NEWS   |   Pop/Rock / 14/09/2006

Dylan, Barrett, folk rock e psichedelia: gli anni '60 di Joe Boyd

Dylan, Barrett, folk rock e psichedelia: gli anni '60 di Joe Boyd
Joe Boyd ha 64 anni, e i Sixties li ha vissuti da protagonista ma anche da attento osservatore. Tanto da sfatare, nella bellissima autobiografia che ha da poco pubblicato, “White bicycles – making music in the 1960’s” (Serpent’s Tail, 282 pagine in edizione tascabile, 11,99 sterline), uno dei miti più duraturi che circondano quel periodo ("Io c'ero", chiosa all'ultima pagina. "E me lo ricordo"). E infatti nel suo libro ricco di aneddoti a volte divertenti, altre illuminanti, sono annotate con scrupolo e lucidità analitica le tappe di un’avventura affascinante e irripetibile. Le prime scoperte musicali e i primi incontri con la “controcultura” nell’area di Boston dove Boyd è cresciuto (laureandosi ad Harvard), e poi i tour europei a fianco di bluesmen e jazzisti da leggenda, Muddy Waters e Stan Getz, Coleman Hawkins e il Reverendo Gary Davis. Il fatidico Newport 1965, ovvero lo scisma del Dylan “elettrico” vissuto dalla postazione privilegiata dello stage manager. La frequentazione con i Pink Floyd di Syd Barrett ai tempi del primo singolo “Arnold Layne”, da lui prodotto. La breve, epocale e contrastata stagione dello UFO Club, minuscolo tempio sotterraneo della psichedelia londinese, e quella del folk rock inglese, con la scoperta della Incredible String Band, di Nick Drake, di Sandy Denny e dei Fairport Convention. I contratti sfumati per un soffio (Steve Winwood, Lovin’ Spoonful, Cream, Move, Procol Harum…), e le occasioni mancate (“Duelin’ banjos”, il tema portante di “Un tranquillo weekend di paura”, che contro ogni previsione balza al numero uno in classifica: e Boyd che, nella fretta, si dimentica di farsi accreditare come produttore…).
In tutti queste circostanze lui era l’uomo giusto al posto giusto, con un gran senso della posizione e un fiuto speciale per gli eventi che fanno la storia. Troppo spesso in anticipo, però, fregato dalle circostanze, da qualcuno più furbo di lui, non meno infrequentemente dal suo snobismo intellettuale. “Sì”, ammette il produttore oggi in pensione, “credo dipenda un po’ dalla mia natura e dal mio modo di fare le cose. Quando qualcosa diventa ovvio, appetibile per il grande pubblico, ecco che per me perde subito di interesse. La mia curiosità è sempre rivolta non a quello che fanno gli altri, ma a quello che NON fanno. Questo mi ha spinto spesso a essere prematuro, rispetto alle esigenze del mercato”. Una avversione congenita nei riguardi del mondo artificioso del pop, magari? “Non credo sia questo il punto, onestamente, anche se è vero che ho sempre amato far dischi alla vecchia maniera, riunire i musicisti in studio a suonare dal vivo, andare alla ricerca di un suono analogico, prevalentemente acustico, caldo, naturale. Il che non vuol dire però rinunciare a essere ‘commerciali’: pensa, per restare a tempi recenti, a ‘Buena Vista Social Club’ o al primo album di Norah Jones, dischi che hanno venduto milioni di copie senza la spinta promozionale di una multinazionale alle spalle. Entrambi sono stati realizzati nel modo più old fashioned possibile, per entrambi proprio quelle sonorità vecchio stile sono state un elemento centrale del successo”.
Ma torniamo agli anni Sessanta, categoria dello spirito che rappresenta il fuoco centrale di “White bicycles”. Ognuno ha la sua idea di cosa siano stati, persino su quanto siano durati. Nel primo paragrafo del suo libro, Boyd i suoi Sixties li colloca tra l’estate del 1956 e l’ottobre del 1973, con lo zenith “appena prima dell’alba del 1° luglio 1967, durante un set dei Tomorrow allo UFO Club di Londra” (caricato di significati e di tensione “rivoluzionaria” dagli attacchi della stampa scandalistica inglese e dalla recente incarcerazione per possesso di droga dell’altro gestore del club, John “Hoppy” Hopkins). “Con un po’ di arroganza, forse, ho voluto usare quell’episodio personale per spiegare il clima generale dell’epoca. Tra il luglio del 1965 e quello del ’67 abbiamo vissuto qualcosa di fantastico, un’esplosione di energia e di creatività. Sono successe talmente tante cose, e tutto sembrava possibile… Di lì in poi cominciammo a provare la sensazione di aver avuto fin troppo successo, nel perseguire i nostri obiettivi. Tutto ciò in cui avevamo creduto cominciava a diventare mainstream, trasformandosi in cultura pop di massa. Da quel momento cambiò tutto: la gente cominciò ad assumere altri tipi di droghe, il successo commerciale implicò che l’underground perdesse la sua peculiarità rispetto al resto della scena musicale. Per me quella notte di fine giugno rappresentò il momento della rivelazione. Capii che presto avrei dovuto porre fine all’avventura dello UFO Club, che niente era più come prima: i Pink Floyd, il business musicale, la scena underground”. Un turbine di eventi, eppure Boyd, nel raccontarlo, sembra sempre conservare un atteggiamento lucido, leggermente distaccato… “C’è un aspetto del mio carattere di cui nel libro non ho parlato. Ai tempi in cui frequentavo Harvard ero solito presentarmi alle lezioni indossando blue jeans e magliette sudice, lavarmi poco alla mattina, farmi la barba quando mi ricordavo. Quando veniva ora di uscire alla sera per andare ad ascoltare musica al Club 47, invece, arrivavo vestito in giacca e cravatta. Mi piaceva fare al contrario degli altri, insomma. Lo stesso a Londra: allo UFO ero sempre elegante e incravattato, quando si trattava di andare a un meeting con un dirigente discografico mi rivestivo da straccione… Suppongo di aver sempre avuto una specie di impulso a fare un passo indietro, tenermi un poco al di fuori delle cose, separarmi dalla folla”.
Come molti ragazzi bianchi della sua generazione, Boyd è partito (anche, non solo) dal blues. Molto più popolare nel Vecchio Continente, allora, che nei natii Stati Uniti d’America. Joe, che ha vissuto quella stagione accompagnando i grandi del genere in lungo e in largo per l’Europa, è in grado di spiegare il perché: “Certamente l’elemento esotico conta qualcosa, ed è perfettamente comprensibile che ciò che risulta troppo familiare alle orecchie non provochi eccitazione. Ma non si può neppure dire che il blues fosse così familiare alla maggioranza degli statunitensi di pelle bianca: la cultura afroamericana, allora, era associata a concetti come povertà, criminalità, minaccia alla collettività. In Inghilterra la situazione era differente, la presenza di gente di colore non veniva percepita come un pericolo immediato, il pubblico bianco poteva apprezzare la musica senza preoccuparsi di pensare alle sue implicazioni sociali”.
Qualche decina di pagine dopo, Boyd porge la sua testimonianza chiave: Dylan a Newport la sera del 25 luglio 1965, colto nel momento che l’autore definisce “la nascita del rock”, i “modernisti” ad applaudire estasiati, la vecchia guardia, capitanata da Pete Seeger, che batte in ritirata tra disgusto e irritazione (ma Joe, testimone oculare, smentisce la vecchia leggenda secondo cui il vecchio leone del folk avrebbe cercato di sabotare l’amplificazione di mr. Zimmerman). Lui, Boyd, sembra colto nel mezzo, eccitato dalla folgorante novità di quanto sta ascoltando ma anche conscio della fine di un’epoca. “Il fatto è che le cose non sono mai tutte bianche o tutte nere. Le mie simpatie, allora come oggi, andavano verso chi promuoveva idee rivoluzionarie, ma bisogna ricordare che in molti stavano ancora dalla parte della vecchia scuola. Certo, l’ideale di folk music propugnato dalla sinistra radicale aveva generato molti cliché e parecchia musica stanca, ripetitiva. Altrettanto velocemente, e nell’arco di pochi anni, il rock avrebbe prodotto a sua volta una gran quantità di musica non meno monotona e noiosa. Tanto che, in retrospettiva, non si può neppure dire che la svolta elettrica di Dylan sia stata una rivoluzione davvero gloriosa. Non è stata, purtroppo, l’alba di una nuova stagione di straordinaria creatività. Non è, per dire, come quando Louis Armstrong suonò il suo primo assolo: un evento di cui ancora oggi, in un certo senso, godiamo i benefici. Ma allora, nel ’65, quella esibizione ebbe un impatto enorme”. Strano come la ruota giri, e che oggi Pete Seeger, grazie a Bruce Springsteen, sia tornato a essere un eroe. “Ed è giusto che sia così. Ma forse quello che lui non è disposto ad ammettere, se non sottovoce e soltanto a se stesso, è che il motivo principale di questa sua popolarità duratura ha a che fare con le sue qualità di grande musicista più che con il suo idealismo o il suo credo politico. Suo malgrado, anche Seeger appartiene a una èlite: ricordo un disco davvero straordinario che ho nella mia collezione, un dieci pollici degli anni ’50 su etichetta Folkways intitolato ‘Goofing-off suite’ in cui suona musica di Bach al banjo!”.
Tanti incontri e tante storie, umane e professionali, arricchiscono la vita ma suscitano anche inevitabili rimpianti per ciò che avrebbe potuto essere e non è stato. Boyd non risparmia le sue riflessioni su questo punto anche se, precisa, “tendo a non scervellarmi troppo sugli accadimenti che non dipendono dalla mia volontà. Ma se devo citare il mio maggiore rimpianto professionale dico l’esibizione della Incredible String Band a Woodstock. Perché quella era una situazione che credevo di avere sotto controllo, e invece fallii. Non c’era atmosfera, non c’era magia. Era pomeriggio, e la band venne fatta salire sul palco al momento sbagliato, subito dopo i Canned Heat… Se fosse stato di venerdì notte, invece, con la pioggia, con i soli strumenti acustici… Chissà, forse il momento magico sarebbe arrivato. Forse la ISB sarebbe finita nel film, e nel disco, duplicando, triplicando, quadruplicando, quintuplicando le sue vendite come tutti gli altri artisti che ne hanno fatto parte. E se tutto questo fosse successo, la loro vita, e forse anche la mia, di lì in poi sarebbe stata molto diversa”. Anni fa, in un’intervista a Milano, Boyd indicò in “Bryter layter” di Nick Drake il disco da lui prodotto di cui andava più orgoglioso. E’ ancora di quell’avviso? “Sì, anche se non ero entusiasta dell’idea di Nick di cominciare entrambe le facciate con uno strumentale, tanto che continuo ad avere qualche riserva su una parte del repertorio. Ma in termini di produzione musicale, di suono e di arrangiamenti non ho dubbi. Sul missaggio di molte canzoni io e l'ingegnere del suono John Wood lavorammo per dodici ore di fila. Magari decidendo, dopo aver riascoltato i nastri il giorno dopo, di ricominciare tutto da capo. ‘One of these things first’, ‘At the chime of a city clock’ sono pezzi che abbiamo mixato, credo, almeno tre volte, riprendendo ogni volta dal punto di partenza. Non potevi memorizzare il lavoro già svolto su un computer, a quei tempi, e quello era l’unico modo di procedere se qualcosa non ti convinceva. Quando riascolto quel disco, il mio giudizio e le mie emozioni sono influenzati dal ricordo degli sforzi che facemmo per ottenere quel risultato”. Intanto, al festival annuale dei Fairport a Cropredy (dove Rockol lo ha incontrato), Boyd e la band sono stati premiati dalla Universal Music Catalogue per “Liege and lief”, l’album che nel dicembre del ’69 gettò le fondamenta del folk rock inglese. Che ricordi ha? “Quella fu un’esperienza completamente diversa. ‘Liege and lief” contiene dei brani fantastici, ovviamente, ma devo dire che quando provo ad ascoltarlo per intero sono indotto a prendere il telecomando e a saltare qualche pezzo. Io continuo a pensare che il miglior album dei Fairport sia ‘Unhalfbricking’. Se poco dopo non ci fosse stato quel tragico incidente stradale (in cui morirono il giovanissimo batterista della band, Martin Lamble, e Jeannie Franklin, la “stilista degli artisti” allora girlfriend di Richard Thompson) quel disco sarebbe diventato il punto di svolta della loro carriera, il testamento della loro maturità artistica. Invece, dopo la tragedia, il gruppo si rifiutò di promuoverlo dal vivo e rinunciò ad andare in America. Lo fece pochi mesi dopo, ma a quel punto c’era un nuovo disco nei negozi che era, appunto, ‘Liege and lief’. Con ‘Unhalfbricking’ i Fairport erano pronti a festeggiare il raggiungimento della maggiore età: e invece, in un certo senso, no hanno più avuto l’occasione di crescere”.
Resta giusto il tempo di chiedergli un ricordo, inevitabile, di Syd Barrett, ora che il Diamante Pazzo se n’è andato: “La settimana dopo la sua scomparsa”, ricorda Boyd, “mi trovano in giro in auto, di pomeriggio, sintonizzato sulla stazione Radio 4. Stavano trasmettendo una sua vecchia intervista televisiva con un giornalista tedesco, Hans Keller, e mi sono sorpreso a verificare quanto, in quella circostanza, Syd fosse calmo, acuto, lucido. Parlava come un vero intellettuale inglese, un professore di college, non come il classico chitarrista rock analfabeta. Che ragazzo piacevole e intelligente… La sua morte non mi ha rattristato particolarmente, perché in un certo senso lo consideravo scomparso da tanto tempo, e dal 1967 non lo avevo mai più incontrato. Ma mi sono commosso a risentirlo parlare, non succedeva da quasi quarant’anni”.
(Alfredo Marziano)