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NEWS   |   Pop/Rock / 16/05/2006

Il reggae giudaico di Matisyahu: 'E' musica spirituale, dunque di tutti'

Il reggae giudaico di Matisyahu: 'E' musica spirituale, dunque di tutti'
Kippah nera e scarpe da ginnastica, barbone folto e una faccia da ragazzo qualunque, Matthew Miller alias Matisyahu (in concerto stasera al Rainbow Club di Milano) è un apparente paradosso: un giovane ebreo ortodosso nato negli USA che suona reggae giamaicano. Un personaggio curioso e originale, sicuramente, appetitoso per i media non solo musicali. Ma destinato, anche, a scatenare dubbi e controversie: è successo proprio in America, dove un articolo del New York Times a firma dell’autorevole critico musicale (afroamericano) Kelefa Sanneh ha sollevato un mezzo vespaio mettendo in discussione la sua buona fede e il suo diritto di appropriarsi, lui bianco ed ebreo, di una cultura autenticamente africana nelle radici e fonti di ispirazione. “Ognuno in merito ha la sua opinione ”, riflette serio mentre il figlioletto di otto mesi che si è portato appresso gli sguscia tra le mani e sgattaiola sul pavimento strappandogli un sorriso. “Pensiamo alla storia del popolo di Israele, che prima di avere finalmente una patria, 50 anni fa, è stato costretto a vagabondare per il mondo in condizione di esilio permanente. Il punto è: esiste una musica distintamente ebraica? Forse no, ma il reggae stesso si è nutrito nel tempo di molteplici influenze e culture differenti. Io lo rispetto e onoro perché ha una forte componente spirituale e meditativa, ma i giamaicani non ne sono gli unici depositari. E poi quando si rende pubblica una musica attraverso i dischi o attraverso Internet lo si fa per metterla a disposizione di chiunque, in ogni parte del mondo; e ognuno ha il diritto di farla propria prendendo quel che gli interessa”. Ma perché proprio il reggae è la chiave di volta del suo stile musicale? “Mi affascina perché testi e musica sono sempre in profonda armonia, organicamente combinati tra di loro. Ed è anche una musica umile, in un certo senso, perché ti spinge a suonare l’essenziale e a mettere da parte il superfluo, lasciando spazio alla creatività e all’intuito di chi ascolta. In questo modo anche il semplice battito di un tamburo assume una forza e una capacità evocativa tutta speciale. Io non ho la pretesa di essere un purista, vivendo negli Stati Uniti ho assorbito anche molto dalla musica hip hop e dal rock. E al reggae mi sono avvicinato per trasmettere il messaggio che mi sta a cuore, l’esistenza di un Dio che non è disgiunto dal mondo ma che lo ingloba dentro di sé. E’ il concetto dell’unità della creazione, e in questo senso la mia è musica autenticamente ebraica. Ogni volta che vado in Israele assorbo l’energia spirituale di quei luoghi, ma per registrare i dischi è meglio l’America”.
Bob Marley è il suo idolo, naturalmente, “ed è ascoltando il disco tributo ‘Dreams of freedom’ che ho fatto la conoscenza col nome di Bill Laswell, il produttore del mio ultimo disco ‘Youth’. Ma ho ascoltato veramente di tutto. Buju Banton, Sizzla, Capleton, gli OutKast, i Roots. Tutte le rock band alternative dei primi anni ’90, Nirvana e Pearl Jam. E le jam band, Grateful Dead, Allman Brothers e Phish”. Questi ultimi, nei suoi anni giovanili, li ha anche seguiti a lungo in tour, da fan. “Ero ancora un teen ager, stavo appena scoprendo me stesso, le mie credenze e quale ruolo volevo ritagliarmi nel mondo. Mi piaceva la loro concezione di una musica in divenire, l’idea di un universo di onde sonore che si propagano assumendo forme sempre diverse. Ho fatto tesoro di quella lezione e tuttora l’improvvisazione, soprattutto in concerto, è un elemento importante della mia musica. Non sono uno scienziato, ma mi interesso alla spiritualità della musica, alle vibrazioni sonore che alterano gli stati di coscienza. All’Università di Princeton, negli Stati Uniti, esiste un gruppo di studiosi, noto come String Quartet, secondo cui il mondo vibra come un insieme di strumenti producendo musica e armonie. Un concetto simile esiste nell’ebraismo, con l’avvento del Messia prenderà forma una canzone finale che si propagherà in tutto l’universo”. Da ebreo ortodosso praticante, intanto, Matisyahu ha collaborato anche con una band dichiaratamente cristiana, i P.O.D. “E’ normale, tutte le religioni hanno qualcosa che le accomuna. Quando mi rendo conto che al mondo esistono due cose simili ne cerco una terza che possa unirle. Con la mia musica vado alla ricerca di uno spirito universale capace di superare le differenze”. E come la mettiamo con il rock edonistico e maledetto, invece? “Non sta a me puntare il dito, solo Dio può giudicare. Ma io credo che la gente si abbandoni all’ego, al sesso e alla fascinazione della morte per darsi una scossa, in questa specie di realtà morta che è la condizione esistenziale di tanti. Io posso solo mettere a disposizione la mia esperienza personale e provare a indicare una strada diversa: come andare oltre questo stato di inerzia e rimanere vivi”. E’ orgoglioso di essere un ambasciatore del giudaismo tra i giovani, sostenuto dalla sua comunità di appartenenza, e non gli dà fastidio attirare attenzione per la sua professione religiosa o per il suo abbigliamento perché, dice, “se la musica non fosse buona, e lo è, nessuno si interesserebbe a me”. “Se sono sorpreso del successo che sto ottenendo? No”, risponde senza falsa modestia. “La gente vuole musica sincera e onesta, e io gliela do. Se si cerca di immaginare a priori come reagirà il pubblico la musica passa in secondo piano, e io questo non lo faccio. Nulla è stato programmato, nella mia carriera, anche il gruppo che mi accompagna si è formato per caso: il chitarrista lo conoscevo ai tempi del college, oggi fa parte di una comunità ortodossa di Brooklyn e l’ho incontrato di nuovo un giorno per strada. Gli ho parlato della mia intenzione di mettere su un gruppo ed è stato lui a indicarmi il nome del bassista, che aveva esperienza di musica reggae, e per quella strada siamo arrivati anche al batterista. L’idea ora è quella di ampliare la formazione, perché la nostra musica ingloba ormai suoni di tutto il mondo, soprattutto africani. Vogliamo trovare musicisti di classe mondiale ma anche individui di levatura superiore, gente che coltiva la ricerca spirituale: sono convinto che siano quelle le persone che producono la musica più potente”. Idee chiare, ambizione forte anche un filino di presunzione, forse. Non chiedetegli solo di parlare di politica, e del suo giudizio sull’operato del governo Bush nella questione israelo-palestinese. “Non conosco bene la sua posizione. Probabilmente ha ragione mio padre quando dice che dovrei leggere di più i giornali. Ma ho un bambino piccolo a cui badare e tante altre cose da fare”.
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