Il 14 il nuovo CD dei Charlatans. Il cantante Tim Burgess ne parla con Rockol

Sarà nelle rivendite dal prossimo 14 aprile il nuovo album dei Charlatans. La formazione britannica, fondata a fine '89 a pochi chilometri da Manchester, ha deciso di intitolarlo con una parola italiana: "Simpatico". Il primo singolo, "Blackened blue eyes", è anche uno dei pezzi migliori del CD: un gran bel trip ipnotico, forse un po' datato nel sound ma molto gradevole. Ma c'è un'altra canzone da tanto di cappello: è "Muddy ground", con atmosfera spessa, evocativa, costruita su una base di squisita tristezza. Il resto, a parte la conclusiva e strumentale "Sunset & vine", apparentemente fuori posto ma con un suo fascino metropolitano, è un po' "for fans only". Il cantante Tim Burgess (30 maggio '68) ha fatto quattro chiacchiere con Rockol.
Raggiungiamo Tim in uno spazio sui Navigli di Milano. Il frontman dei Charlatans indossa un cappello alla Pete Doherty e si sta ciucciando una bella birra. L'artista è affabile ma sembra essere un po' stanco; per forza, è tutto il giorno che risponde alle stesse domande ed inoltre non deve avergli giovato il piattone di cozze all'aglio che ha ingoiato la sera precedente.
-Questo, se non ho contato male, è il vostro nono album di studio. Quando avete iniziato, nel 1989, avresti mai pensato che nel 2006 saresti ancora stato nei Charlatans?
-"No, sinceramente no. Anzi, a ripensarci è pazzesco. Però devo dirti che il primo periodo non me lo ricordo molto. E', uhm, un po' annebbiato".
-Come si fa a tenere assieme una band per più di quindici anni?
-"Non so se vi sia un segreto. Forse dipende dal fatto che ogni tanto ci prendiamo a pugni. No, sono orgoglioso del fatto che siamo ancora insieme. Non so, un segreto? Forse è questo: ci sono tensioni, certo, ma in fondo siamo amici e quindi poi ci dimentichiamo dei problemi che ci sono stati".
-Come mai 'Simpatico'? E' una delle poche parole italiane che non ha un esatto corrispettivo in inglese.
-"Davvero? Non lo sapevo. Avevo letto un articolo in cui Keith Richards parlava di come una sua registrazione con un ingegnere del suono fosse stata molto bella, e lui l'aveva definito 'simpatico'. Così ho pensato a quel concetto. In Inghilterra probabilmente diranno: 'Simpatico', come si scrive? Ma forse è come la musica, non si può tradurre".
-Abiti sempre negli USA?
-"Sì, a Los Angeles".
-Sposato?
-"Sì, da sette anni. Con alti e bassi".
-Ma non è un po' strano che tu sia negli States ed il resto del gruppo sia in Gran Bretagna?
-"Se avessi pensato ad una cosa simile dopo il primo disco, non ci avrei creduto. All'inizio andavamo al pub tutti insieme, eravamo una specie di gang. Poi, verso il quinto album, ho capito che non avevamo effettivamente, realmente bisogno di stare tutti insieme. Comunque adesso volare è molto più semplice rispetto al passato. Inoltre il nostro gruppo non ha esattamente bisogno di provare proprio tutti i giorni".
-Come fate a scambiarvi idee musicali? Via e-mail?
-"No, uso Mark (Collins, il chitarrista), che viene a Los Angeles piuttosto spesso. Registro dei demo che poi lui al ritorno fa sentire agli altri. A Manchester io vado un paio di volte l'anno, a volte tre".
-E' molto cambiata Manchester da quando te ne sei andato?
-"Sì, in un certo senso sì. Il governo ci ha buttato dentro un sacco di soldi, è più europea, ci sono edifici di tipo 'spaziale'. C'è più ricambio di gente, ci sono quattro ottime università e arriva gente da tutte le parti del mondo".
-Che tipo di feedback avete ricevuto finora nei confronti dell'album?
-"Ci sono recensioni contrastanti. E me lo aspettavo. Il nuovo numero dell'NME gli ha dato 7/10, che non è mica male. Su Q abbiamo un 3/5, su Mojo pure. Ma forse la recensione che mi ha fatto più piacere è quella di The Fly, una rivista britannica, che non dà mai più di 3/5: a noi ha dato 4/5".
Cosa ti attendi da questo CD? Pensi che entrerà nella Top 10 del Regno Unito?
-"Sì, credo di sì. Sarei deluso se non ce la facesse".
-Ho letto sulla versione online di un quotidiano gallese che è in vendita lo studio in cui registraste 'Tellin' stories'. Probabilmente hai dei ricordi particolari: non è dove il vostro Rob morì?
-"Sì. Mi ricordo che impiegammo nove mesi per fare quel disco, e che spendemmo una cifra astronomica. Che giorni strani. Andavamo a pescare giù al fiume dopo magari qualche, ahem, ecstasy. Quando Rob morì in quell'incidente stradale il disco non era ancora completo. A Rob penso ancora, quasi tutti i giorni. Per me era come un fratello. Anche quando abbiamo fatto 'Simpatico' ho avvertito la sua presenza".
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