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NEWS   |   Industria / 13/07/2006

Internet, copyright, pirateria e libertà: ancora litigi sul 'Patto di Sanremo'

Internet, copyright, pirateria e libertà: ancora litigi sul 'Patto di Sanremo'
Ci si azzuffa ancora, intorno ai contenuti del “Patto di Sanremo” sullo sviluppo del mercato digitale, nato sotto l’egida del precedente governo Berlusconi e ora ereditato dalla nuova maggioranza di centrosinistra. Da quando l’iniziativa venne illustrata ai giornalisti presenti al Festival 2005 (vedi News), e nonostante il gruppo di lavoro costituito presso la Presidenza del Consiglio con l’obiettivo di mediare tra gli interessi e i punti di vista delle parti in causa (detentori dei diritti d’autore, fornitori di servizi e connettività, piattaforme distributive) il meccanismo istituzionale di concertazione non ha praticamente prodotto risultati. Le polemiche, anzi, si sono riattizzate dopo che i service provider hanno reso noto il previsto codice deontologico e di buona condotta elaborato dalla Federcomin in collaborazione con AIIP e Asstel: criticato aspramente dall’industria del copyright (editori, imprese audiovisive, discografici), tutt’altro che soddisfatta, come ha spiegato in una lettera trasmessa al Governo, e in particolare ai ministri Rutelli (Beni Culturali), Gentiloni (Comunicazioni) e Nicolais (Innovazione nella PA), di un insieme di regole che, a suo modo di vedere, non recepisce “se non in minima parte” le indicazioni provenienti dai titolari dei diritti eludendo la ratio e il contenuto del suddetto “patto”, che dovrebbe prevedere “la messa in atto di strumenti contro la pirateria, in particolare quella via Internet” invece di limitarsi a prendere atto delle norme già in vigore (che obbligano gli stessi ISP a intervenire in modo repressivo ogni volta che gli venga segnalata una irregolarità da parte di un proprio utente). FIMI, FPM, SCF, FAPAV e le altre organizzazioni industriali insistono per un controllo più puntuale e anche preventivo sulle attività illegali di file sharing da parte degli utenti Internet, al fine di “incoraggiare i titolari dei contenuti a mettere a disposizione del pubblico sulle reti telematiche il maggior numero possibile di opere nell'ambito di un mercato sostenibile per tutti i soggetti coinvolti”.
Ampi strati della comunità on-line non la pensano allo stesso modo: il rischio che paventano, come scrive l’associazione Alcei (Electronic Frontiers Italia) in un comunicato ripreso da diversi siti, è che gli utenti del Web vengano costretti per contratto “a sopportare intercettazioni preventive, filtraggio dei contenuti, data retention e ‘taglio’ della linea Internet a fronte della semplice richiesta dei ‘titolari dei diritti’ e prima che un giudice abbia stabilito l’eventuale violazione di legge”: una pretesa, secondo la stessa organizzazione degli utenti, “inaccettabile e basata sull’arroganza di chi antepone la tutela dei propri interessi privati al rispetto dei più elementari principi di civiltà del diritto”. Diviso anche il mondo politico: mentre una parte della formazione di governo sostiene apertamente le posizioni dei detentori dei copyright e dell’industria dell’intrattenimento, gli onorevoli (di maggioranza) Maurizio Acerbo e Pietro Folena hanno presentato nei giorni scorsi un’interrogazione parlamentare per chiedere se risponda al vero la richiesta da parte delle imprese dei “contenuti” di un sistema di “data retention che la normativa vigente riserva alle sole attività di contrasto al terrorismo”, e come si pensi di tutelare anche i diritti alla riservatezza garantiti ai cittadini e la potestà legislativa del Parlamento rispetto alle presunte ingerenze della lobby industriale.