Cronache da una città fantasma: il nuovo disco 'pop' dei Calexico

Cronache da una città fantasma: il nuovo disco 'pop' dei Calexico
Da dieci anni i Calexico sono una affascinante realtà della scena musicale statunitense più o meno apparentata con il rock. Ma funzionerebbero altrettanto bene come personaggi di fantasia, calati nella trama di un film o di un romanzo. Prendiamo la storia suggestiva che sta dietro al nuovo album “Garden ruin”, quinto capitolo ufficiale della discografia in uscita in questi giorni: concepito nei reconditi anfratti di Bisbee, una vecchia ‘ghost town’ mineraria situata sul margine sudorientale dell’Arizona, ai confini col Messico, che oggi è un ricettacolo di umanità varia ed eccentrica dalle più o meno fondate velleità artistiche. “E’ come un posto di frontiera dell’epoca moderna” conferma il cantante e chitarrista Joey Burns, che Rockol ha incontrato a Milano. “Ci vivono molti vagabondi. Gente inquieta che non sopporta di stare in grandi città come Phoenix e Tucson, che ci tiene alla sua privacy e a comportarsi come meglio crede. Ci sono musicisti e scrittori, e tuttora assomiglia a una città fantasma. Sono stati il nostro ingegnere del suono, che è olandese, e i due membri tedeschi dei Calexico, Martin Wenk e Volker Zander, a insistere perché ci trasferissimo lì per qualche giorno. Andava bene anche agli altri, John (Convertino) compreso che ha famiglia ed è appena ridiventato papà: Tucson è vicina, più o meno a un’ora e mezza di auto. Grazie a certe conoscenze abbiamo trovato un posto fantastico dove far rumore, stavamo al quarto piano di un edificio che al pianterreno ospita il miglior ristorante della città, il Cafè Roka. Per l’affitto della sala prove non pagavamo niente, in compenso consumavamo lì i nostri pasti lasciando mance abbondanti… E’ durato una settimana, più o meno, poi siamo tornati a casa”.
Con il produttore che si sono scelti per l’occasione, JD Foster, se ne sono venuti fuori con un disco di sole canzoni, senza i caratteristici intermezzi strumentali. Meno spettrale e “desertico”, forse, dei precedenti. “Lui, JD, ha portato il suo banjo e il suo ukulele, che suonava notte e giorno anche quando era ospite a casa mia. Ma in realtà la nostra casa comune è diventata lo studio di registrazione di Tucson, lo stesso in cui abbiamo registrato anche con Neko Case, Iron Wine, Richard Buckner. Foster aveva familiarità con noi e con il posto ma vive a New York e lavora di regola anche con altri musicisti: questo ci ha garantito idee fresche, un senso di novità. E’ stato come avere davanti uno specchio, qualcuno che ti rassicura se hai dei dubbi, che ti stimola a provare soluzioni differenti. Io ho suonato principalmente chitarre con le corde d’acciaio, spesso ho imbracciato una Epiphone. E ho rubato idee al ‘White album’ dei Beatles, a ‘Five leaves left’ di Nick Drake, a Bob Dylan, a Neil Young. Ma anche agli Iron Wine, agli Arcade Fire, a Sufjan Stevens e ai Wilco di ‘A ghost is born’, gente che sa reinterpretare, rivitalizzare la musica migliore dei ’60 e ’70 rendendola attuale. Come sempre, abbiamo mischiato roba vecchia e nuova”. Titoli come “Lucky dime”, in effetti, suonano “quasi” pop. “E in quel ‘quasi’, credo, sta l’essenza dei Calexico”, spiega Burns. “E’ difficile scrivere canzoni pop, e noi l’abbiamo vissuta come una sfida. E’ un pezzo senza ritornello, quello, tutto su accordi minori, ma ne abbiamo incisa anche una versione completamente differente. A me, come ti dicevo, fa venire in mente Lennon & McCartney ai tempi del ‘White album’. Abbiamo cercato di portare nel disco una sorta di dolce sentimentalismo, nelle musiche come nei testi”. I quali però non rinunciano, stavolta, ad amari commenti sull’attualità: l’America delle guerre e della politica sporca invece di quella onirica ed epica di altri dischi. “Merito anche dei viaggi che facciamo in Europa”, conferma Joey. “Da qui vedi le cose in una prospettiva diversa. Quando Martin legge Der Spiegel e mi traduce quello che la stampa tedesca pensa del nostro governo e della nostra politica estera è difficile non rimettere tutto in discussione…”. Il taglio “politico” è evidente nel pezzo che chiude il disco, “All systems red”: un brano in costante progressione che nella parte finale sembra sul punto di infrangere il muro del suono… “L’avevamo già suonata dal vivo, e ogni volta sembrava migliorare. Con gli album precedenti era nostra abitudine far nascere le canzoni in studio; ‘Panic open string’ e ‘Yours and mine’, su questo disco, sono un buon esempio di questo modo di procedere. Quando l’avevamo provata in studio, ‘All systems red’ durava quattro minuti, in un breve arco di tempo esauriva tutta la sua dinamica, decollava e atterrava. Suonandola sul palco ci siamo resi conto che mancava qualcosa, che aveva bisogno di un ritmo più veloce e di una introduzione rarefatta prima che la band entri a tutto volume. L’abbiamo aggiustata strada facendo, e il risultato è molto diverso da quello del primo provino”. Una cosa è certa: Burns, Convertino e gli altri avevano un forte desiderio di uscire da un cliché che rischiava di intrappolarli. “I musicisti e lo studio sono gli stessi, ma stranamente ne è venuto fuori un disco molto diverso. Poco contrabbasso, poche tastiere, pochissime influenze del Sud Ovest americano. Per noi era importante sfuggire a una certa etichetta che ci avevano appiccicato addosso, prendere le distanze da certi dischi e certe canzoni che ci avevano fatto identificare con uno stile preciso. Già in ‘Feast of wire’ c’erano pezzi come ‘Not even Stevie Nicks…’, ‘Sunken waltz’, ‘Black heart’ o ‘Quattro’ che indicavano una strada nuova. E questo disco in un certo senso è un proseguimento di quel sentiero: ‘Roka’, la canzone in cui compaiono Amparo Sanchez e Roberto Mendoza dei Nortec Collective, può essere letta come un anello di congiunzione tra i due. Qualcuno si chiederà che fine hanno fatto le sezioni fiati mariachi… ma le abbiamo usate talmente tante volte, non puoi cucinare sempre lo stesso piatto per cena. Non li avremo neanche dal vivo (in Italia l’11 maggio al Rolling Stone di Milano, insieme agli Iron Wine). Ma con noi ci sarà Salvador Duran, un tenore flamenco nostro amico” (già comparso su “In the reins”, l’EP che i Calexico hanno inciso lo scorso anno proprio con gli Iron Wine di Sam Beam)”.
La band dell’Arizona non rinuncia comunque al suo eclettismo, anche linguistico: nel nuovo album figurano una canzone cantata in spagnolo e una in francese… “Credo che faccia parte del carattere americano”, riflette Joey. “Pensa a una band come i Los Lobos, o a quanti cambiamenti hanno affrontato nella loro carriera gente come Dylan e Neil Young. E’ vero che il business musicale americano ama gli stereotipi di genere, ma ci sono sempre band come i Queens Of The Stone Age che sfidano le categorie cambiando continuamente identità. Il che non vuol dire rinunciare a priori ad avere successo. Guarda i Wilco, ho sentito Jeff Tweedy raccontare recentemente alla radio che non si sarebbe mai aspettato una crescita di popolarità proprio nel momento in cui la band aveva lasciato una major e si era messa a fare dischi sempre più bizzarri. Questo contraddice le regole del music business e ci insegna che è meglio seguire le proprie intuizioni, lavorare con dedizione e cercare di essere sempre creativi. Come dice JD Foster, ‘it’s all about the process’, importa il modo in cui si fanno le cose”. Anche quando si collabora con altri musicisti, una delle regole fondamentali di un gruppo aperto come i Calexico i cui rami si propagano in tutte le direzioni. “Questa ormai è una tendenza comune a molte band, Arcade Fire, God Speed You Black Emperor, Stars… E succedeva anche in passato, pensa a quello che erano un tempo i tedeschi Can o il cosiddetto ‘desert rock’ americano (anche se oggi Burns e il suo vecchio mentore Howe Gelb, leader dei Giant Sand, hanno interrotto le comunicazioni…). A me piacciano molto i Gotan Project, e sono orgoglioso del fatto che il primo suono che si sente sul loro nuovo disco è quello della mia chitarra. E poi Manu Chao e gli Amparanoia, i Jazzanova e Kruder & Dorfmeister… C’è una comunità di artisti che mantiene stretti legami a livello internazionale, e così le collaborazioni sono all’ordine del giorno”. Alla base dei Calexico resta però il rapporto solido tra Burns e Convertino, quasi un matrimonio musicale. “E’ che continuiamo a imparare uno dall’altro. E più viaggiamo, più collaboriamo con altri musicisti, più ci rendiamo conto di quanto la nostra relazione sia speciale. Per questo cerchiamo di preservarla, di non esagerare, prendendoci delle pause quando ci sembra necessario. Stiamo anche più attenti, oggi, a non sovraccaricarci di lavoro, di impegni e di concerti: è fondamentale per la sopravvivenza della band e di noi stessi come individui. Se fossimo sotto contratto con una major probabilmente ci getterebbero sulla strada, costringendoci a rinunciare alla nostra vita privata: con la conseguenza che in sei mesi andrebbe tutto a farsi fottere. E invece così io posso prendermi il tempo che mi serve per riflettere, per conversare con la gente che incontri al ristorante o con cui fai viaggi in treno, per leggere libri e giornali”. E il cinema? “Ah, come sarebbe bello lavorare con il Maestro, Ennio Morricone… Ci siamo andati vicini, a fare una vera colonna sonora (intanto si accontentano delle musiche per un documentario musicale, “Before the music dies”, presentato recentemente al SXSW di Austin). C’è quel film chiamato ‘Down in the valley’ in cui Ed Norton interpreta un personaggio un po’ disturbato: un tipo, per dire, che non si fa problemi di mettere un’arma da fuoco nelle mani di un bambino. Avevano usato un po’ delle nostre canzoni come colonna sonora provvisoria e in seguito ci avevano chiesto di scrivere delle musiche originali, ma poi la società di produzione ha preferito rivolgersi altrove. Anche la regista Lisa Krueger ci aveva voluti per un suo film (“Commitment”). Avremmo dovuto lavorare a fianco di Mark Mothersbaugh dei Devo, invece all’ultimo momento lui si è ritirato dal progetto e a noi sono rimaste tre settimane appena per completare il lavoro. A quei tempi stavamo lavorando anche su ‘Hot rail’: io ricevetti una telefonata da Randall Poster, un music supervisor molto influente di New York, che voleva gli mandassi qualcosa per il giorno dopo. Non ce l’ho fatta e ho capito cosa vuol dire lavorare con la gente di Hollywood”. Che per il momento resta al di fuori dei loro orizzonti di frontiera. A proposito: mai suonato a Calexico, la città di confine che gli ha dato il nome? “Il 9 luglio 2004, un concerto di beneficenza organizzato per far prendere coscienza della gravità del problema dell’immigrazione clandestina dal Messico agli Stati Uniti. Saputa la motivazione, qualche abitante della cittadina ha pensato bene di non farsi vedere in giro. Ma è stata lo stesso una gran giornata, alla fine sul palco è salito un membro locale del Congresso che ha proclamato ufficialmente il 9 luglio il ‘Calexico day’ con la motivazione che il gruppo contribuisce a portare il problema all’attenzione internazionale. Ne siamo stati davvero orgogliosi”.
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