I Pearl Jam parlano a Rockol:
'La nostra energia è un miracolo'

I Pearl Jam parlano a Rockol: 'La nostra energia è un miracolo'
Un gruppo che ha ritrovato serenità, che continua a combattere per i propri ideali, ma con più maturità e senza rischiare di andare contro i mulini a vento: questa l’immagine dei Pearl Jam nel 2006, così come Rockol li ha visti nella due giorni di Londra della scorsa settimana.
Il giorno dopo il concerto all’Astoria di giovedì 20, la band ha incontrato la stampa europea. L’idea di presentare “Pearl Jam” (in uscita venerdì 28) direttamente in Europa ancor prima che in America dimostra quanto la band tenga a questo lavoro, il primo di inediti da “Riot act” del 2002.
A parlare sono i due chitarristi, Mike McCready e Stone Gossard, e dalle loro voci traspare questa ritrovata serenità. Lo stereotipo vuole che solo chi soffre sia in grado di essere creativo, lucido e rabbioso quando ce n’è bisogno. I Pearl Jam smentiscono, almeno in parte, questa ipotesi. “Pearl Jam” è un disco dalla carica energetica e dalla lucidità senza eguali, oggi. Mike e Stone affermano di essere tranquilli: “Non ho rimorsi”, dice Mike. “Nella band la coesione è al massimo, ci scambiamo idee e musica…se leggete i crediti del disco, tutti hanno contribuito alla composizione. Siamo forse un po’ più vecchi, ma più consapevoli e grati per quello che abbiamo. Per certi versi ci sentiamo ancora dei debuttanti: per il tour che parte tra poco stiamo facendo molte prove”. “Ma è un miracolo l’energia che scatta quando entriamo in una stanza e iniziamo a suonare. Ci trasforma”, aggiunge Gossard.
L’anima irrequieta della band è sicuramente Eddie Vedder: lo si vede sul palco, dove ha un magnetismo e una passionalità che pochi altri frontmen possono vantare: è capace di andare subito in “trance”, trascinando tanto le 1.500 persone di un teatro quanto le 15.000 di un palazzetto. Ma è il vero “artista” del gruppo: dalle parole di Stone e Mike sembra trasparire che faccia una vita un po’ a parte. Siete insieme da 15 anni, ma dite spesso “non lo so” quando parlate di Eddie, si fa notare ai due chitarristi nel corso dell’intervista. “Ci parliamo tutto il tempo, ma Eddie è anche riservato. Ha il suo processo di composizione, gli piace essere misterioso”, spiegano i due.
Certo è che è difficile far parlare Mike e Stone dei testi del disco, ovviamente uno dei punti focali della band, ma che nel caso di “Pearl Jam” sono tutti opera di Vedder (in passato alcuni erano co-firmati dal bassista Jeff Ament o dal batterista Matt Cameron). Mike e Stone ci provano, però: “Le storie di questo album rappresentano frammenti e immagini di che cos’è la vita in America oggi, guardandoti in giro e sentendo quello che dicono i giornali, le radio e le tv. Eddie è davvero molto bravo a rileggere questi tempi di paura in chiave poetica”, spiega Mike.
In questo senso, c’è un verso che sembra avere colpito l’immaginazione di molti (citato anche nella recensione di Rockol dello scorso 11 aprile): “E’ nel sogno americano che sto smettendo di credere”, canta Vedder in “Gone”. “Quella canzone è stata scritta lo scorso ottobre, mentre eravamo ad Atlantic City”, spiega McCready, parlando del loro concerto nella Las Vegas della costa est dello scorso tour autunnale; la canzone venne poi suonata dal vivo il 2 ottobre e pubblicata sia nel relativo bootleg ufficiale che in una versione “demo” nel singolo natalizio per il fan club. “Eravamo tutti chiusi nelle nostre stanze d’albergo per diversi giorni, non c’era molto da andare in giro; se lo facevi vedevi tutto quel consumismo.. non dico che la canzone parli di questo, ma sicuramente è stata influenzata da questo clima”, conclude.
Il gruppo, però, sembra però apprezzare anche i paradossi o le contraddizioni apparenti, come quelle del singolo “Worldwide suicide”: “Ci piace il feeling di quella canzone”, dicono Stone e Mike all’unisono. “La melodia trascende la visione negativa della canzone. Ci fa sorridere, anche quando parla di quanto pazzo è il mondo. Dal brutto viene anche fuori del bello”.
Ancora più paradossale è la copertina del disco: un avocado tagliato a metà su sfondo blu. “Non credo abbia a che fare con il simbolo del partito dei Verdi californiani, come ha ipotizzato qualcuno”, dice Stone. “L’ha scelta Eddie, spiegandoci che era un oggetto semplice, che si può facilmente caricare di significati: è diviso a metà, ha un nocciolo duro con della polpa attorno”. “E poi se ne può fare un’ottima salsa, il guacamole”, ride Mike.
Il tono della conversazione sale quando si parla del disco più in generale, o delle politiche del gruppo. Questo disco ha avuto una gestazione lunga, gli si fa notare. “L’abbiamo registrato in un periodo lungo, in un anno e mezzo, però facendo qualche tour in mezzo”, spiega Stone. “Ma alla fine siamo stati in studio non più di tre mesi, in diverse sessioni di 3, 4 settimane”, aggiunge Mike. “Abbiamo iniziato da trenta-quaranta idee – riff, ritmi, groove - per arrivare a completare 16, forse 18 canzoni, di cui 12 sono sul disco”.
E, a proposito di tour e delle scelte del gruppo, ha fatto un po’ di sensazione la scelta della multinazionale Clear Channel – Live Nation per l’organizzazione del loro tour italiano, che li porterà in Italia per 5 date dal 14 al 20 settembre prossimi (da Torino a Pistoia, passando per Milano, Verona e Bologna: vedi news). Ha fatto sensazione per un gruppo che ha fatto delle sue scelte radicali e della sua distanza dalle multinazionali una bandiera: è nota la loro battaglia contro Ticketmaster degli anni ’90, e la loro decisione di sganciarsi dalla Sony a fine contratto per pubblicare i dischi in autonomia, dandoli in licenza di volta in volta (paradossalmente, “Pearl Jam” è stato affidato alla J Records di Clive Davis, parte della BMG poi fusasi proprio con la Sony). Però è proprio a questo proposito che emerge la maturità del gruppo, che serenamente spiega le proprie scelte: “Alla fine abbiamo usato e stiamo usando anche le aziende che abbiamo combattuto o dalle quali ci siamo separati, a patto che ci propongano delle condizioni che vadano bene per noi e per i nostri fan”, spiega Mike. “Se non le usassimo sarebbe davvero difficile lavorare, ma non abbiamo più contratti di esclusiva con nessuno. Usiamo le grandi compagnie quando non c’è altra scelta, e se possiamo usiamo quelle piccole con persone che ci piacciono e che possono fare ciò di cui abbiamo bisogno. E’ una danza continua tra i tuoi ideali su come portare avanti la tua carriera e la realtà delle necessità lavorative di tutti i giorni. E’ un compromesso che deve compiere ogni gruppo, grande o piccolo che sia: imparare ad interagire con il resto del mondo".
“A proposito di concerti”, interviene Stone, “Non ci piace che i fan debbano viaggiare 100 chilometri fuori dalle loro città per vedere un nostro show, come capitava quando boicottavamo Ticketmaster e dovevamo suonare in posti fuori mano. Può essere spiacevole da parte nostra chiedere questa sofferenza al nostro pubblico. Forse sarà la maturità, o forse anche noi con l’età stiamo diventando reazionari…”, ride.
In Italia suoneranno in posti tutt’altro che fuori mano, tra cui l’amata Arena di Verona, teatro di uno spettacolare concerto della band nel 2000. “L’Arena è forse uno dei miei tre posti preferiti: suonare in mezzo a tutta quella storia fa effetto”. E gli altri due?”Il Gorge a Seattle”, dice riferendosi all’anfiteatro naturale poco fuori la loro città “E il Madison Square Garden di New York potrebbe essere la terza, tutte per ragioni diverse”. In questi posti sono stati registrati altrettanto spettacolari “bootleg ufficiali” (vedi lo spazio recensioni per quello inciso al Gorge lo scorso settembre 2005). Non c’è stato ancora un annuncio sulla (probabile) pubblicazione digitale dei prossimi concerti, ma questa è l’occasione per chiedere le ragioni di questa politica che va avanti ormai dal 2000, e che ha portato la band a pubblicare oltre 200 concerti e a vendere quasi 2 milioni di dischi live. “È stato naturale”, spiega Mike. “Volevamo semplicemente essere più coinvolti nel processo di produzione e pubblicazione dei nostri album, e sentivamo di gente che si scambiava registrazioni amatoriali dei nostri concerti, talvolta anche pagandole a caro prezzo. Grazie alle tecnologie digitali, siamo riusciti a mettere in piedi un sistema economico di registrazione dei nostri show. Abbiamo capito che potevamo anche venderli a un prezzo ragionevole. Li pubblicheremo sempre di più attraverso il web e sempre meno attraverso i negozi normali, così i fan potranno scegliersi comodamente ciò che vogliono, un concerto o una particolare canzone”.
Nel prossimo tour suonerete “Love boat captain”, la canzone dedicata ai ragazzi morti durante il vostro concerto di Roskilde del 2000? “Certo che sì. Pensiamo ogni giorno a quella tragedia”, dice un rabbuiato Stone. “E’ difficile parlarne. Quel festival ha 25 anni di storia e non era mai successo nulla del genere, chissà perché è capitato proprio quella sera”. “Ora, da quel giorno, stiamo molto attenti a controllare ogni dettaglio della sicurezza dei nostri concerti, in modo da poterne rispondere direttamente”, aggiunge Mike. “In quel caso era un festival, non un nostro concerto. Ma abbiamo suonato, alla fine dell’anno scorso, ad alcuni festival sudamericani, fidandoci, ed è andata bene”. L’ultima domanda riporta il discorso sui grandi ideali: i Pearl Jam sono più maturi, ma credono ancora che la musica possa cambiare il mondo? “Sicuramente cambia lo spirito delle persone” dice Stone. “Trasforma il loro punto di vista, la loro percezione. Ieri stavo ascoltando una canzone dei Queen, e mi ha aperto gli occhi: ero in Inghilterra, ho ripensato a Freddie Mercury e alla sua storia… Questo è il potere della musica”.
(gianni sibilla)
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