Paolo Nutini, la nuova promessa UK: 'Non paragonatemi a nessun altro'

Paolo Nutini, la nuova promessa UK: 'Non paragonatemi a nessun altro'
Fare dimesso, faccia d'angelo e loquela perlomeno complessa (a dispetto del nome, Paolo parla uno scozzese quanto mai stretto) il nuovo idolo del pop d'oltremanica è giunto in Italia per presentare il suo album d'esordio, "These streets": "Già, l'Italia", sospira il giovanissimo (appena diciannovenne) songwriter, che Rockol ha incontrato a Milano, "A parte il mio bisnonno, che era italiano, non ho grandi legami con questo paese. Certo, i miei parenti ci hanno passato diverso tempo prima di stabilirsi a Paisley, in Scozia, ma purtroppo di esperienza diretta non ne ho. Tuttavia sono molto orgoglioso delle mie origini e del mio nome: mi avevano anche proposto di 'virarlo' in scozzese, ma che senso avrebbe avuto? Sarebbe stato ridicolo, e basta". Determinato quanto basta, l'ascesa di Nutini all'Olimpo del pop è stata rapidissima: "Il passo fondamentale è stato trasferirsi a Londra", ci racconta, "Ho iniziato a fare qualche concerto in giro per locali, e tutto è venuto di conseguenza". Nessuna "parentela", quindi, con quella scena scozzese che ha regalato al panorama internazionale artisti come - tra gli altri - Franz Ferdinand, Mogwai? "Beh, in Scozia c'è un sacco di ottima musica, ma non credo sia corretto parlare di 'scena' in senso stretto. In molti si conoscono, ma la maggior parte della cose succedono a Glasgow. Il problema, però, è che un band, quando deve 'esplodere' - e pensa ai Fratellis -, lo fa a Londra". Ecco quindi che il nostro, incoraggiato da chiunque l'avesse visto alle prese con un microfono ed una chitarra, compie il grande passo e - giunto sulle sponde del Tamigi - si mette a registrare il suo album di debutto in compagnia del produttore Ken Nelson: "La scrittura dell'album non è stata immediata: le canzoni raccolte in 'These streets' sono il frutto di un lavoro durato diversi anni". Ma che peso ha avuto Nelson nella realizzazione? "Ha molti più anni di me, quindi più esperienza: non mi ha costretto a fare nulla ma mi ha dato le dritte giuste. Inoltre è stato bravo a rendere originale il suono del disco: basandosi su un set essenzialmente acustico il rischio era quello di avvicinarsi troppo a sonorità tipo Turin Brakes e affini. L'album, invece, suona bello e originale". Originalità sembra la parola chiave per comprendere l'universo di Paolo, così distante dai certi suoi coetanei ormai omologati allo standard televisivo da popstar. "Non saprei citare le influenze che mi hanno accompagnato durante la lavorazione a 'These streets'. Ascolto moltissima musica, perché mi piace, e ricordo che mentre ero in studio nel mio lettore c'erano sempre i classici del soul, tipo Marvin Gaye... Ma non credo di poter parlare di 'influenza' vera e propria: non voglio emulare nessuno, la mia musica è la mia musica". Così giovane e già così apprezzato, a Paolo è capitato quello che a tutti i giovani artisti, almeno una volta, si sono scoperti a sognare ad occhi aperti: aprire un concerto dei Rolling Stones. Ma le cose non sono così semplici come possono apparire: "Cosa dire? E' stato pazzesco. Io, abituato a suonare nei locali, che mi trovo su un palco alto diversi metri nel centro di uno stadio, con sotto centinaia e centinaia di fan adoranti. All'inizio è una situazione che ti stordisce: le attrezzature, le dimensioni della struttura, i mille membri della crew, che per te fanno qualsiasi cosa. Poi però ti rendi conto che le miglialia di persone che ti stanno davanti aspettano solo loro, e la cosa ti intimorisce un po'. Sai, quando iniziano a fare rumore battendo i piedi e cose del genere... No, non è facile fare da spalla ai Rolling Stones".
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