Le 'Fictions' autobiografiche di Jane Birkin: 'Dico addio all'Inghilterra'

Le 'Fictions' autobiografiche di Jane Birkin: 'Dico addio all'Inghilterra'
Parla un fascinoso franglais, una lingua a metà tra l’inglese di nascita e il francese d’adozione, la antica musa di Serge Gainsbourg, lolita sexy degli anni ’60 e icona pop tuttora idolatrata da generazioni di musicisti che continuano ad offrirle canzoni, appoggio e collaborazione. Era successo con “Rendez-vous”, il precedente album di duetti; accade di nuovo con “Fictions”, in questi giorni nei negozi. Stessa coppia di produttori-arrangiatori, il francese Renaud Letang, già con Manu Chao, e il canadese-berlinese Gonzales, mentre Johnny Marr per lei ha imbracciato entusiasta la sua chitarra, e al suo servizio si è messo un nutrito drappello di autori che stanno sui due lati della Manica ma anche oltre Atlantico (Rufus Wainwright, Beth Gibbons, Neil Hannon dei Divine Comedy, Romeo Stodart dei Magic Numbers, più i francesi Cali, Dominique A, Arthur H). Lei però ammette candidamente di non essere molto aggiornata sulla pop music contemporanea: “Alla radio cerco soprattutto le stazioni di musica classica. Però mi piace andare ai concerti, quando posso. L’ho sempre fatto, in Inghilterra da giovane andavo a vedere Dylan ma anche Neil Sedaka, e con mia sorella scappavo a Brighton quando c’era qualcosa di interessante. A Parigi di recente ho visto Antony and the Johnsons, e poi i Magic Numbers e Rufus Wainwright, con i quali ho finito per collaborare. Mi sarebbe piaciuto andare a vedere anche Fiona Apple, qualche giorno fa, ma non c’erano più biglietti… Sulla musica, come sulla letteratura, mi sento sempre in ritardo rispetto agli altri. E così, per tenere il passo, devo mettermi a correre. La mia fortuna è di essere circondata da gente bene informata che mi prende volentieri per mano. Gente curiosa, che mi stimola ad andare ai concerti e a teatro. A volte è bello avere degli amici…”. Come Gonzales e Letang, appunto. “Con loro mi trovo bene perché mi rendono la vita facile, fanno di tutto per non spaventarmi e sono sempre pronti ad accogliermi a braccia aperte. E poi mi hanno insegnato che quando si canta non è sempre necessario strangolarsi sulle note alte, sforzandosi fino a farsi male come facevo una volta per compiacere Serge. Mi hanno spinto a cantare in modo più naturale. A essere gentile con la mia voce, assicurandomi che in inglese sarebbe suonata comunque differente dalle altre”. Francese a tutti gli effetti dagli anni ‘70, la Birkin canta nella sua vecchia e ormai poco abituale lingua i due terzi del nuovo disco. E lo fa, spiega, per un motivo ben preciso: “Ho lasciato l’Inghilterra l’anno scorso, più o meno di questi tempi, quando con mia sorella minore abbiamo svuotato delle ultime cose la vecchia casa londinese di mia madre. A Chelsea, davanti al fiume. Sedevamo tutte e due sugli scalini mentre fuori nevicava, mezze congelate, a rileggere le lettere d’amore dei nostri genitori. Era la casa della nostra infanzia e in quel momento abbiamo capito che non avremmo mai più avuto un posto dove tornare ogni Pasqua e ogni Natale. L’ho fatto per anni e anni, saltando un solo appuntamento nel periodo in cui ero sposata con John Barry (il celebre autore delle colonne sonore dei film di James Bond). Per 57 anni quella casa è stato il luogo di incontro della mia famiglia, i nostri genitori, io, mio fratello, mia sorella. E poi dei nostri nipotini. Londra per me ha sempre evocato vacanze e felicità, ma all’improvviso tutto è finito negli scatoloni, comprese le nostre vite precedenti: perché mia mamma di noi aveva conservato tutto, lettere, cartoline, ricordi…. E’ stato come impacchettare il passato, la fine di un periodo dell’esistenza dopo il quale non ho più avuto scuse per tornare in Inghilterra. Era arrivato il momento di dire addio a tutto questo”, sospira la Birkin citando il titolo di un celebre romanzo di Robert Graves. “Proprio per quel motivo ho pensato che sarebbe stato bello cantare di nuovo in inglese, forse per l’ultima volta. Dopo di che il cerchio si sarebbe chiuso”.
In copertina, infatti, sta scritto 20.04.2006.Parigi: a sottolineare il tempo e il luogo della “nuova” Birkin. “Esatto, ed è anche la data di uscita del disco nei negozi. Una volta tanto lo scatto di copertina non mi ha creato dei problemi. Di solito la casa discografica vuole metterci un tuo primo piano, e per l’album precedente, ‘Rendez-vous’, avevo dovuto lottare alla sfinimento perché fosse mia figlia Kate a fotografarmi, scegliendo una posa diversa. Stavolta è andato tutto molto più liscio, senza sforzo, senza dolore: non ho dovuto versare sangue e chissà se in futuro dovrò pagare per questo”. I primi piani li ha lasciati a certe canzoni, ricche di riferimenti autobiografici anche se sono scritte da altri e il disco si chiama “Fictions”. La deliziosa “Waterloo station” di Rufus Wainwright, per esempio.. “La adoro. E’ stata una delle prime canzoni che ho ricevuto, ricordo di averla ascoltata l’estate scorsa. Ma lì i riferimenti autobiografici sono completamente inventati: fiction, appunto. Quand’ero giovane, da Parigi non si arrivava a Waterloo Station ma a Victoria Station. E non ho mai preso l’aereo, con Serge viaggiavamo sempre in treno. Quella non è la mia adolescenza, è Rufus che nella sua immaginazione ha ricreato una visione fantasiosa, romanzesca di quel periodo. Le cose che descrive nella canzone assomigliano più a lui che a me. Mi aveva proposto un altro pezzo bellissimo intitolato ‘Leaving for Paris’: purtroppo il disco era già completo, ma un giorno inciderò anche quella”. Intanto la Birkin si è cimentata con “Alice” di Tom Waits, non una sfida da niente. “Avevo sempre desiderato inciderla, ma non è affatto facile interpretare le sue canzoni. Eravamo in questa specie di scantinato buio che usavamo come studio di registrazione. I ragazzi che erano con me, dal fondo del corridoio, sapendo quanto mi piaceva mi hanno incitato a cantarla, così su due piedi: anche se non avevamo ancora una base musicale e senza neppure una traccia di pianoforte in cuffia. Mi sono accorta di non conoscerne neanche una nota, e dopo un momento di imbarazzo mi sono messa a improvvisare come fanno le cantanti jazz. E’ stato bellissimo, liberatorio, eccitante: e gratificante, perché alla fine, aggiunto il pianoforte, è stato deciso che non c’era bisogno di ulteriori orchestrazioni e, di tante versioni, è stata scelta la prima. Ha funzionato perché mi sono sentita libera e non mi sono preoccupata dei confronti con l’originale. Ci ho messo passione, e forse è il mio pezzo preferito del disco. Con Beth Gibbons è andata più o meno allo stesso modo. La ammiro molto, e finché ho cercato di imitarla non ho ottenuto nulla. Poi ho preso un’altra strada”. Il titolo più ambizioso e toccante, però, è quello finale: dove la Birkin recita un testo del poeta Hervé Guibert, “Image fantôme”, sulla “Pavane pour une infante défunte” di Maurice Ravel. Anche in questo caso c’è una lunga storia da raccontare: “Era il mio direttore artistico che, durante il tour mondiale di ‘Arabesque’, continuava a parlarmi di questo Guibert che io non conoscevo. Tramite il mio manager Olivier Gluzman, che aveva lavorato con Patrice Chéreau e Philippe Calvario a uno spettacolo teatrale su di lui, siamo entrati in contatto con la vedova, Christine, che ci ha fatto avere una dozzina delle sue poesie. Quella sul fantasma era la mia preferita, forse perché nella mia vita di fantasmi ne ho incontrati tanti, e perché in fondo trovo ingiusto che quando muore qualcuno di cui ci si è sempre curati poco in vita si finisce per riempirsi la casa di sue fotografie. Mi è parso che queste liriche strane e divertenti, su uno spettro che torna sulla terra a strattonarti per la caviglia, fossero molto vere, e sincere. E siccome anch’io ero appena stata in una casa di fantasmi, quella di mia madre, per me quel testo ha assunto subito un significato speciale. Non sapevo però a quale musica abbinarlo, non osavo neppure pensarci. Poi, una sera, sono andata a teatro con Jacqueline Gainsbourg (sorella maggiore di Serge) a vedere Pierre Boulez che dirigeva musiche di Ravel. Conoscevo molto poco il suo repertorio e mi sono commossa, ho pianto come una bambina. Il giorno dopo sono corsa a comprare un disco ma non era la stessa cosa. E Jacqueline mi ha detto che se volevo davvero qualcosa che mi spezzasse il cuore dovevo cercarmi la ‘Pavane pour une infante défunte’. Ricordo di averla ascoltata a casa di notte, a volume molto basso per non disturbare i vicini. Ho cominciato a sussurrare spontaneamente i versi di Guibert, la mattina dopo sono corsa in studio di registrazione, ho chiesto a Gonzales di suonare la melodia al pianoforte e l’abbiamo incisa di corsa, tutto in una take”. Sembrano lontani anni luce, i sussurri e i sospiri di “Je t’aime…Mois non plus”: “Non ho tutta questa nostalgia per gli anni ’60, ma capisco l’interesse che suscitano. C’è stata la rivoluzione culturale, certo, che per me è cominciata con ‘Blow up’ di Antonioni. In Inghilterra non si parlava più solo la lingua ufficiale della Bbc, emergevano i dialetti e le diversità di espressione. Mio marito John Barry aveva un forte accento dello Yorkshire, i Beatles quello di Liverpool, e David Bailey parlava in cockney stretto… C’erano denaro, e moda, e gente giovane che emergeva sulla scena pubblica. Mentre vivi un periodo così eccitante non hai nemmeno il tempo di rendertene conto e di godertelo. E una volta che è finito, è finito…”. Intanto le giovani generazioni riscoprono lei e il suo Serge, appena omaggiato da un ennesimo tributo (“Monsieur Gainsbourg revisited”) a cui la Birkin stessa ha partecipato cantando insieme con i Franz Ferdinand. “Credo che chi non ha avuto la fortuna di conoscerlo personalmente faccia fatica a credere che un uomo simile sia mai esistito. Tanto che oggi anche quelli che lo snobbavano scrivono sui muri frasi del tipo. ‘Serge, senza di te la vita è così noiosa’. E’ come Proust o Céline, che hanno completamente rivoluzionato la lingua francese. Ed è stata una grande soddisfazione assistere alla sua riscoperta in Inghilterra. Per anni siamo stati come i custodi della tomba di Tutankamen, poi finalmente è arrivato un Howard Carter a scoperchiarla. Noi siamo rimasti in silenzio ad aspettare, sicuri che prima o poi sarebbe successo”.
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