Killing Joke: 'In tempo di guerra, facciamo musica che celebra la vita'

Killing Joke: 'In tempo di guerra, facciamo musica che celebra la vita'
Non è un’ immagine consueta, un direttore d’orchestra che tracanna liquore direttamente dalla bottiglia. Ma se è per questo, non è neppure cosa di tutti i giorni un cantante post punk che dirige un ensemble sinfonico a Praga…E’ che siamo a tu per tu con Jaz Coleman, frontman e sciamano dei Killing Joke: una band in pista dal 1979 e più vivace che mai, come dimostra il ruggente, tribale, tempestoso album da pochi giorni nei negozi, “Hosannas from the basement of hell”. Un titolo rivelatore, perché è proprio in uno scantinato/studio di registrazione dal nome beneaugurante di Faust Records, nella capitale ceca dove da qualche tempo il gruppo risiede, che il nuovo disco ha preso forma. “Sì, era una vecchia, umida cantina da vino” conferma mr. Coleman, che dietro un corpaccione non troppo rassicurante nasconde una finezza intellettuale inimmaginabile. “Abbiamo registrato su un 16 piste, più o meno dal vivo, quasi senza sovraincisioni, una traccia sola per la voce, una per la chitarra. Abbiamo speso molto poco…L’album precedente non ci aveva del tutto soddisfatti perché era troppo costruito. Questa volta abbiamo puntato sull’essenzialità”. Praga è anche il posto dove lui, Geordie e Raven – il cuore della band – vivono per gran parte dell’anno. “La frequento dagli anni ’80 e mi sono trasferito da quando ho un contratto di collaborazione con l’orchestra sinfonica locale. L’affitto di una sala prove non è neanche lontanamente comparabile a quello che sarebbe a Londra, dove sono capaci di chiederti anche 4-500 sterline al giorno. E poi mi piace il fatto che, come Lione e Torino, Praga è una città magica, con una strana aura mistica e un ventre oscuro. Un posto libero e di eccessi. Ora ci sono in giro troppi turisti, è vero: ma loro non conoscono i posti giusti dove andare! E poi la birra è buona e costa così poco…Oddio, da questo punto di vista non è proprio il luogo più salutare dove andare a vivere…” chiosa Jaz, sottolineando la battuta con una di quelle sue risate fragorose che fanno tremare i muri dell’hotel. Difficile immaginarselo nei panni seriosi del musicista “classico”. Eppure dirige un’orchestra anche a Sidney, in Australia: un uomo con due vite parallele… “Già, il pubblico dei Killing Joke non ascolta musica sinfonica, e chi compra i miei dischi classici non sa cosa sia il rock. Quando ho firmato il contratto, gli avvocati non volevano credere che si trattasse della stessa persona. La cosa mi fa sentire piuttosto schizofrenico”.
La vocazione “sinfonica” di Coleman tracima però a tratti anche nel suo gruppo rock e in “Hosannas…”: “Sì, in ‘Invocation’ ho cercato di combinare l’espressione romantica dell’orchestra con il senso di catarsi musicale che per me rappresentano i Killing Joke; volevo catturare in una composizione musicale la frenesia e la follia che attraversano questo mondo. Credo che per la musica classica moderna l’unica strada evolutiva consista proprio nella fusione con la musica rock e con il suo senso del ritmo”. La sezione d’archi Jaz non se l’è cercata sotto casa: ha preferito andare a Tashkent, in Uzbekistan, mentre alcune parti percussive sono state registrate a Beirut e altre incisioni sono state effettuate a Taipei, Taiwan. Perché? “Per suonare con musicisti locali ma anche perché mi piace recarmi in posti carichi di tensione. Volevo rendermi conto di come la gente del luogo vive la situazione, capire se la mia scrittura ne sarebbe rimasta influenzata. Ma non era mia intenzione fare un disco che parla di guerra. Per me questa musica suona come una celebrazione della vita, e ha anche una certa qualità introspettiva”. La prima canzone, “The tribal antidote”, comincia in effetti con un’esortazione a star su di morale… “Nessuno”, annuisce Jaz, “vuole più sentire parlare certi politici. Ne abbiamo avuto abbastanza, e io volevo dare al pubblico qualcosa che gli potesse far cambiare umore. Per questo ho pensato a una musica battagliera, tribale. D’altra parte nei Killing Joke è sempre stato così: suonare le percussioni nel gruppo è sempre stato un lavoro molto impegnativo, anche dal punto di vista fisico. Geordie ha passato tre giorni in studio solo a posizionare i microfoni… Abbiamo sempre cercato ispirazione nella musica europea, piuttosto che in quella americana. I nostri schemi ritmici sono di derivazione celtica: quella grandiosità, quel modo di percuotere selvaggiamente i tamburi arrivano da lì. Il ritmo e le percussioni ci hanno sempre distinto dalle altre band, e se senti alla radio un pezzo dei Killing Joke ci riconosci subito”.
E’ un disco di suoni primitivi e ancestrali, “Hosannas…”: ma anche in qualche modo spirituale, con tutti quegli inni, invocazioni, figure di dei e di “portatori di luce”? “Sì, e questa è un’altra cosa che ci distingue dai nostri cugini americani. Molti gruppi d’oltreoceano giocano a fare i depressi, i malati, a rilasciare dichiarazioni scioccanti. Non è il nostro caso”. Certo però che anche l’immagine di copertina del nuovo album, con quelle figure metà donne metà animali dal becco insanguinato, è parecchio inquietante: “E’ opera di un surrealista russo nostro amico, Victor Safonkin. L’ha completata proprio mentre noi finivamo di registrare, abbiamo lavorato in parallelo. A me fa venire in mente una delle session nel nostro scantinato!”, ridacchia Coleman fragorosamente. E a proposito di spiritualità ed esperienze mistiche: lo è ancora, per Coleman, esibirsi dal vivo? “Certo. Quando sono sul palco non ricordo nulla, mi perdo completamente nell’esibizione. E’ una cosa fisica, è il ritmo a spingermi fuori dal corpo. E dopo ogni concerto mi sento pervadere da un profondo senso di relax fisico e di pace spirituale: sorprendente, se pensi al gran casino che facciamo! Un’ora prima, mentre mi preparo psicologicamente per lo show, sono inavvicinabile anche per mia moglie. E dopo mi ci vuole un’altra ora per tornare al mio stato naturale. E’ come essere posseduti nell’anima. Per me i Killing Joke funzionano ancora come una terapia, mi aiutano a venire a patti con quel che non mi piace della realtà. E a ridere: perché se non si ride un po’, non c’è modo di scacciare la paura”. Anche quella di non essere improvvisamente all’altezza? Di diventare “classic rock” restando imprigionati in un corpo musicale imbalsamato? “Se pensassi che non siamo più in grado di dare un contributo creativo mi fermerei subito. Ma non siamo uno di quei gruppi che hanno dato tutto con i primi dischi; anzi, i nostri ultimi due album hanno un’intensità superiore a quella dei primi due. In un certo senso stiamo procedendo al contrario, miglioriamo con l’avanzare dell’età: forse perché quel che caratterizza i Killing Joke è un suono, un modo di essere e non un’immagine. Mi fa piacere che gente come Dave Grohl dica che da ragazzi lui e Kurt Cobain ascoltavano continuamente i nostri dischi, e anche Till Lindemann dei Rammstein mi ha confessato recentemente che la sua band è stata influenzata dai Killing Joke. Condividono con noi la passione per il fuoco, dici? E’ vero, per me il fuoco è il miglior impianto luci che esista! Crea un’atmosfera primitiva. Una grande tavolata da banchetto illuminata da torce corrisponde alla mia idea di festa, alla mia immagine del paradiso. E siccome anche il concerto è una cerimonia…” Ma ci sono in giro eredi dei Killing Joke? “Certamente non in Inghilterra, forse in altre parti del mondo. Ci piace pensare di poter ispirare la gente, spingerla a seguire le sue aspirazioni: perché ognuno di noi nasce con un dono, e la vita è il luogo in cui metterlo a frutto. Mi piace che la band funzioni come uno specchio, per chi ci ascolta. E a tutti serve un mentore. Io ne ho avuti diversi: John Peel e John Lydon, senza i quali saremmo rimasti al punto di partenza. Il direttore d’orchestra tedesco Klaus Tennstedt, che ha incoraggiato la mia inclinazione alla musica sinfonica. E mio padre, il primo a credere in me. A volte basta una parola gentile, o un piccolo gesto, per cambiare la vita di un uomo”.
Uomo qualunque a dispetto delle apparenze, il signor Coleman. Anche nelle sue prese di posizione contro la guerra? “Sono uno dei tanti, sì. Un milione di persone ha marciato per la pace a Londra ma i politici non se ne sono preoccupati. E’ una bella dimostrazione di cosa significhi oggi la democrazia: due cavalli da corsa che appartengono alla stessa scuderia. Mi terrorizza il fatto che gli uomini possano tradire i propri simili per qualche spicciolo, un po’ di argento. E pensare che una persona come mr.Blair potrebbe salvare centinaia di migliaia di vite umane dicendo una parola sola: no. Sono tempi bui, tempi di ignoranza e avidità. A un certo punto ho pensato che fosse meglio scappare in qualche isola lontano da tutti, ed è quel che ho fatto”. Erano i primi anni ’80 quando, temendo un’apocalisse imminente, Jaz il giramondo decise di rifugiarsi in Islanda. Non che oggi il pianeta sia in condizioni molto migliori…. “No, non lo è, accidenti. Ogni tanto mi viene da pensare che sarebbe meglio mollare tutto e andare a pescare. Abbiamo dieci anni di tempo, più o meno, per cambiare radicalmente il nostro modo di vivere. Altrimenti saremo condannati a una probabile estinzione. E’ facile farsi deprimere, quando si pensa che la maggior parte della gente su questo pianeta vive in condizioni di schiavitù economica, tra mutui e carte di credito. Ed è una situazione che riguarda tutti, l’India come l’Europa. Il mio antidoto? Mangiare, bere e divertirsi con le persone che ami!”.
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