NEWS   |   Pop/Rock / 21/07/2006

Blue-eyed soul dal Nord dell'Inghilterra: ecco James Morrison

Blue-eyed soul dal Nord dell'Inghilterra: ecco James Morrison
La notizia è consolante: non è ancora obbligatorio vendere l’anima a “Pop idol” e agli altri reality canori della televisione per farsi largo nel music biz del duemila. James Morrison, biondino ventunenne con la faccia pallida da ragazzino inglese e la voce nera da Memphis soul, per il suo album di debutto “Undiscovered” (nei negozi dall’8 settembre prossimo) ha seguito tutt’altra strada: un sentiero tortuoso e in salita, malgrado la giovane età, complice una famiglia disastrata, lavori precari e mal pagati e una maturità acquisita presto, per forza di cose. “Sì, le difficoltà e i problemi mi hanno aiutato a stare con i piedi per terra, a capire chi sono e che cosa voglio dalla vita” ci spiega in una tarda e caldissima mattinata estiva, coca-cola e cartine Rizla tenute in disparte dalla sua voglia di raccontarsi. “Mio padre era alcolizzato e in casa lo si vedeva poco. Non avevamo un soldo, mia madre era mentalmente instabile e con mio fratello e mia sorella fin da piccoli ci siamo dovuti arrangiare e prenderci cura della casa. E’ grazie al nostro legame, probabilmente, che siamo riusciti a crescere sani e senza troppi guai. Lui suona bene la chitarra, lei sa cantare e dipingere. Abbiamo tutti inclinazioni artistiche, come nostra madre che almeno in questo è stata un esempio e ci ha incoraggiati. Oggi con mamma abbiamo ripreso a comunicare, ma la nostra infanzia e i rapporti con i genitori non sono stati facili. Di quelle esperienze e di quelle emozioni ho riempito le mie canzoni: non ho dovuto starci a pensare sopra, tutto è venuto fuori spontaneamente anche se ho cominciato a scrivere circa due anni fa”. E prima? “Prima ho dovuto imparare dagli altri: dai Beatles ho rubato i miei primi accordi, da Stevie Wonder, Otis Redding, Van Morrison e Al Green il modo di cantare. Prendendo in prestito da uno e dall’altro, provando a impersonarli a mio modo, ho trovato poco per volta la mia voce e il mio stile. Un pezzo come ‘This boy’ mi è venuto all’improvviso dopo una giornata completamente infruttuosa, e ‘The letter’ l’ho scritta in quindici minuti. Scrivo di cose che riguardano da vicino me o le persone che mi stanno intorno. ‘Undiscovered’, per esempio, l’ho composta pensando a un amico schiavo delle droghe: volevo spiegargli che nulla era perduto, incoraggiarlo dicendogli che avrebbe trovato la sua strada. Parlo di cose tristi e di esseri umani vulnerabili, ma in tutto il disco ho cercato di trasmettere un messaggio positivo, di dire che quando si tocca il fondo si può solo risalire e che c’è sempre una speranza a cui aggrapparsi. A nessuno serve o interessa ascoltare canzoni in cui non si fa altro che autocommiserarsi”.
Lui intanto, un “undiscovered” non lo è più: in tasca ha un contratto discografico con una major. “Da Newquay, Cornovaglia, mi ero trasferito a Derby per stare vicino alla mia ragazza e vedere di procurarmi qualche ingaggio”, racconta. “Non che fosse il posto più amichevole del mondo, anzi, ma io avevo bisogno di soldi perché dopo essere stato licenziato da un’impresa di pulizia di furgoni non avevo più un lavoro. Quando dicevo che volevo fare il musicista tutti storcevano la bocca e mi dicevano di cercarmi qualcosa di serio... Invece mi è capitata l’occasione di partecipare a una di quelle serate per debuttanti in cui chiunque può salire sul palco… Sono stato notato da un chitarrista di nome Kevin, che mi ha invitato a incidere qualcosa nel suo studio di registrazione. Ne è venuto fuori un cd demo con tre canzoni che Kevin ha passato a un tale Dave, un ubriacone da cui non mi sarei mai aspettato niente di buono. E invece dalle sue mani il cd è finito in quelle di Spencer e di Paul, che oggi sono i miei manager e che mi procurarono una prima audizione con la Sony. Lì mi suggerirono di lavorare più a fondo sulle mie canzoni e di tornare otto mesi dopo. Li ho presi in parola, per un anno ho collaborato con altri autori e poi ho ricominciato a girare per le case discografiche, facendo provini con la mia chitarra: alla fine abbiamo scelto la Polydor, che era rimasta un po’ nell’ombra ma che fin dall’inizio aveva mostrato un interesse costante nei miei confronti. Con loro ho firmato nel marzo dell’anno scorso, e da quest’anno mi sono trasferito a Londra per essere più vicino a dove succedono le cose”. Com’e andata, in studio di registrazione? “Bene, le canzoni non sono cambiate se non per il meglio. La versione ‘demo’ del disco assomiglia molto a quella finale, e anzi un paio di provini sono finiti sul master così com’erano. Il produttore, Martin Terefe, ha rimpiazzato gli arrangiamenti più scadenti, nel disco ora si ascolta un meraviglioso quartetto d’archi e il suono di una vera band: in pezzi come ‘The last goodbye’, ‘Under the influence’ e ‘The letter’ abbiamo suonato tutti insieme, dal vivo in studio. Ho ottenuto quel che volevo, un suono più crudo, diretto e realistico”. E quella voce, da dove arriva? “Ho cominciato a cantare a 13 anni, accompagnando le canzoni che ascoltavo alla radio, ma non facevo sul serio. Una bella iniezione di fiducia è arrivata quando mi sono messo a fare il busker, il musicista di strada. Mi piaceva un po’ di tutto, Stevie Wonder e i T-Rex, il blues e il soul. Ho sempre amato quella musica perché è onesta ed esprime sentimenti genuini. Non ho mai provato interesse per l’indie pop inglese o per gli Oasis, che ho sempre considerato degli imitatori dei Beatles. Per me la soul music non c’entra col colore della pelle dell’interprete: vuol dire urlare quel che si ha dentro come faceva Otis Redding, se è necessario, ma anche cantare come Van Morrison e i Them, i Kinks e Cat Stevens. Volevo fare un disco che sapesse di nuovo, ma che allo stesso tempo potesse essere scambiato quasi per un ‘lost album’ saltato fuori chissà come dagli anni Sessanta o Settanta. Ho altri pezzi pronti, non li ho messi nel disco perché lo avrebbero sbilanciato troppo verso il soul/r&b classico e io non volevo che tutto l’album suonasse così. Ogni volta cerco di scrivere una canzone diversa da quella precedente: il filo conduttore sono la mia voce e i testi”.
Sembra musica nata apposta per essere suonata dal vivo: “E’ così, io mi esibisco in tutti i modi: da solo, in compagnia di un tastierista o con un’intera band. Le canzoni devono superare il test dell’esecuzione in solitaria: se non puoi suonarle da solo al pianoforte o alla chitarra vuol dire che non sono abbastanza buone”. E com’è andata con le prime apparizioni in tv? “Sono stato da Jools Holland, a Pop World e all’Album Charts Show. Ero un po’ timoroso, avevo paura di risultare un po’ noioso dato che penso soltanto a suonare e non faccio mossette davanti alla telecamera. E invece è andata bene, per fortuna la musica parla per me”. Per questo ha rinunciato all’occasione d’oro di recitare in una pellicola hollywoodiana? “Esatto. Si tratta di una specie di film musicale a tema amoroso diretto dalla regista irlandese Kirsten Sheridan. Lei aveva ascoltato un mio pezzo, ‘The pieces don’t fit anymore’ e aveva deciso di usarla nella colonna sonora. Io non volevo che la cantasse qualcun altro, e da lì è arrivata l’offerta del ruolo di protagonista maschile. Ho risposto di no perché a al punto in cui mi trovo considero molto più importante concentrarmi sulla mia musica e sul mio album. Non volevo confondere la gente, ci sono già troppi attori cantanti in giro… Se fossi apparso nel film, forse la mia musica non sarebbe più stata presa sul serio”. Certo che in pochi, oggi, avrebbero detto di no a una simile vetrina promozionale… “Ma io non mi aspettavo neanche di trovare un contratto discografico, né che qualcuno mi stesse a sentire. Non ho cominciato con l’idea di diventare una star, non mi interessa. Voglio fare buona musica, e basta”.
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