Ecco il ritorno in Italia dei Guns n' Roses

Ecco il ritorno in Italia dei Guns n' Roses
L’Idropark chiama e il popolo del rock duro risponde. E’ di scena il Gods of Metal, quest’anno in gran spolvero per via del decimo anniversario. Un cartellone zeppo di nomi, 4 giornate (dall’1 al 4 giugno) che dalle 10 di mattina fino a notte fonda, hanno visto avvicendarsi sul palco leggende giurassiche e nuovi idoli del metal e dintorni, dai Venom ai Motorhead, dagli Alice in Chains ai Korn, con un appuntamento intermedio tutto dedicato alle band italiane. Ma l’attrazione principale, ca va sans dire, erano i redivivi Guns N’ Roses. O meglio, quel che, dopo anni di controversie, proclami disattesi, reunion e album abortiti, è rimasto della famosa rock’n’roll band americana: Axl Rose e il tastierista Dizzy Reed. Perché gli altri, chiamati a riempire la voragine lasciata da Slash, McKagan e Stradlin, sono tutte new entry: i tre chitarristi Robin Finck (Nine Inch Nails), Ron ‘Buckethead’ Thal e Richard Fortus, il secondo tastierista Chris Pitman, il bassista Tommy Stinton (Replacements) e il batterista Brian ‘Brain’ Mantia (Primus). E’ insomma una line-up decisamente assortita e tuttora in rodaggio, con un fantomatico album nel cassetto, “Chinese Democracy”, della cui uscita si favoleggia da così tanto tempo da essere diventato materia di barzellette. Ma i rockettari più incalliti, si sa, hanno buona memoria e basta il ricordo degli anni (’87-’91) in cui i Guns misero a ferro e fuoco il pianeta (80 milioni di dischi venduti), o quello dell’ultima apparizione italiana (lontano 1993), a risvegliare antichi ardori e a catapultarli in massa all’Idroscalo. Spalleggiato dai nuovi boys, orfano della bandana e del phisique guizzante dei tempi d’oro, Axl Rose si materializza sullo stage poco prima delle 23, dopo un’ora di sfiancanti operazioni di cambio palco. Ha il baffo rossiccio alla James Hetfield, le treccine e qualche chilo di troppo, ma appare meno imbolsito e cotto di come tanta stampa l’ha dipinto negli ultimi tempi. Va subito sul sicuro, aprendo con una tripletta di classici da “Appetite for destruction” e la cover di “Live and let die”, con tanto di mortaretti. Non stecca ma sulle prime la sua voce suona sfibrata, soffocata da un’amplificazione che a fatica governa le troppe chitarre. Poi, grazie al karaoke collettivo e a strategici siparietti strumentali (reiterati assoli chitarristici, compreso uno stucchevole duello di Finck e Fortus sulle note di “Beautiful” della Aguilera), la rockstar 44enne acquista fiato e vigore e, da “Knockin’ on heaven’s door” in poi, azzarda acuti via via più nitidi e meglio calibrati. Fino a trascinare tutti nel vortice rock’n’roll/metal di “My Michelle” e “Nightrain”, con Sebastian Bach degli Skid Row ospite a sorpresa. All’alba dell’una e un quarto, dopo due ore e mezza di autocelebrazioni, fuochi d’artificio, smargiassate da rock’n’roll circus e un paio di brani inediti che poco aggiungono alla storia dei Guns, il pubblico comincia a sfollare. Sfila pacifico, scarpinando goffo su un tappeto di polvere, bottiglie, lattine e volantini. Un’immensa processione di giovanissimi in maglietta nera, bermuda cascanti e il volto appagato. Guadagnano la strada che porta all’impervio parcheggio esterno, dietro l’infinita teoria di merchandiser e porchettari. Sul palco, sotto un’hollywoodiana pioggia di coriandoli, si consumano le ultime note di “Paradise City”: i Guns N’Roses originali in mano all’improbabile nuova ipotesi della band di “Sweet child o’ mine”.
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