Dresden Dolls: 'La nostra musica? Tra luce e tenebre, fiction e realtà'

Dresden Dolls: 'La nostra musica? Tra luce e tenebre, fiction e realtà'
Dalla Repubblica di Weimar al Massachusetts, che pure è considerato il più europeo degli stati americani, la strada è lunga, in termini spazio-temporali, e apparentemente tortuosa. Eppure è proprio a Boston che vivono e agiscono i Dresden Dolls alias Amanda Palmer e Brian Viglione, giovani radical punk innamorati del teatro brechtiano e del cabaret, acconciatura postatomica e abiti anni ’30, cuoio e seta, occhio vivace e lingua pronta. La loro musica dark, estetizzante e spigolosa è fatta di voce, pianoforte, percussioni e poco altro, ancora più ossuta e stringata del solito nel nuovo album “Yes, Virginia” in uscita per la Roadrunner il 14 aprile. Il titolo si rifà a un antico episodio di cronaca: la toccante lettera con cui il direttore del New York Sun, anno 1897, cerca di rassicurare una bambina (di nome Virginia, appunto) sull’esistenza di Babbo Natale. Ottimistica e spiazzante premessa, in fondo, per un disco popolato di personaggi complicati, disturbati, spesso psicotici. “E’ tipico del nostro modo d’essere e delle nostre canzoni, oltre che del genere d’arte che mi ha sempre attratta”, spiega Amanda. “Persino il nome che ci siamo scelti evoca un contrasto tra luce e tenebre. E così il titolo dell’album: trasmette un forte senso di speranza ma sottintende anche possibili risvolti minacciosi. Il doppio senso della lettera è in un certo senso più esplicito. I genitori della bambina, e il direttore del giornale, sono spinti da motivazioni conflittuali; non vogliono spezzare l’illusione, soffocare le sue fantasie, non vogliono mentirle ma neanche svelare tutta la verità. E’ questo che rende così toccanti quelle parole. Leggendole, un adulto immagina che prima o poi quel mondo fantastico si infrangerà contro la dura realtà, e questo provoca un sentimento straziante, di tristezza. Il che non impedisce di coglierne la bellezza. Per me è una metafora che spiega bene anche il ruolo dell’arte: che non è rappresentazione della realtà ma neppure fiction. E’ un qualcosa che non si può congelare ed etichettare, che vive in una zona intermedia difficile da esprimere a parole”.
Ogni canzone del disco è un buon pretesto per parlare di argomenti inusuali, o quanto meno affrontati da una prospettiva insolita. “Sing”, per esempio, l’ultima della sequenza, evoca la funzione del canto come antidoto alla paura. Uomini e donne, da sempre, cantano sotto le bombe, quando vanno in battaglia, a volte anche mentre sono diretti al patibolo… “Viviamo circondati da tragedie”, annuisce la Palmer, “e soprattutto in America, in questo momento, la paura è uno dei sentimenti collettivi prevalenti. E’ un terrore più oscuro, più profondo, di quello che si provava ai tempi della guerra fredda, quando gli Stati Uniti erano ossessionati dal pericolo dell’invasione sovietica. E’ un timore più distante ma anche più insidioso… Oggi si ha persino paura di aver fede e speranza nel futuro, ai tempi di McCarthy e della caccia alle streghe c’era perlomeno la fiducia nel sogno americano, la convinzione che alla fine se ne sarebbe usciti vincitori. E invece adesso la sensazione comune è che tutto sia andato a farsi fottere, e che l’unica cosa che vale la pena di fare è rintanarsi in casa a guardare la televisione. E’ una cosa che mette tristezza”. E qual è il ruolo della musica, in tutto questo? “La musica può ispirare ed essere di conforto, ma può anche diventare una via di fuga”. Una canzone come “Sex changes”, invece, salta fuori proprio nel momento in cui l’ambiguità sessuale diventa tema d’attualità a Hollywood e nello showbusiness, con film come “Brokeback mountain” e “Transamerica”…. “Ma quella canzone”, è sempre Amanda a parlare, “l’ho scritta tanto tempo fa, se non ricordo male era il 1999. Ma è vero che oggi quelle tematiche stanno entrando, per la prima volta, nel sentire comune. Una volta transessuali e omosessuali erano trattati come scherzi di natura, oggi le loro vite e i loro problemi diventano oggetto di normali conversazioni tra la gente comune”. “E’ il risultato di una combinazione dei progressi scientifico-tecnologici dei nostri tempi e dell’affermarsi della cultura giovanile” aggiunge Brian, che spiega il suo ruolo di alter ego musicale nei Dresden Dolls. “Quando arriva con i provini, Amanda ha già un’idea piuttosto precisa della struttura ritmica di un pezzo. Ai tempi in cui ci siamo incontrati la prima volta, più o meno sei anni fa, le sue canzoni suonavano un po’ tutte come ‘Sex changes’ e ‘Modern moonlight’, avevano arrangiamenti e soluzioni melodico-armoniche molto più intricate. Oggi invece pezzi come ‘Mrs.O’ e ‘Delilah’ indicano una nuova direzione, un suono più spoglio e più crudo. Il mio compito è quello di trovare nuove soluzioni per integrare sotto il profilo ritmico brani musicali che hanno una struttura di base molto semplice. Cerco di tirar fuori, di sottolineare l’emozione e l’impatto di musiche e testi facendo attenzione a non fare un passo di troppo, a non metterle in ombra. E’ quella, credo, la funzione di un buon batterista: costruire delle solide fondamenta su cui la canzone possa poggiare”. Resteranno fedeli alla formula piano-percussioni anche in futuro? “Impossibile dirlo ora”, rispondono in coro. “Sono sempre le canzoni a dettare gli arrangiamenti e le scelte sonore. Siamo aperti a tutto, se i pezzi del prossimo disco avranno bisogno di un’orchestra ci comporteremo di conseguenza. Intuitivamente, siamo in grado di capire che cosa è funzionale alla canzone e cosa non lo è. E per noi, spesso, il meno significa di più”.
Torniamo a quelle di “Yes, Virginia”, allora. Alcune, come “Delilah”, sembrano vivere di forti riflessi autobiografici, considerando che Amanda si autocita nel testo: “Ma lì non parlo di una persona specifica. Ho fatto un collage, un pastiche, combinando osservazioni su molte ragazze di mia conoscenza e su me stessa. Mi baso spesso su eventi reali, ma mi risulta più facile collocarli in uno scenario immaginario. Mi sento più libera nella scrittura, quando combino realtà e finzione invece di attenermi con onestà alla pura cronaca. Una volta non facevo così. Le mie canzoni erano autoconfessionali fino al minimo dettaglio, o al contrario completamente esoteriche”. In “Shores of California” ci sono frasi taglienti come “le ragazze piangono e i ragazzi si masturbano”… “Non sono così, i rapporti tra i sessi? Certe cose non cambiano nei secoli…Mi rendo conto che, in un certo senso, si tratta di un punto di vista tutt’altro che femminista, tanto che qualcuno ha avuto da ridire. Ma ci sono alcune realtà che mi sembrano incontrovertibili. E una di queste, confermata da esperienze personali, è che gli uomini desiderano il sesso più delle donne”. La voce narrante di un altro brano, “Mrs. O”, nega l’esistenza di Hitler e dell’Olocausto, proprio come fanno oggi il presidente dell’Iran Mahmoud Ahmadinejad e lo storico inglese David Irving (finito per questo motivo in galera). “E ancora una volta”, sottolinea Amanda, “si tratta di una canzone scritta quasi sei anni fa. Ma persone di quel tipo sono sempre esistite. E tuttavia negare i fatti, le emozioni della gente, è un comportamento estremamente pericoloso”. E “Backstabber”, dedicata a quelli che ti pugnalano alle spalle, ha un bersaglio concreto? “No, anche se prende spunto da una persona reale è un altro mix di realtà e fantasia. A Boston conosciamo molti musicisti, e ci saremmo aspettati un appoggio da parte loro quando abbiamo cominciato a proporci in pubblico. Invece, siccome facevamo un tipo di musica diverso da quello prevalente, in molti ci hanno girato le spalle”. Proprio lì, nella più liberal e intellettuale delle città della East Coast? “Sì, non dimenticare che è sempre stata una roccaforte dell’hard rock. Pensa agli Aerosmith”. E certo i Dresden Dolls suonano ben poco americani, con quell’ammiccare continuo alla Germania prenazista della repubblica di Weimar e a Brecht. Concordano? “Non molto se ci si limita a considerare l’aspetto musicale, sicuramente sì se si parla di spirito e di atteggiamento. In questo senso non siamo i soli a rifarci a quel periodo, ci sono anche gli Sparks e persino punk band come i Butthole Surfers: tutti noi perseguiamo la libertà di espressione che si respirava nel cabaret di quei tempi, o nel jazz cabaret americano”. Qualcosa del genere dovrebbe accadere anche in uno spettacolo teatrale annunciato in cartellone per il 2007 al prestigioso American Repertory Theatre di Cambridge, Massachusetts: “E’ una rappresentazione piuttosto sperimentale, che andrà in scena per sei settimane consecutive nello stesso teatro. Lo hanno scritto altre persone, noi contribuiamo con musiche in gran parte già edite. Il soggetto è basato su un capitolo de ‘Il tamburo di latta’, il libro di Günther Grass da cui Volker Schlöndorff trasse un celebre film degli anni ‘70. Il luogo della scena è un cabaret frequentato da tedeschi alticci, che tagliano cipolle e cominciano a piangere…Ci sono tempi e luoghi in cui gli artisti si esibiscono per la comunità con l’ambizione di diventare una fonte di ispirazione. E’ successo nel cabaret ma accade anche nel rap, e in qualunque altro genere di musica quando un artista sale su un palco non per pontificare dall’alto ma per creare un contatto diretto e immediato con chi ascolta”. Cosa a cui i Dresden Dolls sembrano tenere molto: i fan partecipano attivamente al processo creativo, e per “Yes, Virginia” hanno fornito diverse immagini utilizzate nel libretto del cd. “Non identifico il ruolo del cantautore con quello di una persona che se ne sta appartata nel suo mondo”, spiega Amanda, “e se ci si dimentica che senza un pubblico non esisteremmo come artisti si commette un grosso errore. Per me fare musica e arte è come organizzare un grande party. Se non viene nessuno e ci sei solo tu è un fallimento”.
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