Zucchero torna con 'Fly': 'Il mio sogno realizzato con Don Was'

Zucchero torna con 'Fly': 'Il mio sogno realizzato con Don Was'
Per tornare a volare come un’aquila, cinque anni dopo “Shake”, Zucchero si è affidato a Don Was, “il mio produttore dei sogni insieme a Daniel Lanois”. E così in “Fly (sottotitolo: “come possiamo volare con le aquile se siamo contornati da tacchini)”, il nuovo album in uscita italiana ed europea venerdì 22 settembre, il partner storico Corrado Rustici nei crediti stavolta non compare: “Ma non è che tra noi d’improvviso ci sia incompatibilità”, spiega Adelmo, “è stato Don a proporsi e un’occasione così non me la volevo proprio lasciare scappare”. L’americano, grande artigiano dei suoni per eserciti di artisti celebri, Dylan e Stones in testa, nel disco si fa sentire, ma con discrezione: confezionando suoni caldi, analogici e molto più essenziali del solito, con molto organo Hammond in primo piano (“uno strumento meraviglioso, che ho sempre amato”, dice il bluesman emiliano) e niente Pro Tools, sequencer o batterie elettroniche. “Perché”, spiega Zucchero nel suo linguaggio colorito, “non basta un vestito elegante a fare di un catamarano una bella donna… Don è stato fantastico, è uno che non perde mai la calma. Umile, non egocentrico, ti mette completamente a tuo agio. Non cerca di imporsi, ma ti convince piano piano. E bada più al feeling che alla tecnica. Per la prima volta ho tenuto le mie parti strumentali su un disco, in ‘Troppa fedeltà’ ho suonato tutto io, chitarra, organo, basso e batteria”.
Was insomma è un’aquila, e non un tacchino: che nella lingua del Fornaciari è “qualunque persona, ma anche situazione, non ti permette di spiccare il volo. Ognuno ne ha la sua parte, la mia lista quotidiana è lunghissima. E allora, se il mondo reale mi fa stare male io mi creo la mia nuvoletta di pace e tranquillità e mi ci aggrappo. Per questo ho voluto un disco impregnato d’amore, quel che mi preoccupa di più oggi è lo stato di disarmonia in cui viviamo, la mancanza di pazienza e di solidarietà che si vede in giro. Se il treno dell’amore mi passa accanto io ci salto sopra”. Sarà per questo che l’album trabocca di ballate “come ai tempi di ‘Blue’s’ e di ‘Oro, incenso e birra’”, di ‘Diamante’ e di ‘Dune mosse’ “ (“Occhi”, probabilmente la più bella, sarà il secondo singolo anche sul mercato internazionale), oltre che delle consuete, molteplici citazioni musicali: dalla chitarrina alla Creedence di ‘Bacco perbacco’ al Manu Chao mixato ai The Mamas & the Papas di ‘Cuba libre’, con l’Hammond che richiama spesso i Procol Harum (una cover in italiano di “A salty dog”, intitolata “Nel così blu” e scritta a quattro mani con Pasquale Panella, è stata inclusa nella versione americana del disco per espressa richiesta della casa discografica d’oltreoceano, la Concord). “Ma non volevo fare un disco vintage, non avrebbe avuto senso. E così abbiamo messo la batteria di Jim Keltner accanto quella di Amir Questlove Thompson dei Roots, che è una drum machine umana, il basso di Randy Jackson con quello di Pino Palladino, la chitarra di Michael Landau con quelle di Waddy Wachtel e di Tim Pierce, l’organo di Brian Auger e il mio, che ho imparato a suonarlo quando da bambino andavo in chiesa a Roncocesi solo per imparare a suonare i contrappunti di Bach”. E’ un altro ricordo affettuoso di quel mondo contadino a cui l’artista emiliano torna spesso e volentieri: “Tanto che il disco avrei potuto anche chiamarlo ‘Choca beck’, che in dialetto significa far schioccare il becco: me lo diceva sempre mio padre, quando mi lamentavo che avevo fame, per farmi capire che da mangiare non ce n’era. Ma erano bei tempi, ci si incazzava sul serio e c’era più azione, noi ragazzi facevamo branco: così sono nati i complessi beat e rock and roll. A Forte dei Marmi, dove andai a vivere dopo, non mi trovai per niente bene. Io portavo i calzini viola e lì erano tutti fighetti e figli di papà. Ma a Roncocesi non torno, ho paura di trovare la vecchia cooperativa piena di cattocomunismi. Quando ci vivevo io c’erano le corriere che partivano per Mosca…”.
E l’America, la California e Los Angeles dove ha registrato una parte del disco? “Oggi mi è venuta a nausea, con quella voglia di pensare a risolvere i problemi degli altri invece che di pensare ai suoi. La California non mi è mai piaciuta, lì qualcuno decide di punto in bianco che non si deve fumare e che non si mangia più carne e tutti dietro come pecoroni. Gli States che piacciono a me partono da New York e vanno giù verso New Orleans (a cui è dedicata una canzone, ‘Let it shine’, che celebra la Crescent City piagata ma non piegata dall’uragano Katrina). Oggi guardo sempre più spesso a Sud”. Come in “Cuba libre”, appunto: “Fidel Castro è stato un punto di riferimento, all’epoca in cui sono cresciuto io. E ho sempre adorato L’Avana, la sua atmosfera, la sua cultura”. Anche la marijuana a cui fa riferimento il testo della canzone? “Oh, sentite, che c’è di male? E poi gli spagnoli, che sono più bigotti degli inglesi, mi hanno fatto storie non per quello ma perché nella canzone canto frasi come ‘mi piace la lasagna, mi piace la bologna’. E’ un testo osceno, hanno detto: ma mi facciano il piacere, proprio stavolta che non c’erano doppi sensi!”. Zucchero doc, insomma, anche se altrove affiorano la scrittura nobile di Ivano Fossati (“E’ delicato”), quella sbarazzina di Jovanotti (“Troppa fedeltà”) e un generale bisogno di semplicità. “Ho immaginato che i doppi, tripli sensi che creavo con Panella avrebbero finito per divertire soltanto noi, e così ho deciso di tornare al modo di scrivere dei vecchi dischi. Jovanotti è venuto un giorno in studio per incontrare Don Was, e già che c’ero gli ho chiesto di scrivermi qualcosa per un pezzo di cui avevo solo la musica. E’ stato velocissimo e ha buttato subito giù pagine e pagine. Ma la sua stesura iniziale era un po’ troppo generica e io volevo fare un discorso più concreto sulla fedeltà. Un concetto che non mi appartiene, lo ammetto. Sono cresciuto per strada, suonando il rock&roll, e i musicisti a cui mi sono ispirato mi hanno insegnato che chi fa questo mestiere non lo fa solo per suonare… ma anche per trombare. Non è che io tradisca a ripetizione, ma almeno spiego a priori come stanno le cose. Così non sono costretto a inventarmi scuse e menzogne, se capita l’occasione. E ora che invecchio non mi sento neanche più in dovere di provarci, a lasciarle perdere.
Non è stato facile, ammette, tornare a scrivere, “quando ci hai perso la mano. All’inizio non sapevo più da che parte girarmi e stavo cadendo in depressione, poi ho ritrovato la strada riprendendo possesso delle mie radici”. Anche quattro anni di assenza dai palchi gli hanno lasciato addosso un po’ di inquietudine per il prossimo ritorno live: “Devo anche rimettere in piedi un gruppo nuovo, dopo tanti anni il tastierista Luciano Luisi che era il direttore musicale se n’è andato per motivi familiari e sto ancora scegliendo i nuovi musicisti. C’è già un calendario di massima, con un tour europeo che partirà a metà febbraio 2007 e proseguirà fino a tutto maggio. Spero di partire dall’Olympia di Parigi, almeno posso starmene seduto finché mi tremano le gambe”. Ci sarà anche la figlia Irene, con lui, ad aprire i concerti: “Non avesse talento non l’avrei appoggiata, io volevo che facesse la veterinaria e poi è saltata fuori la parte ne ‘I dieci comandamenti’. Ora ha un album pronto e un nuovo singolo che esce a inizio ottobre”, aggiunge l’orgoglioso papà. “Sanremo? Chissà, se Pippo vuole….”.
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