Il ritorno dei Mau Mau: 'Com'era brutta questa Italia vista dal Brasile'

Il ritorno dei Mau Mau: 'Com'era brutta questa Italia vista dal Brasile'
Li avevamo visti prendere strade separate, inventarsi nuove identità musicali (Fabio con Banda Ionica, Luca come Animal Minimal), collaborare a spettacoli teatrali e multimediali, scrivere libri e rubriche sui giornali, incidere dischi “solo”. Dal 2002, con l’eccezione di una fugace comparsata al Traffic Festival di Torino, dei Mau Mau si era persa traccia visibile. Poi il loro sito Internet e il tam tam dei fan avevano ripreso a dare segnali, informando che i due si erano rimessi a lavorare insieme: nel loro studio Mulino MAUse House a strapiombo sul fiume Dora, all’Albania Hotel che sta in Salento ma anche a San Paolo del Brasile e a Salvador de Bahia, fonte del ritmo che spinge alcune delle canzoni di “Dea”, in circolazione da pochi giorni con un variopinto pappagallo in copertina a rammentarne l’origine e l’ispirazione sudamericana. Un disco che li ripropone come ambasciatori di un meticciato musicale che non piacerà a Borghezio ma che in questi anni ha fatto non pochi proseliti, e non solo in Italia. E che ne ricorda il ruolo di pionieri della prima onda torinese, naturalmente. Anche in questo vantano una sorta di primogenitura: tanto che vien da chiedergli se non si siano mai pentiti di essere arrivati troppo presto, lasciando che fossero poi altri a godersi i frutti migliori di quel lavoro preparatorio… “Al contrario”, risponde Barovero. “Ci imbarazzava molto di più essere alla moda. Nel ’93-94 ci volevano tutti, le discoteche come i festival di musica folk. Qualcuno badava più al contorno che alla sostanza, insomma, e spesso ne nascevano degli equivoci. Noi sapevamo che il nostro approccio alla musica era sempre stato onesto, che non avremmo cambiato pelle di punto in bianco. La mescolanza dei linguaggi è una cosa che ci è venuta naturale, non certo per scelta concettuale, e non è sempre stato facile capirsi col mondo discografico. Il tutto è nato dal desiderio di poter suonare ovunque, come fanno i musicisti ambulanti. Anche in un cortile o in un’osteria: usavamo strumenti acustici, chitarra fisarmonica e tamburo, per non dover dipendere dall’elettricità. E i pezzi li scrivevamo anche al parco, non necessariamente in una cantina o in una sala prove. Da lì è venuto fuori il suono che ha caratterizzato i nostri primi dischi; una formula nostra, originale, che poi qualcuno ha voluto etichettare come un genere. Ma noi non l’abbiamo mai vissuta come una trappola, piuttosto era una molecola che in seguito abbiamo dilatato a piacimento”.
Sono tornati a far musica insieme, spiegano, motivati proprio “dall’orgoglio di aver creato insieme quello stile. La pausa che ci siamo presi uno dall’altro è stata rigeneratrice, ma a un certo punto è scattata di nuovo la molla: anche sentendo in giro delle cose che ci sembravano meno forti e originali delle nostre… Ma siccome avevamo dieci anni di storia con cui fare i conti non volevamo ripeterci, era importante recuperare freschezza e fare qualcosa che potesse sorprenderci di nuovo. Per questo c’è voluto tempo e pazienza”. Un anno abbondante, alla fine dei conti, durante il quale hanno avuto tempo di riflettere e di correggere il tiro. Morino conferma: “Altre volte, completato un disco, avevamo come la sensazione che qualcosa fosse rimasto indietro o non fosse stato sviluppato a dovere. Con ‘Dea’, invece, ci siamo permessi il lusso di fare una selezione, avevamo più pezzi di quelli che poi sono finiti nell’album. Li abbiamo lasciati maturare, rielaborati, messi da parte per un po’ per verificare come sarebbero suonati a distanza di mesi. Per questo siamo così convinti del risultato. Una serenità così, anche nei confronti del giudizio altrui, non l’avevamo mai avuta prima”. Il Brasile, dove è stato filmato anche il suggestivo video che accompagna il singolo “Dea”, non è una passione nuova, per i Mau Mau: “Per ‘Viva Mamanera’ avevamo scritto ‘La ola’, un pezzo basato su una ritmica samba reggae che è tipica del carnevale bahiano. E nel ’98 eravamo stati di nuovo a Salvador a registrare e filmare parte di un clip. Stavolta ci ha portati da quelle parti la voglia di assorbire certi ritmi che si trovano soltanto lì ma anche il desiderio di respirare un po’ di quella componente magico-rituale che i bahiani, di origine africana, mettono a disposizione di chiunque li frequenti anche senza approfondirne troppo la cultura. E poi il Brasile non è tutto uguale, naturalmente: a San Paolo, dove abbiamo registrato altri pezzi, la musica è vissuta in un modo completamente diverso. Probabilmente si tratta della città dell’America latina più popolata da italiani, ancora più di Buenos Aires. Ma molti emigrati non ricordano neppure la loro precisa provenienza, complice quel senso di orgoglio e di appartenenza nazionale che accomuna tutti i brasiliani”. In quella metropoli vive Calixto, giovane ballerino e cantante che presta la sua voce a “Can anrabià”, testo in dialetto piemontese con inserti di rap brasiliano. Un ragazzo che vive tuttora in una favela chiamata Campo Limpo, e con alle spalle una storia familiare movimentata e tragica che gli darebbe diritto di essere lui stesso un cane arrabbiato, come lo sono i disadattati delle banlieu parigine e i disoccupati delle “cattedrali della produzione” nostrane di cui canta la canzone. Non è l’unico tema “politico” del disco: dove si aggira un “Cannibal” che assomiglia in maniera sospetta al “Caimano” di Nanni Moretti. “L’hai detto”, sorride Barovero sventolando il biglietto di ingresso al cinema che ha ancora in tasca. “Ci è sembrato doveroso, un cenno al progressivo disfacimento di questo paese. Non è bello, quando ti trovi all’estero, sentirsi rappresentati da un personaggio e da un’immagine che sono agli antipodi del tuo modo d’essere. Quando sei lontano, vedi le cose in prospettiva e con più chiarezza. Abbiamo reagito con l’arma dell’ironia, rinunciando volutamente agli slogan. Anche 'La casa brucia’, in un certo senso, affronta lo stesso genere di argomento, anche se in un’ottica meno politica e più personale”. Musicalmente, è il pezzo più esplosivo dell’album, una piccola molotov musicale confezionata con l’aiuto di Don Rico e Terron Fabio dei Sud Sound System. “Inizialmente avevamo campionato un pandeiro suonato nello stile dell’embolada: un’improvvisazione vocale sul ritmo di un tamburello che assomiglia molto a quello che fanno abitualmente i Sud Sound System. Quando siamo all’Albania Hotel, in Salento, ci sono venuti a trovare; ci conosciamo da quindici anni anche se non c’era mai stata l’occasione di fare qualcosa insieme, prima d’ora. Con il loro apporto ‘La casa brucia’ è stata subito perfetta, hanno registrato il loro intervento in mezzo pomeriggio”. Una di quelle sintonie che saltano fuori quando meno te lo aspetti. Capita spesso, ai Mau Mau? “Ci era successo vedendo il film ‘Amores perros’. In quel clima aspro e multietnico, in quella dialettica contrastata tra ambiente urbano e ambiente agricolo, tra tradizione e tecnologia, abbiamo riconosciuto molto di noi stessi. Anche il disco dei Sud Sound System dell’anno scorso ci era piaciuto molto. E i lavori che Cesare Dell’Anna, anche lui di casa all’Albania Hotel, ha fatto recentemente con gruppi come gli Opacupa ci sembrano molto freschi e interessanti. La loro è musica che per energia ha pochi eguali in Italia”.
In cerca della stessa energia, Morino e Barovero continuano a guardare a quello spicchio di mondo che sta tra l’Equatore e i Tropici. “Infatti non c’è solo Brasile in questo album. E non a caso il pezzo che lo apre (“Da qui ai Caraibi”) evoca un Caribe onirico, quel mondo fatto di palme piegate dal vento che molti di noi hanno conosciuto attraverso i viaggi, i libri o l’immaginazione”, spiega Luca. “Perché siamo affascinati da quel mondo? Prima di tutto perché siamo dei musicisti e quello resta un grande laboratorio musicale”, aggiunge Fabio. “E’ così dalla fine dell’800, quando in Brasile arrivarono l’opera e la musica europea, miscelandosi con quella africana. Avvicinandosi e combinandosi tra loro, l’alto e il basso, il colto e il popolare creano un nuovo linguaggio, una nuova dimensione. E’ un po’ quello che è accaduto con il sincretismo religioso del candomblè: una conquista, anche se sappiamo a prezzo di quali violenze e sofferenze. Il Brasile è una terra di contraddizioni atroci, di enormi disparità sociali e di violenze che i media occidentali non registrano: dal centro sociale in cui risiedono i percussionisti di Salvador (della Scuola Bagunçaço) che hanno registrato con noi il pezzo “Dea” non si poteva uscire prima di mezzanotte perché la polizia rastrellava le strade in cerca di briganti accusati di omicidio, quando le stesse forze dell’ordine si macchiano di crimini e non fanno nulla per fermare la violenza nelle strade… Ma è anche un paese che dà indicazioni su un nuovo mondo possibile, un luogo in cui prendono forma esperienze d’avanguardia in campo scientifico, sociale e culturale”. E nella Torino trasformata dalle Olimpiadi 2006 come si trovano? “La città ha vissuto per mesi in una sorta di bambagia, in uno stato di sovraeccitazione. Torino in tutte le televisioni del mondo non si era mai vista prima. D’improvviso è scomparso quel senso di imbarazzo e di disagio che per decenni noi figli di immigrati portati qui dalla rivoluzione industriale ci siamo sentiti addosso”, dice Barovero. “I torinesi non sono mai stati campanilisti ma ora sembra emergere un nuovo senso di appartenenza alla città. Non sappiamo che cosa succederà, ma in questo momento Torino sembra pronta per idee nuove. Il 23 aprile in città si terrà un’altra festa musicale intitolata Volume all’Idrogeno, oltre a noi ci suoneranno Subsonica, Marlene Kunz e altri ancora. In quell’occasione l’elettricità sarà fornita esclusivamente da generatori all’idrogeno: è un altro piccolo segnale di una volontà di cambiamento, di una progettualità per il futuro”.
Nel capoluogo piemontese farà naturalmente tappa il tour che tra giugno e metà agosto porterà i Mau Mau in giro per l’Italia in formazione rinforzata da una sezione ritmica, dalle percussioni di Bienvenu Nsongan e di tre musicisti bahiani, forse anche da un paio tromboni: l’occasione migliore per proporre al pubblico canzoni che parlano di viaggi, di immigrazione, di Italia, di Sud del mondo ma anche, di qui il titolo, di “universo femminile”. “Un mondo che per noi”, spiegano Morino e Barovero, “significa fascinazione e mistero, e che non riguarda solo la donna in quanto tale ma anche la natura che contiene in sé la storia dell’umanità. Man mano che il tempo passa, aumenta il peso della terra su cui poggiamo i piedi e quello della memoria che ci portiamo dietro”. E cos’è il “karma kamikaze” di cui parlano nella canzone omonima? “E’ quel modo di affrontare certe situazioni buttandocisi dentro senza ragionare. Più tipico delle donne che degli uomini, allo stesso tempo una loro forza e debolezza”. Si sentono così anche loro, quando si tratta di musica? “Scegliamo semplicemente di fare le cose che ci procurano piacere. E se questo comporta farsi una strada in salita che non si sa dove porti, va bene lo stesso. L’esplorazione, per noi, è alla base della creazione”.
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