Più New Orleans che Memphis al Porretta Soul Festival 2006

Più New Orleans che Memphis al Porretta Soul Festival 2006
Per qualche giorno all’anno la piccola, piacevole e un po’ fané Porretta Terme sembra davvero un sobborgo di Memphis come vuole la sua piccola leggenda, i monumenti viventi del Southern soul e una variopinta, esuberante comunità afroamericana che si mescolano per le sue stradine con gli aficionados di sempre e gli ignari, canuti turisti venuti fin qui per sottoporsi alle cure termali. Quest’anno, però, anche la Soulsville dell’Appennino tosco-emiliano è stata lambita dal’uragano Katrina, e più che in Tennessee sembrava di essere dalle parti di New Orleans, danzatori e marching band (di nazionalità tedesca!) compresi. Alla Crescent City e alla sua musica si sono intrecciati i momenti più belli, intensi e trascinanti della quattro giorni che si è chiusa domenica scorsa, 23 luglio: la regale performance di Irma Thomas, “the Queen of New Orleans”, che il venerdì sera ha strappato applausi anche ai puristi più esigenti con un intenso tributo a Otis (Redding), nume tutelare e ispiratore della manifestazione; il talento discontinuo, istrionico ma genuino di Davell Crawford, figlio d'arte cantante e pianista nella tradizione di Professor Longhair e James Booker; e soprattutto i Neville Brothers, protagonisti dell’ultima esibizione in programma, la più bella. Dall’innesto di forze fresche e dallo shock emotivo provocato dalla recente tragedia ecologica e politica della città la famiglia neorleansiana per eccellenza sembra aver estratto nuove e inaspettate energie. I loro ultimi dischi non sono un gran che, e chi scrive li aveva visti chiudere con un’esibizione piatta, routinaria e poco ispirata, a casa loro, il New Orleans Jazz & Heritage Festival edizione 2002. In trasferta al Porretta Soul Festival, invece, hanno sciorinato un’ora e un quarto di musica stellare, tostissima, ipnotica, avvincente, che avrà auspicabilmente lenito la delusione di chi era accorso fin qui soprattutto per vedere James Govan, erede di Redding e beniamino dello zoccolo duro del festival, talmente lunatico, elusivo e imprevedibile però da aver tirato un clamoroso “pacco” all’organizzatore Graziano Ulani. La famiglia Neville, dicevamo, è apparsa musicalmente in gran forma, e pazienza se il più anziano dei fratelli, Art, si muove ormai a stento con l’aiuto di un bastone intarsiato: quando canta e suona l’Hammond sa ancora resuscitare quei ritmi torridi e sincopati, antesignani di certo funk, che fecero dei suoi Meters, prima ancora dei Neville, una leggenda locale. E rieccole qui, le pulsazioni tribali e irresistibili di “Hey pocky way”, ponte di passaggio tra l’uno e l’altro gruppo, le ondulazioni esotiche di “Yellow moon”, una “Cant’ stop the funk” il cui titolo è tutto un programma, gli omaggi immancabili alla città natale (“Iko Iko” e una “Shake your tambourine” che apre la serata), le rivisitazioni originali di standard ("Fever") e una spettacolare versione della hendrixiana “Foxy lady” che l’altro reduce dall’epoca Meters, Cyril, interpreta con il solito argento vivo addosso: pura voodoo music che le sue percussioni, la batteria di Willie Green e il basso di Nick Daniels trascinano con la forza di una locomotiva indemoniata. Charles Neville è come sempre di una magrezza impressionante, ma dai suoi sax estrae fraseggi jazz in stile Blue Note, timbri caldi e languorosi da balera (una versione da struscio di “Besame mucho”), riff ficcanti alla Maceo Parker. Ian Neville (figlio di Art), chitarra ritmica a supporto dell’ottimo solista Makuni Fukada e Ivan , voce, tastiere e energia da pila atomica, sono i rappresentanti della nuova generazione. Quest’ultimo sta seduto di fianco a papà Aaron, corpaccione da scaricatore di porto che quasi paradossalmente emette una voce duttile, spesso sottile, con una sbalorditiva padronanza del vibrato e del falsetto: di versioni di “A change is gonna come”, il classico di Sam Cooke sulla speranza di riscatto nero, in questi quattro giorni se ne sono sentite tante, ma questa le straccia tutte a mani basse. La sua voce a montagne russe ricama altri splendidi ornamenti sulla “Aint’ no sunshine” di Bill Withers, su “Tell it like it is” (il suo primo successo solista datato 1967) e su “Amazing grace”, prima che il funk carnevalesco della famiglia torni a macinare ancora per la pirotecnica conclusione.
Una perla di concerto, degna conclusione di un festival che tra esibizioni di artisti giovanissimi (magari non proprio di scuola soul…) e di vecchie volpi del palcoscenico, premi (una targa consegnata a Wayne Jackson, il piccolo grande trombettista dei Memphis Horns) e qualche ripetizione a riempire i buchi lasciati aperti nel programma dalle defezioni di Govan e di monsignor Milingo ha riproposto anche il redivivo Howard Tate, protagonista di uno show altalenante ma marchiato a fuoco da un altro emozionante omaggio a New Orleans, la “Louisiana 1927” che Randy Newman scrisse nel 1974 ricordando una precedente e altrettanto tragica alluvione. Dall’anno prossimo si tornerà probabilmente dalle parti di Memphis, e varrà comunque la pena di esserci: il Porretta Soul Festival compie il suo ventesimo anno di età, auguri sinceri.
(Alfredo Marziano)
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