato ideato in modo ancora più strano: “Un anno e mezzo fa ero appena tornato da un tour in Cina e ho avuto un attacco di panico, per un eccesso di gioia. Mentre guardavo il mondo dal vetro dell'ambulanza, è venuta a trovarmi una melodia dolcissima, e in quel momento è nato il primo brano del disco, 'Panic'. Da lì tutti gli altri brani del disco sono venuti a catena”.
Attacchi di panico o no, Giovanni tornerà presto in tour: “La mia storia mi sta portando inconsapevolmente verso dei luoghi che a pensarci fanno tremare le gambe. Il tour sarà nei grandi teatri, partendo dall'Accademia di Santa Cecilia, lo Smeraldo di Milano, il Colosseo di Torino. Mi fanno quasi spavento al pensiero, ma è una conseguenza della passione travolgente che metto sul pianoforte”.
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15 ott
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