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NEWS   |   Pop/Rock / 05/09/2006

Riecco gli Arrested Development: 'Torniamo per ridare autenticità all'hip hop'

Riecco gli Arrested Development: 'Torniamo per ridare autenticità all'hip hop'
Il nome d’arte di Todd Thomas, meglio noto come Speech, ha origini curiose (“Quando ho cominciato a fare il disc jockey mi chiamavano Dj Peach perché dicevano che, a causa della mia fronte ampia, la mia testa sembrava una pesca. Poi mi sono dato al rap, e da MC Peach a Speech il passo è stato breve”). Calza a pennello, comunque, alla personalità di uno dei più loquaci e piacevoli conversatori della scena hip hop: scena su cui, dopo anni trascorsi a far musica con la sordina, i suoi Arrested Development si preparano a tornare a vele spiegate con il nuovo album “Since the last time”, in uscita in Italia il 14 settembre (con conseguente tour in programma per ottobre). Un ritorno in piena regola, e Speech, di passaggio a Milano per motivi promozionali, ci tiene a sottolinearlo: “Io lo vedo come l’inizio del terzo capitolo della nostra storia. Il primo si identifica con il successo del nostro primo album, ‘3 years, 5 months and 2 days in the life of…’, 5 milioni di copie vendute, due Grammy e due Mtv Awards, il secondo con il periodo ‘down’ che conseguì a quella esplosione di popolarità. E ora, con questo nuovo disco che anche nella copertina richiama esplicitamente il primo album, ci rivolgiamo soprattutto a quel pubblico che aveva perso le nostre tracce dal 1993. Nella canzone che lo intitola spieghiamo come e perché ci siamo rimessi insieme, cosa abbiamo fatto nel frattempo e cosa ci prefiggiamo di realizzare ora che siamo tornati in azione. Abbiamo voluto approfittare del fatto che l’album verrà distribuito in tutto il mondo mentre i due precedenti non erano stati neppure pubblicati negli Stati Uniti: uno solo in Giappone, l’altro anche in Europa. Vogliamo che la nostra musica torni nelle case della gente e negli iPod dei ragazzi, vogliamo avere un’altra possibilità di dialogare con il grande pubblico. Non abbiamo praticamente mai smesso di esibirci dal vivo ma avevamo bisogno di canzoni nuove da affiancare ai vecchi hit”. Cosicché, racconta Speech, anche i vecchi dissapori sono stati abbandonati. “Il nostro secondo disco, ‘Zingalamaduni’, non riuscì a ripetere i risultati del primo e negli Stati Uniti venne considerato un flop. Io non la penso così, perché ha pur sempre venduto quasi mezzo milione di copie, ma tutti noi patimmo la situazione e all’interno del gruppo cominciarono a manifestarsi conflitti e tensioni che nel 1995 ci spinsero a smettere di produrre musica insieme. Tutti noi sentivamo il bisogno di tornare alle nostre occupazioni precedenti, alla vita di tutti i giorni, qualcuno aveva anche dei figli a cui badare. Maturando abbiamo avuto dei ripensamenti e nel 2000 abbiamo deciso di tornare insieme: è stata Eshe (la ballerina del gruppo) ad avere l’idea, non io. E rieccoci qui”. Intanto, da quel lontano 1993 le cose sono cambiate parecchio: nella società, nella musica, sulla scena hip hop. “Già, e personalmente credo ci sia stato un peggioramento generale. L’hip hop è cresciuto fino a diventare il genere musicale più popolare, più venduto del pianeta. Io però non ne sono così contento, perché proprio le produzioni di maggior successo commerciale sono quelle che rappresentano meno i suoi valori autentici. Siamo stati tra i pionieri del genere, abbiamo contribuito a diffondere questa musica nel mondo, e non ci fa piacere assistere allo scadimento culturale del rap: è questo il tema di una canzone come ‘Miracles’, un attacco agli stereotipi dell’hip hop attuale e un invito a rialzare il livello di consapevolezza. Parlo del mainstream, naturalmente, perché la scena underground è ancora molto eccitante e ci sono gruppi validi. Dovremmo tornare alla situazione di equilibrio che c’era negli anni ’90, quando i Public Enemy andavano in tour con MC Hammer, un gruppo rap radicale che condivideva il palco con una band orientata al ballo e al divertimento. Oggi c’è una separazione netta, non esiste più questo arcobaleno di proposte musicali”. Neppure nella musica di Roots, Black Eyed Peas, OutKast, le band che molti considerano gli eredi musicali del suo gruppo? “Riconosco il legame. Credo che non sarebbero diventati quel che sono oggi se prima di loro non ci fossero stati gli Arrested Development, così come noi non saremmo stati quel che siamo se prima di noi non ci fossero stati i De La Soul, A Tribe Called Quest e i Jungle Brothers. Abbiamo fatto la nostra parte, nell’introdurre questo stile di musica e il pensiero che lo sottende a un pubblico più ampio”. Molto più bianco che nero, all’inizio. Un paradosso? “In effetti non lo avremmo mai immaginato. La nostra musica era nata per la comunità nera ma quando uscì il primo disco, curiosando nei negozi di dischi del nostro quartiere, ci accorgemmo che nessuno lo aveva comprato. Furono le stazioni radio alternative, quelle dei college bianchi, a trasmetterlo per prime. La nostra reazione? Grazie a Dio la nostra musica piace a qualcuno, ecco quello che pensammo! Ancora oggi, le urban radio nere non passano i nostri pezzi, così come quelli dei Roots o dei De La Soul. La comunità nera si accorse di noi solo in un secondo momento: il problema è che nella black music sussistono degli stereotipi duri a morire che classificano tutto in categorie rigide, soul, funk e così via. E’ difficile, per un ragazzo afroamericano, accettare un tipo di musica che trascende queste distinzioni: che so, musica world, rock o persino country interpretata da artisti neri. Oggi la gente di colore rifiuta persino il blues e il jazz, che ovviamente sono parte integrante della nostra tradizione e della nostra eredità musicale. Ci vuole del tempo, prima che un ragazzo o una ragazza nera accetti di sintonizzarsi su qualcosa di diverso da Usher e Mary J. Blige, la musica che oggi ascoltano tutti. Anche ai nostri concerti si vedono tuttora più bianchi che neri. Nelle grandi città come New York, Atlanta o Los Angeles è più facile avere un pubblico misto, ma per una musica come la nostra oggi ci sono più opportunità nelle college town come Boulder in Colorado. E i festival a cui prendiamo parte sono quelli a cui partecipano le jamband. Ci troviamo bene, perché quella scena esprime valori che condividiamo in pieno: diversità musicale, apertura mentale, libertà di espressione, rispetto per l’ambiente, promozione e coinvolgimento in iniziative di beneficenza”. E’ la faccia luminosa, propositiva, ottimista della musica degli Arrested Development, che a colpi di soul classico, funk, rap, disco, reggae e persino ritmi brasiliani continuano a snocciolare, nel disco nuovo, canzoni che parlano di "miracoli”, “paradiso” e “sole splendente”… “Per forza: anche se, come cantavano i War, ‘The world is a ghetto’, non puoi sprofondare nella tristezza e nella depressione, devi provare a tirartene fuori. E questo è ciò che la nostra musica ha sempre cercato di fare, elevare il livello di pensiero e di coscienza. Il mondo è orribile, è vero, incazzarsi e avere un atteggiamento nichilista forse è un primo passo necessario e ci sono passato anch’io. Ma non basta, quando scriviamo una canzone ci sforziamo di motivare chi ci ascolta, di generare un effetto positivo. Un musicista può fare molto più di un politico o di un giornalista, che non ha mai la possibilità di parlare a una folla di ventimila persone. Noi abbiamo l’opportunità di girare il mondo e di esprimere ovunque il nostro pensiero a microfoni aperti, persino nei luoghi dove i governi impediscono ai popoli di dire la propria altrettanto liberamente. Anche un cd può far circolare idee diverse di nascosto, chiunque può ascoltarselo al riparo da censure tra le sue pareti domestiche e questo è formidabile. La politica? Impegniamo tempo, risorse e denaro nelle cause che ci interessano, ma non ho mai voluto aderire esplicitamente a nessuna organizzazione”. A parte il cristianesimo: Speech non lo pratica soltanto, ma lo predica nelle chiese. “Sì, è una cosa che faccio regolarmente, ogni domenica, quando non mi trovo via per lavoro. Mi sono convertito dieci anni fa, prima il Cristianesimo lo odiavo: credevo fosse una dottrina ipocrita, avevo conosciuto un sacco di gente che si professava religiosa ma viveva nella menzogna. Poi ho incontrato i membri di una comunità non settaria chiamata la Chiesa di Cristo. Abbiamo parlato, abbiamo studiato la Bibbia insieme, per la prima volta ho visto Gesù e ho capito chi fosse. A quell’epoca ero una persona triste e mi rendevo conto che nella mia vita c’erano molte cose da cambiare. Ho cominciato a farlo allora e sto continuando tutt’oggi”. In passato, Speech è stato anche vicino alla Nation of Islam nordamericana, viene naturale chiedergli che ne pensa della “guerra di religione” in corso… “Ho frequentato a lungo la Nation of Islam e continuo a nutrire grande rispetto per quello che ha fatto, ha restituito senso di rispetto e dignità alla comunità afroamericana degli Stati Uniti. Ma oggi penso che ogni genere di guerra tra appartenenti a dottrine religiose differenti non abbia senso. La Bibbia insegna di porgere l’altra guancia, cercare di sopraffare un’altra cultura non è l’insegnamento di Gesù. Ha molto più a che fare con la politica che con la religione”.
Uomo “rinato”, mr. Thomas non esaurisce la sua creatività negli Arrested Development ed è un piccolo vulcano di progetti: “Sto scrivendo la sceneggiatura di un film che, come la canzone del nuovo album, si chiamerà ‘Miracles’, e sto di nuovo pensando di produrre qualche altro artista. Per un certo periodo, dopo che certi miei lavori non avevano riscosso il successo sperato, mi ero chiesto se ne fossi all’altezza. Ma ora, dopo aver prodotto diverse canzoni di ‘Since the last time’, ho ripreso fiducia”. E Madre Africa, è sempre nei suoi pensieri? “Mi rendo conto che la mia conoscenza del continente è davvero poca cosa rispetto alla complessità della realtà. I viaggi che ho fatto sono serviti a rendermi conto di quanto noi afroamericani sappiamo poco delle nostre origini e della nostra cultura: ne siamo stati spogliati del tutto per poter essere soggiogati alla schiavitù, ovviamente. Oggi il nostro legame alle radici è più che altro di tipo ideale e spirituale. Spesso non siamo in grado di capire nulla di quelle lingue e di quelle culture, ma ci rendiamo conto che è lì che bisogna guardare per trovare le nostre fondamenta, una coscienza politica, un’organizzazione economica, un’eredità spirituale, un posto che possiamo chiamare casa. La musica degli Arrested Development continua a riconoscersi in quel che cantava Bob Marley: Africa Unite”.
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