Torna il catalogo blues di Mike Vernon (Blue Horizon): '40 anni della mia vita'

Torna il catalogo blues di Mike Vernon (Blue Horizon): '40 anni della mia vita'
Mike Vernon fa parte a pieno titolo della storia del blues, anche se è biondo, bianco di carnagione e parla con un accento che più inglese non si può. E Blue Horizon, la piccola etichetta che si inventò a metà degli anni Sessanta con l’aiuto del fratello Richard e dell’amico Neil Slaven, già suoi complici nella fanzine per carbonari R&B Monthly, è una miniera d’oro inesauribile: tanto che la Sony BMG ha deciso di riattingervi ancora una volta per una serie di ristampe in versione rimasterizzata (più inediti e alternate take, sette titoli già nei negozi) aperta dal cofanetto antologico in 3 cd intitolato, appunto, “The Blue Horizon Story”. Dentro ci trovate i ruggiti autentici e leggendari dei vecchi leoni di Chicago e del Delta, B.B. King, Muddy Waters, J.B. Lenore, Champion Jack Dupree, Otis Spann, Furry Lewis, Otis Rush. Eddy Boyd e Hubert Sumlin (sua la prima pubblicazione), ma anche i primi bagliori delle stelle nascenti del blues revival inglese, John Mayall con Eric Clapton, i Fleetwood Mac di Peter Green, i Chicken Shack di Christine Perfect (poi signora McVie), i Savoy Brown, Duster Bennett e Tony McPhee. “Eh sì, ho smesso da tempo di far dischi, ma sembra che non possa ancora fare a meno di curare ristampe e scrivere note di copertina” ci racconta Mike dal suo buen retiro nel Sud della Spagna, dove si è trasferito da un paio d’anni a godersi un meritato (e ancora parziale) riposo. “Con le nuove ristampe, abbiamo cercato di rinforzare e di migliorare il suono originale delle incisioni. Allo stesso tempo abbiamo fatto molte ricerche per essere sicuri di pubblicare tutte le take alternative e il materiale inedito in nostro possesso. Ci abbiamo lavorato sopra per quasi cinque anni, e probabilmente ci vorrà un altro anno e mezzo, o forse due, per arrivare a completare il programma che consta di 25 titoli”. Una passione totalizzante, quella di Vernon, che ne ha marchiato a fuoco la vita intera e di cui, evidentemente, non si è ancora liberato del tutto: “Da ragazzo ascoltavo di tutto, attingendo alla radio e alle collezioni di dischi degli amici. Gene Vincent ed Elvis Presley, Fats Domino e Little Richard, e fu ascoltando i dischi di questi ultimi che cominciai a esplorare il terreno del rhythm&blues. Poi il mio amico Neil mi fece conoscere Bo Diddley, Chuck Berry e Muddy Waters. Era il 1960, avevo sedici anni e per me quello fu l’inizio della fine: non mi voltai più indietro e da quel momento la mia vita fu soltanto blues, blues e ancora blues. Mettevo le mani su tutto quel che potevo trovare, Bessie Smith e Blind Lemon Jefferson, Memphis Slim e Big Bill Broonzy, Sonny Terry con Brownie McGhee. Fondammo la rivista, R&B Monthly, e da quella nacque poi l’etichetta. Credo che la mia ambizione fosse di creare l’equivalente inglese di quel che la Chess e la Checker erano in America…”. Il periodo era propizio: in un libro di recente pubblicazione in Inghilterra, “White bycicles – Making music in the 1960’s”, il produttore Joe Boyd racconta di ragazzine inglesi che facevano la fila ai camerini per un autografo di Muddy Waters… “Succedeva perché noi in Europa a quel tipo di musica non eravamo abituati. Era una cosa speciale, e bisognava darsi da fare per procurarsela: andare ai concerti, frequentare i negozi specializzati che vendevano dischi di importazione. Dovevi scrivere a qualcuno che stava in California, a Chicago, a New York o ad Austin, in Texas, e chiedergli gentilmente di comprarti e spedirti i dischi che volevi. Era un atto d’amore, e così quando artisti come John Lee Hooker o Muddy Waters vennero per la prima volta in Inghilterra si mise in moto una specie di pellegrinaggio, la ricerca del Santo Graal; tutti andavano ai concerti, tutti volevano entrare nei camerini, parlare con gli artisti, farsi fotografare con loro. E poi c’è un altro fatto: a differenza di quel che succedeva negli Stati Uniti, dove il razzismo era ancora imperante e quella musica era confinata alla comunità afroamericana, da noi erano i bianchi a interessarsene. Quando Muddy Waters venne a Londra con Otis Spann io riuscii a portarlo in sala di incisione per la Decca, l’etichetta per cui lavoravo come produttore. Credo che fosse il ’63 o il ’64, avevo più o meno vent’anni… Trovarsi nella stessa stanza con loro due, con Little Willie Smith e con Ransom Knowling mentre Brownie McGhee e Memphis Slim se ne stavano seduti a guardare da dietro le vetrate era come trovarsi su un altro pianeta”. In quegli stessi studi cominciavano ad aggirarsi le nuove speranze del blues revival inglese… “Tutt’altro genere di artisti. La maggior parte dei bluesmen neri andava in studio con l’idea di restarci non più di sei ore, incidere un album intero tutto d’un fiato e uscirsene con i soldi in tasca. La musica era parte della loro vita e del loro modo di essere, non gli interessava neppure avere una copia definitiva del disco. Quando cominciai a lavorare con John Mayall e con Eric Clapton, con Peter Green e con Stan Webb, i giovani artisti bianchi aspiranti bluesmen, mi accorsi che ragionavano diversamente: volevano più tempo per comporre e mettere a punto le canzoni che avrebbero registrato, pensavano al loro potenziale commerciale perché per loro la musica doveva diventare una carriera e una fonte di sostentamento, e perché così fosse dovevano riuscire a vendere il maggior numero di dischi possibile. Per questo provavano e riprovavano le canzoni prima di registrarle, ed erano capaci di trascorrere anche un paio d’ore a suonare e registrare lo stesso identico pezzo. Una cosa inconcepibile per i grandi maestri neri del genere: quando chiedevo loro di incidere una seconda volta la stessa canzone si irrigidivano, interrogandosi su cosa non avesse funzionato la prima volta. E quando poi riuscivo a convincerli diventava difficile fare una scelta perché il risultato e il feeling erano completamente diversi”.
Ironia della sorte, l’unico numero uno e million seller dell’etichetta arrivò a inizio ’69 con un soffice brano strumentale, “Albatross” dei Fleetwood Mac, che col blues c’entrava poco o nulla. Uno smacco per un appassionato come Vernon? “Beh, indubbiamente quel successo mise in discussione quel che ci eravamo prefissati di realizzare con la Blue Horizon e segnò anche la separazione tra noi e il gruppo: non averlo potuto evitare resta a tutt’oggi il mio maggiore rimpianto. A quel tempo il blues boom, come veniva chiamato in Inghilterra, si stava sgonfiando, e noi dopo la chiusura del rapporto con la CBS non riuscimmo più a trovare un distributore. Molti dei nostri dischi successivi per la Polydor non avevano più nulla a che vedere con il blues: i Focus, per esempio, una band olandese di rock classicheggiante, erano quanto di più distante ci potesse essere”. Resta l’orgoglio per i risultati raggiunti: “Soprattutto le collane ‘Presenting the country blues’ e ‘Post-war blues masters’, la prima con la CBS, la seconda portata avanti fino all’era Polydor. E poi il disco di Otis Spann con i Fleetwood Mac, ‘The biggest thing since Colossus…”. Ci sono magari alcune cose che non rifarei, riguardando il mio catalogo, ma niente che io possa dire di detestare. Avere un’etichetta come la Blue Horizon, allora, voleva dire lavorare veramente duro. Ventiquattr’ore al giorno, sette giorni alla settimana, non erano sufficienti. L’impegno era totale, senza tregua, tenendo conto che come produttore indipendente lavoravo anche per la Decca a fianco di artisti come John Mayall e i Ten Years After si può dire che ero indaffarato all’inverosimile. Forse, se avessi dedicato tutto il mio tempo alla Blue Horizon l’etichetta avrebbe potuto sopravvivere. Ma avrei avuto bisogno di un altro paio di nomi grossi. Provammo a mettere sotto contratto Magic Sam, ma non avemmo successo: poco dopo fu colto da infarto e morì. E andammo vicinissimi alla firma con Johnny Winter, che alla fine scelse la Columbia a New York: proprio l’etichetta che ci distribuiva in America”. Altri, predestinati al successo internazionale, spiccarono presto il volo per altri lidi: Clapton, i Fleetwood Mac… “Fu chiaro dall’inizio che Eric e Peter Green sarebbero diventati delle stelle della musica internazionale: le orecchie e il cuore mi permettevano di capire subito se un artista era destinato al grande successo popolare. Clapton è diventato la rock star mondiale che sappiamo e Green, dopo aver conquistato la fama con i Fleetwood Mac, negli ultimi cinque o sei anni si è dato da fare per riguadagnare il suo status. Per una serie di motivi non potrà più essere il Peter di una volta ma resta un musicista e un uomo onesto, e fa ancora dischi al meglio delle sue attuali possibilità. Il che è davvero lodevole, considerando tutte le vicissitudini che ha attraversato”. Altrettanti, anzi sicuramente più numerosi, sono gli eroi ingiustamente dimenticati: “Il più sottovalutato, secondo me, resta Johnny Shines. Ho fatto un solo album con lui, lo ripubblicheremo l’anno prossimo e lo reputo uno dei migliori tra quelli che incise negli anni ’60. Ma avrei voluto davvero ripetere l’esperienza, se la Blue Horizon fosse durata di più. Ha pubblicato dischi per parecchie altre etichette prima di morire, era un cantante favoloso, un valente chitarrista e il fatto che avesse viaggiato e suonato con Robert Johnson avrebbe potuto renderlo una figura ancora più intrigante”. C’è ancora un mercato ampio, per incisioni come queste? “Direi di sì, il mondo è pieno di gente che compra cd di musica blues. Con lo scadere dei diritti, dopo 50 anni, in giro si trova di tutto: una moltitudine di etichette che ristampano vecchi dischi, mentre gli artisti stessi si sono messi a pubblicare album su etichette proprie o in compartecipazione con i loro manager e li vendono direttamente attraverso Internet. Il risultato è che si moltiplica la concorrenza, si riducono gli spazi e anche etichette come la Alligator di Chicago o la Rounder del New England pubblicano meno di una volta e faticano a tenere il passo con i volumi di vendita abituali. Questo è uno dei motivi per cui ho lasciato il music business”. Gli altri? “Ho 62 anni, sono felicemente risposato e non voglio fare come John Mayall, che a 72 anni continua a suonare in giro per il mondo. Io la penso piuttosto come Alvin Lee, che oggi vive a una sessantina di chilometri da casa mia, a Estepona, e che lavora solo in estate e nei weekend, dedicando il resto del tempo al relax. Ho passato quarant’anni a fare dischi. E quarant’anni sono una vita”.
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