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NEWS   |   Pop/Rock / 01/09/2006

Quanti ospiti per Sam Moore, leggenda del soul: 'Ma il revival non mi interessa'

Quanti ospiti per Sam Moore, leggenda del soul: 'Ma il revival non mi interessa'
A Londra sono le otto del mattino, eppure all’altro capo del telefono il vocione di “Soul man” e di “Hold on I’m comin’ ” tuona già che è un piacere. A quell’ora, di solito, gli artisti se ne stanno accucciati nel letto: mr. Sam Moore, però, è una leggenda vivente del soul e a settant’anni suonati non c’è da stupirsi che i suoi bioritmi non siano più quelli di una volta. Il grande pubblico l’ha riscoperto qualche mese fa, ai Grammy Awards di febbraio, quando in compagnia di Bruce Springsteen, Elvis Costello e The Edge ha reso omaggio alla memoria di Wilson Pickett cantando “In the midnight hour”. Quattro anni prima aveva visto finalmente la luce un suo “lost album” datato 1970, “Plenty good lovin’ ”, ma da allora di dischi nuovi neanche l’ombra: almeno fino al 29 agosto, data di pubblicazione di “Overnight sensational”, un disco di canzoni pop, soul, country & funk popolato da ospiti vip di ogni genere e provenienza, Bruce (che ricambia il favore dopo le session di "Human touch") e Jon Bon Jovi, Clapton e Steve Winwood, Zucchero e Sting, i country singer Wynonna, Vince Gill e Travis Tritt e la reginetta del pop Mariah Carey, Paul Rodgers e Billy Preston (scomparso poco dopo quelle incisioni). Molti duetti, che del resto sono il suo pane dai tempi gloriosi, turbolenti e lontani del suo tormentato sodalizio con Dave Prater, l’altra metà della ditta Sam & Dave all’epoca ruggente della Stax Records e degli hit scritti per loro a ripetizione da David Porter e Isaac Hayes: “Che cosa c’è di diverso, oggi? Che ci metto più tempo a scaldarmi, a prendere il ritmo della canzone. Quand’ero giovane potevo permettermi di cantare a freddo: bang, spalancavo la bocca ed ecco fatto. Oggi invece devo preparare tutto a puntino, l’unico modo per garantirmi una longevità artistica. Il lato positivo è che sono molto più cosciente di quello che faccio. C’è gente che invecchiando si scopre una voce più profonda, oppure più vivace di un tempo. La mia, credo, ha conservato le sue qualità”. Indubbiamente: e come i suoi più grandi contemporanei, Moore è uno di quelli che con la voce può fare davvero ciò che vuole. Lo dimostra, nel disco nuovo, passando agilmente dal pop soul “vintage” (“I can’t stand the rain”, “Don’t play that song”, la “You are so beautiful” cofirmata da Preston) alla nuova Nashville e al moderno r&b (in “If I had no loot” c’è persino la firma di Ice Cube: “Ma il rap”, precisa subito Moore, “a me non piace. Non mi dice niente, anzi a volte non lo capisco proprio”). Come lo hanno scelto quel repertorio, lui e il suo produttore Randy Jackson? “In base al nostro gusto e niente altro. ‘I can’t stand the rain’ è semplicemente una canzone che mi piace, non il mio tributo a un’epoca che non c’è più. Abbiamo voluto Wynonna a cantarla con me perché sapevamo che avrebbe portato in tavola qualcosa di speciale. Sapevamo anche che Travis Tritt era in grado di cantare come Ray Charles, e quello che ogni altro ospite del disco avrebbe potuto darci. Non è che abbiamo mandato in giro e-mail o telegrammi, per fare il casting del disco: molti di quelli che hanno partecipato li conoscevo già di persona, ed è il rispetto che nutro nei loro confronti che mi ha spinto a contattarli. Ci è andata bene, abbiamo lavorato con tempismo e quasi tutti si sono dimostrati disponibili, liberi da impegni”. Quasi tutti? “Non abbiamo potuto coinvolgere Sheryl Crow e Steven Tyler, che si sono ammalati proprio nel periodo in cui avevamo programmato di andare in studio. E anche con Michael McDonald non siamo riusciti a completare il lavoro, nonostante gli avessimo già inviato i file su cui avrebbe dovuto incidere la sua parte”. Sorpreso dai risultati? “Avevo qualche dubbio su Jon Bon Jovi, perché gli abbiamo chiesto di cantare qualcosa che non rientra proprio nella sua norma. Ma ha fatto un lavoro straordinario”. E Zucchero? “Lo adoro, lo conosco da tanto tempo. Non ci frequentiamo abbastanza, ma quando capita l’occasione… Era a Los Angeles per registrare per conto suo, Randy (Jackson) l’ha incontrato per caso nel corridoio dello studio e lo ha invitato a cantare qualcosa. Quando sono tornato in sala il giorno dopo ho sentito il risultato: meraviglioso”. In fondo alla scaletta, come “bonus track”, Moore ha voluto mettere il pezzo del 1970 che intitolava il suo “ultimo” disco, “Plenty good lovin’ ”. Che c’entra, col resto? “E’ una incisione che anche oggi non suona per niente vecchia e datata. E poi mi piaceva l’idea di chiudere con un pezzo in cui sono da solo a cantare. Perché non ho inciso altri dischi in questi anni? Mah, è una storia lunga. Sono successe tante cose, ci metterei una vita a spiegare i motivi…Diverse case discografiche mi hanno avvicinato, nel tempo, chiedendomi di rifare le cose di Sam & Dave: ma quei tempi sono definitivamente tramontati, e io ho sempre risposto di no. Bisogna perseverare, prima o poi le occasioni ritornano”. Moore, questo è chiaro, non si vede affatto come un ambasciatore, un simbolo vivente di un genere musicale in via di estinzione: uno dei pochi rimasti, insieme a Solomon Burke. “Per carità, lui è di un’altra categoria. Non c’è competizione, e nessuno di noi vuole portare la fiaccola della soul music. Non io, per lo meno… E poi cos’è oggi il soul? Non si chiama neanche più così. Lo chiamano urban, e non so neanche che cosa voglia dire!”. Però non ha disdegnato, in passato, i festival che ne celebrano le tradizioni: come quello, ormai classico, di Porretta Terme: “E’ vero, ci sono stato un paio di volte ma non credo che ci ritornerò, anche se la mia regola è mai dire mai. Farsi vedere spesso a manifestazioni del genere può diventare pericoloso, si finisce per entrare nel giro del revival nostalgico. E a me non va di essere etichettato come interprete di ‘oldies’, come uno che è rimasto fermo agli anni ’50 e ’60. Voglio andare avanti, e per questo a un certo punto bisogna tracciare una linea di separazione dal passato. A casa mia mi piace ancora mettere sul piatto i vecchi dischi di Otis Redding e di Pickett, ma è una cosa che faccio in privato e nel mio tempo libero. Il passato è passato, per me la vera sfida oggi è cantare un pezzo di Garth Brooks. Se fossi rimasto fermo a Sam & Dave non lo avrei potuto fare”. A un certo punto però Moore si fece tentare dal revival dei Blues Brothers… “Me lo chiese Danny Aykroyd e poi, diciamoci la verità, in quel momento avevo bisogno di soldi. Dopo un po’ cominciai a sentirmi a disagio, capii dove sarei andato a parare e dissi stop”. Pochi rimpianti, insomma. Mai provato a riconciliarsi con l’amico-nemico Dave Prater, prima della sua scomparsa prematura nel 1988? “Sì, feci un tentativo. Ma non ha funzionato, e quando è mancato era tanto tempo che non ci sentivamo più”.
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