EMI-Warner: Bronfman, amletico, non si sbilancia sulle probabilità del 'merger'

EMI-Warner: Bronfman, amletico, non si sbilancia sulle probabilità del 'merger'
“La fusione con la EMI? Non ci sono motivazioni particolari né a favore né a sfavore”, ha dichiarato il boss Warner Edgar Bronfman Jr. giovedì scorso (4 maggio), intervenendo a una sessione pubblica di domande e risposte condotta a New York dal giornalista di Business Week Steve J. Adler. Nell’occasione l’imprenditore canadese ha tenuto a sottolineare la forte rivalutazione conseguita durante la sua gestione dalla casa discografica americana, passata in un anno da una quotazione di 17 dollari a un valore di 28,74 dollari per azione, più di quanto offerto in prima istanza dalla EMI (28 dollari e mezzo). “Il consolidamento societario fine a se stesso non ha molto senso”, ha detto Bronfman, “perché il nostro non è un business che richiede economie di scala”. “Come i cavalli a cui vengono messi i paraocchi”, ha aggiunto ricorrendo a una metafora magari non felicissima, “stiamo cercando di fare corsa per conto nostro”.
L’intenzione del capo della Warner era probabilmente di raffreddare un po’ il clima di attesa che circonda l’ipotetico “merger” tra le due major discografiche. Ma i principali osservatori restano convinti che i giochi siano più complessi e ben lontani dall’essere conclusi, e ricordano che la decisione finale spetta non tanto all’amministratore delegato quanto agli azionisti di maggioranza. Le azioni in possesso di Bronfman, socio della finanziaria Lexa Partners, sono valutate intorno al 2,5-3 % del capitale, mentre Thomas H. Lee Partners, Bain Capital e Provident controllano insieme il 63-65 % circa del pacchetto: e, sempre secondo i bene informati, non vedrebbero l’ora di liquidare con profitto il loro investimento.
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