NEWS   |   Italia / 07/06/2006

I Gang, le Marche contadine e Woody Guthrie: 'E' il folk che torna dal basso'

I Gang, le Marche contadine e Woody Guthrie: 'E' il folk che torna dal basso'
Istigati dalla CIA (no, i servizi segreti americani stavolta non c’entrano: l’acronimo identifica la Confederazione Italiana Agricoltori delle Marche) i Gang celebrano le loro radici contadine con un disco a tema, “Il seme e la speranza”, giunto nei negozi in questi giorni: un cd con pezzi inediti, rivisitazioni del vecchio repertorio e canzoni tradizionali di lotta e di protesta (compresa “la celeberrima “This land is your land” di Woody Guthrie), “vestito” da un bel dipinto del conterraneo Enzo Cucchi (“Ci onora che abbia realizzato diversi quadri apposta per noi invitandoci a scegliere il preferito”, spiegano, “anche perché lavorare con lui è meno facile che con gli Yo Yo Mundi…”), e primo frutto della collaborazione con la giovane, omonima etichetta del gruppo Lifegate (vedi News). La dicotomia del titolo richiama subito quella di un disco di tanti anni fa, “Le radici e le ali”, nel segno di una continuità che è sempre stato un tratto caratteristico della band dei fratelli Marino e Sandro Severini. “Sono tutte parole simboliche legate alla nostra cultura rurale” annuisce Marino, il frontman del gruppo, dopo lo showcase per voce, chitarra 12 corde, Fender elettrica e fisarmonica che ha fatto da piacevole presentazione pubblica al progetto. “Oggi quel nostro retaggio tradizionale può diventare un mattone importante per la costruzione del futuro, il Mito antico che una volta si chiamava Terra Promessa o Giardino dell’Eden e oggi si chiama Cosmopoli, una civiltà che accoglie i migranti offrendo a tutti solidarietà e pari opportunità. Prima che si imponesse il pensiero unico della merce, il mondo contadino ha sempre avuto rispetto per le altre culture, è sempre stato consapevole del fatto che la diversità significa ricchezza. E’ il momento di riappropriarsi di quella lezione: nelle Marche l’industria manifatturiera sta scomparendo, e io non la rimpiango perché la gente intossicata dal mastice moriva di tumore a 50 anni. Il lavoro nei campi, arricchito di nuovi strumenti culturali e di una nuova dignità, è una via percorribile, una rivoluzione anche nel pensiero. Non bastano le canzoni per una rifondazione così importante, naturalmente: ma, come diceva Patti Smith, che ognuno porti il suo granello di sabbia”.
I Gang, in “Il seme e la speranza”, quei granelli li hanno raccolti un po’ ovunque: nella canzone popolare di Giovanna Daffini e tra le voci delle mondine di Novi, nel ricordo delle lotte sindacali marchigiane (“A Maria”) e nella celebrazione della Resistenza (“Non dimentichiamoci che da lì nasce la nostra Costituzione: quella che sancisce la sovranità del popolo e che dovrebbe permetterci di mandare affanculo l’imperatore Bush quando ci ordina di seguirlo nelle sue imprese di guerra”), nella figura simbolica del subcomandante Marcos (“Il più grande comunicatore di tutti i tempi”, dice Marino) e nelle vittime delle dittature sudamericane del capitale, Chico Mendes e Victor Jara. E anche nella musica di Guthrie, appunto, perché esiste naturalmente un’altra America oltre quella dell’ “imperatore Bush”: “Woody”, dice Severini con indosso una t-shirt nera a lui dedicata, “è importantissimo perché incarna la nascita della canzone popolare moderna, l’incrocio tra il blues di Leadbelly e la consapevolezza politica di Pete Seeger e degli Almanac Singers. E la Guthrie d’Italia è Giovanna Daffini: per questo nel disco abbiamo inserito come omaggio la nostra versione di ‘Saluteremo il signor padrone’. L’ho sempre invidiata a Finardi, dal momento in cui gliela sentii fare al Parco Lambro del ’76. E siccome il cerchio si chiude, in questo disco le mondine di Novi cantano ‘La pianura dei sette fratelli’, una canzone dei Gang che sono in un certo senso i loro nipoti. L’abbiamo lasciata così, ci siamo resi conto che se avessimo aggiunto anche un solo strumento avremmo rovinato tutto”. E’ uno dei brani editi ripresi e rivitalizzanti per l’occasione, “perché le canzoni non sono materia statica, si muovono e si trasformano in base agli incontri che fai. Tu stesso le cambi col tempo in modo che tornino ad essere utili: ecco perché dal vivo continuiamo a suonare ‘I fought the law’, per questo sono stati importanti i Clash di ‘Sandinista!’, i Pogues e il nostro amico Billy Bragg. Un tipo che, quando lo incontrammo la prima volta, ci lasciò a bocca aperta parlandoci di musica regionale siciliana e calabrese. E che si metteva a spiegare Gramsci a dei comunisti come noi! Non a caso è a lui che Nora Guthrie ha affidato i testi inediti del padre. Il problema, in Italia, è che noi con i nostri maestri abbiamo poca confidenza e continuiamo a confrontarci con le mezze calzette”. Soprattutto oggi che si è persa ogni memoria storica… “Sì, noi abbiamo la fortuna di arrivare da un luogo dove, durante la nostra adolescenza, la cultura contadina era ancora vitalissima. Il nostro vicino di casa suonava l’organetto e il tamburello… All’epoca eravamo molto più interessati al nostro amico Lucio Mazzoni, che ci faceva conoscere il rhythm & blues di Otis Redding e di Wilson Pickett, ma in seguito siamo tornati a ritroso: non per un’esigenza di folklore, piuttosto perché ci rendevamo conto che dentro quel mondo c’era qualcosa di magico e di arcaico, un senso di religiosità che bisognava riportare a casa. E’ la componente mitologica dell’esistenza, e può essere il nostro modo per rientrare nella Storia. Io non sono d’accordo con De Gregori quando dice che la Storia siamo noi. Ci siamo entrati di soppiatto, in qualche occasione, ma siamo sempre stati ricacciati indietro. La Storia l’hanno sempre fatta i vincitori, a noi semmai restano le storie quotidiane”.
A proposito di De Gregori; sul suo “Il fischio del vapore”, che qualche anno fa riportò il folk all’attenzione del grande pubblico, Severini ha sentimenti ambivalenti: “Comprendo il suo desiderio di guardarsi indietro, ma credo che Giovanna Marini non avesse bisogno di accettare un compromesso commerciale. Quel disco ha venduto tanto, certo, ma ha lasciato più tracce sul mercato che nella cultura. E’ stata un’operazione aristocratica e un po’ filologica, mentre dal mio punto di vista un disco è utile e importante se apre delle porte a una scena che bussa per farsi ascoltare. Queste cose dovrebbero ripartire dal basso, dalla gente che suona in giro: ma oggi mancano i luoghi, chiudono i pub e i bar dove si fa musica e le metropoli, soprattutto, finiscono vittime delle mode imperanti. Rischiamo di perdere anche l’ultima forma di musica popolare che avevamo, il rock&roll”. E Springsteen, allora? “Ecco, quella sì è stata un’operazione utile, dopo il suo ultimo disco un sacco di gente ha riscoperto Pete Seeger. E partire da Seeger, un comunista che in America è molto più scomodo di Guthrie, è stato un grande atto di coraggio da parte sua. All’epoca in cui Springsteen incarnava il grande romanzo americano non me lo sarei mai aspettato, da lui... Invece invecchiando matura come il vino, ha usato quelle canzoni come strumento di partecipazione e condivisione, facendole tornare tra gli uomini e fuori dal mercato. E’ importante, oggi che c’è tanta musica preconfezionata in giro. Te ne accorgi anche andando per concerti: li riconosci subito, quelli che salgono sul palco come se glielo avesse ordinato il dottore. E quelli che, invece, traboccano di passione e voglia di coinvolgere la gente: e allora chi se ne frega se la chitarra è scordata. Viviamo una condizione difficile, l’ultima grande stagione della musica indipendente, da noi, è stata ai tempi lontani della Cramps di Sassi… Da quel momento la musica è finita in mano ai mercanti, noi e i nostri contemporanei della prima metà degli anni ’80 siamo nati da una specie di volontariato. Ma la ruota gira, e io sono fiducioso che le nuove generazioni troveranno il loro linguaggio: e che manderanno tutti a farsi fottere come è giusto che sia. Noi compresi, ovviamente”.
Severini parla chiaro e onesto, cosa che non gli ha mai fatto difetto e che a volte ha rischiato di pagar caro: come quando il senatore Russo, primo e unico caso del genere in Italia, citò in giudizio la band e la sua casa discografica (la WEA) per le parole scomode contenute in “Duecento giorni a Palermo”, canzone cronaca sull’omicidio del segretario siciliano del Pci Pio La Torre: “Ci hanno condannati a pagare 40 milioni di vecchie lire ciascuno”, rivela Severini. “Sono anche disposto a versarli di tasca mia, se la Warner mi restituisce la proprietà della canzone”. Quella vicenda guadagnò loro titoli sui giornali, mentre negli ultimi anni i Gang erano usciti dai radar dei grandi media: ma ora hanno a fianco un’etichetta, Lifegate Music, che sembra in sintonia col loro ruolo sulla scena musicale (“abbiamo una visione del mondo compatibile, non si pensa solo a vendere ma anche a trasmettere delle idee”), e diversi progetti in cantiere. “Con questo disco e il precedente”, dice Marino, “ci siamo sdebitati nei confronti della cultura contadina. E il prossimo sarà un album politico, senza slogan ma con una prospettiva chiara sui tempi che stiamo vivendo. Speriamo di poterci lavorare tra l’autunno e l’inverno e di pubblicarlo tra la primavera e l’estate del 2007”. Li si potrebbe persino definire un gruppo di successo, se si esce per un attimo dalle logiche strettamente commerciali: “Una volta incidevamo per una major e facevamo concerti a 18 milioni a serata”, ricorda Severini, “ma non abbiamo mai visto una lira. E oggi mi sento molto più ricco di tanti musicisti che, come me, stanno per compiere 50 anni. Soldi non se ne vedono ancora, ma intanto mi sono fatto amici e rapporti solidi ovunque, anche nel più piccolo paesino d’Italia c’è chi ci invita a suonare e a cena, chi ci fa conoscere gente e ci racconta le sue storie. E’ il mio modo, il modo dei Gang, di fare cultura. E mi permette di continuare a vivere come un essere umano, una ricchezza impagabile”.
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