Derek Trucks Band: 'Preserviamo la musica vera, quella che dura nei secoli'

Derek Trucks Band: 'Preserviamo la musica vera, quella che dura nei secoli'
Abita ancora a Jacksonville, la sua città natale in Florida, il giovane asso (26 anni) della chitarra slide. Ma non aspettatevi di trovarlo a casa: è sempre in giro per il mondo, prossimamente anche in Italia al fianco di Eric Clapton, come si conviene a un “guerriero della strada” che ultimamente si barcamena tra ben tre formazioni. Quella di Manolenta, appunto, e poi la Allman Brothers Band di zio Butch e il sestetto che porta il suo nome, Derek Trucks Band, il cui ultimo, eccellente “Songlines” (presto seguito da un dvd dal vivo) rischia di renderlo, finalmente, un nome popolare anche alle nostre latitudini.
Rockol lo ha intercettato al telefono in un hotel dell’Ontario, dalle parti delle cascate del Niagara, dove di buon’ora (locale) ci racconta del suo nuovo album meno improvvisativo e molto più orientato alla canzone del solito. “In effetti per noi si tratta di una novità, ma anche di una strada che volevamo esplorare da parecchio tempo. I nostri dischi precedenti erano stati registrati più o meno in presa diretta lasciando molto spazio all’improvvisazione; stavolta invece abbiamo voluto concentrarci sulla scrittura e l’esecuzione di canzoni guidate più dalla melodia che dagli assoli. Siamo partiti con un atteggiamento mentale diverso, ma il tutto è poi accaduto in modo molto naturale. E’ il primo disco di studio che facciamo con Mike Mattison, il nostro cantante, e volevamo sottolineare qual è il suo posto nella band. Era da tempo che cercavamo un vocalist, perché non volevamo essere soltanto un ensemble strumentale: il ruolo di Mike lo avevamo disegnato prima che lui arrivasse, insomma. Era il pezzo mancante, con lui in formazione abbiamo potuto cominciare a scrivere un genere di canzoni diverso e a inserire nel nostro repertorio brani che prima non potevamo interpretare. Così com’è oggi, la line up mi sembra molto solida e credo che possa durare a lungo. Sono stati due produttori con cui avevo lavorato precedentemente, Craig Street e John Snyder, a segnalarmi Mike. Poi, un giorno, l’ho incontrato per caso in una stazione della metropolitana di New York!”. Coincidenze fortunate, come quelle che hanno fatto imbattere Derek nel famoso libro di Bruce Chatwin a cui è ispirato il titolo del cd (“Le vie dei canti”, nell’edizione italiana). “L’ho letto proprio mentre ci trovavamo in studio a registrare, su suggerimento di un amico. E ho subito pensato che lo stato d’animo in cui mi trovavo in quel momento aveva qualcosa a che fare con l’umore generale del libro e con il suo titolo. L’idea degli avi degli aborigeni australiani che cantano il mondo nel momento della creazione, il concetto dell’esistenza di motivi musicali ancestrali che passano di generazione in generazione mi ha subito affascinato. E’ un po’ quel che tentiamo di fare anche noi, quando suoniamo antichi brani tradizionali o musica qawwali pakistana: cerchiamo di portare a nuove generazioni di ascoltatori musiche che altrimenti rischierebbero di uscire dalla memoria collettiva. E’ un percorso affascinante, che ci permette anche di entrare in contatto con culture ed epoche diverse da quella in cui ci troviamo a vivere. In mancanza di termini migliori, noi la chiamiamo ‘progressive roots music’”. Una filosofia di vita, prima ancora che un genere musicale: in cui, anche prima delle vie dei canti e di Chatwin, è sempre stata presente una dimensione spirituale. Truck concorda: “Chiunque fa musica, ma anche chi la ascolta, tende a essere trasportato su un altro livello, e molte delle esperienze più rivelatrici nel corso dell’esistenza sono legate al primo ascolto di un particolare brano musicale. A me è successo quando avevo tredici o quattordici anni e ho sentito per la prima volta John Coltrane e ‘Kind of blue’ di Miles Davis. E poi di nuovo con Ali Akhbar Khan e la sua musica classica per sarod (una sorta di liuto indiano). E con la chitarra di Duanne Allman sul ‘Live at Fillmore East’ degli Allman Brothers. Sono tutti incontri che mi hanno cambiato la vita e il modo di pensare. Anche Nusrat Fateh Ali Khan e Rahsaan Roland Kirk, di cui abbiamo interpretato brani in questo disco, sono da tempo tra le mie principali fonti di ispirazione; altre, come Nina Simone o Taj Mahal, sono più recenti. Solitamente queste canzoni finiscono nelle scalette dei concerti e dei dischi perché qualcuno di noi, che in quel momento le sta ascoltando ripetutamente, ne accenna inconsapevolmente un riff o una melodia durante le prove e i soundcheck. Se gli altri membri della band lo seguono spontaneamente, ecco che nasce l’occasione di dare la nostra interpretazione di una cover. Ci piace farlo anche perché è nel solco della tradizione dei grandi del jazz, che hanno sempre amato reinterpretare gli standard”. Non c’è solo blues, dunque, nella dieta musicale di Derek, nonostante il giovane chitarrista sia cresciuto a pane e Allman Brothers. “Il blues”, spiega lui, “è stato il mio punto di partenza e per questo sono destinato a portarmelo dentro per sempre. Circa sei mesi fa, per esempio, sono salito su un palco con due suonatori indiani di sarod e con un tablista: anche se in quell’occasione ho suonato solo la chitarra acustica e in un contesto rigorosamente classico, mi sono accorto che il mio background blues restava assolutamente riconoscibile. Provi a immergerti corpo e anima in un’atmosfera diversa ma la tua personalità musicale è destinata a saltare fuori comunque, che tu stia provando o no a nasconderla! Più un musicista ha personalità, più questo è evidente. Penso a tutti quei dischi jazz della Blue Note che ascoltavo qualche anno fa: erano di stile diverso ma molto spesso gli strumentisti erano gli stessi, e dopo un po’ ti bastava ascoltare una nota per capire chi stava suonando il sax alto e se alla tromba c’era Lee Morgan o Freddie Hubbard”. E da dove arriva questo amore per la musica indiana? “Nasce da un interesse per scale, tonalità e melodie differenti. Per gli stessi motivi mi sono avvicinato alle grandi cantanti gospel come Mahalia Jackson. E poi mi ha sempre affascinato l’aspetto devozionale di queste musiche, la serietà che questi musicisti mettono in quello che fanno. Ho letto recentemente che Ali Akhbar Kahn continuava regolarmente a studiare e a fare esercizio all’età di settant’anni: sono modelli da seguire. Personalmente sono interessato alla musica che non ha intenti commerciali; non importa quanti dischi riesci a vendere. La musica che conta veramente è quella che resiste alla prova del tempo, che si trasmette secolo dopo secolo, di generazione in generazione”.
Oltre che per l’eclettismo dei gusti, Trucks va giustamente famoso per il suo stile e la sua tecnica strumentale, sopraffina soprattutto alla slide. Un suono, il suo, diverso da quello di tutti i colleghi. “Forse perché collego semplicemente la chitarra all’amplificatore e non faccio mai uso di effetti. Mi sono anche accorto che nel mio caso l’esercizio e la pratica non contano poi così tanto: più o meno suonavo già così quando avevo 11 o 12 anni! Perché la slide? Mi è venuto naturale suonare così, quando ho cominciato a 9 anni e i miei eroi erano Elmore James e Duane Allmann. In seguito, quando ho iniziato a interessarmi alla vocalità dei cantanti classici indiani, dei cantanti di gospel e degli interpreti rhythm&blues mi sono accorto che con la slide puoi anche emulare la voce umana e certe scale mediorientali”. Non è un “axeman” che ama stare al centro del palco, Trucks, piuttosto un teorico del massimo risultato con il minimo dispendio di mezzi. Eppure suonando negli Allman Brothers e a fianco dell’esuberante Warren Hayes (anche leader dei Gov’t Mule), ha dovuto imparare a difendere i suoi spazi. “Essere uno di due solisti in un gruppo non è mai facile”, ammette, “ed è anche giusto che si sviluppi una certa dose di salutare e rispettosa concorrenza. Nessuno vuole essere quello destinato a starsene nell’ombra e si finisce per pungolarsi a vicenda. Warren è un chitarrista dallo stile molto più aggressivo del mio, e questo mi costringere a suonare un po’ diversamente dal come mi verrebbe naturale: in un certo senso, è il suo yin che genera il mio yang e viceversa… Tra di noi è un continuo dare e avere. Nella Derek Trucks Band sono l’unico solista, e ovviamente suono in maniera diversa: ma dopo aver passato del tempo con gli Allman Brothers, mi accorgo che anche nella mia band suono con più mordente. Può succedere anche nel corso della stessa sera, perché nell’ultimo tour degli Allman ero spesso io ad aprire i concerti con il mio gruppo”. E con Clapton? “E’ una situazione ancora diversa, perché in quel caso i chitarristi diventano tre…Lì si tratta di non dimenticare che quello è il suo show, che sul palco c’è una band che funziona indipendentemente da me e a cui io devo cercare di adattarmi portando il mio contributo. Con la DTB tutta la responsabilità cade sulle mie spalle; con la ABB capita, a seconda delle sere, che sia io oppure Warren ad assumersi il ruolo di bandleader. Con Clapton è un’altra cosa, ma è divertente e mi piace mettermi ogni tanto in disparte per dedicarmi allo sviluppo del ritmo e del groove mentre lui si occupa degli assoli. Devo anche dire che mi lascia molto spazio, molto più di quanto mi sarei mai aspettato. Mi capita, nel bel mezzo dell’esecuzione di un suo classico, di avere un flashback e di ricordarmi di quando l’ho ascoltato per la prima volta. Mi guardo intorno, vedo Eric al mio fianco e il tutto mi sembra assolutamente surreale: un altro sogno giovanile diventato realtà. Lo stesso mi è successo in certe serate magiche con gli Allman Brothers, o quando la sera di Capodanno del 1999 io e mia moglie Susan Tedeschi siamo saliti sul palco con un John Lee Hooker allora ottantaduenne. O ancora quando ho potuto suonare con Willie Nelson, un’altra figura leggendaria che per me ha cambiato il corso della musica”. Con la moglie, apprezzata cantautrice, Trucks dice di volere intensificare le collaborazioni, in futuro: “Abbiamo fatto un piccolo tour insieme, lo scorso autunno, con i nostri rispettivi gruppi, e a Capodanno siamo spesso sullo stesso palco. Ma credo che sia anche arrivato il momento di combinare le forze e di fare più cose in comune”. Non è un po’ troppo, con tutti quegli impegni? “E’ vero, raramente ho un giorno libero, ma a questa età mi trovo a pensare che faccio bene a sfruttare tutte le meravigliose opportunità che in futuro potrebbero anche non presentarsi più. Anche se, lo ammetto, nei giorni più duri e dopo un anno di seguito trascorso on the road ogni tanto dico a me stesso che dovrei andare in tour come fanno tutti i musicisti sani. Con una band alla volta…”.
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